27 MARZO 2020

Recensione a cura di Alessia VikingAle

I Corte di Lunas sono una band di Renaissance Folk Rock formatasi quasi dieci anni fa. Il primo lavoro da loro pubblicato è l’album strumentale “Plaudite ‘sì più forte” dove hanno rivisitato e riarrangiato in chiave rock brani di musica medievale e tradizionale. Il lavoro successivo è “Ritual”, dove viene dato spazio al cantato con voce femminile e ad alcuni pezzi originali. Il tempo passa e la pelle muta, ed ecco che il terzo lavoro “Lady of the Lake” (disco quasi interamente originale in musiche e testi) mostra un’evoluzione nel sound che si fa energico aggiungendo sfumature rock e metal. Dopo la pubblicazione dell’EP “The Journey” nel 2019, l’ingresso di ghironda e flauto traverso nella line up e l’aggiunta di cori polifonici nella composizone, la band torna quest’anno con il nuovo album “Tales from the Brave Lands”, di cui parleremo oggi. Con questo disco la band si pone l’obiettivo di tornare alle origini e alle tradizioni della terra friulana, lasciandosi ispirare dalle proprie radici per creare una raccolta multimediale di leggende musicate in chiave “Corte di Lunas”, mescolando celtic folk, medieval rock e sonorità rinascimentali.

Il disco si apre con “Tiare”, invocazione agli spiriti delle antiche leggende, cantata in friulano. Il brano è acustico fa sì che l’ascoltatore si cali con facilità in un’atmosfera mistica, pregna di magia.

“The Castle of Gemona” narra una leggenda legata al castello di Gemona: in una notte d’estate, un ambulante che dormiva sotto il municipio si sente chiamare a mezzanotte da una voce che lo invita a tornare il giorno successivo, dandogli poi il compito di sfidare una bestia e rubare un oggetto per lui/lei. Come andrà la missione? Ascoltate il brano e scopritelo. a livello musicale abbiamo gli strumenti che vanno di pari passo con la narrazione della leggenda, con il flauto che ora si alterna ora si accompagna alla voce, dando un’aria fiabesca alla canzone.

“Vida” narra le gesta della regina Vida, che portò in salvo i suoi sudditi dalla furia degli Unni. La canzone esprime con la musica il senso di urgenza e gravità della situazione, soprattutto dal cantato che accelera e si ferma, come una marcia. Nel video tratto dalla canzone è interessante notare i contrasti di colori tra le scene con la regina e il suo popolo, dai colori caldi e accoglienti nonostante la situazione critica, e l’orda di invasori, dai colori spenti e freddi.

“The Devil’s Bridge” vede la partecipazione di Lorenzo “Lore” Marchesi degli indimenticabili Folkstone nel ruolo del Diavolo. Il brano narra l’infelice storia patto che i paesani strinsero col Diavolo, gabbandolo, circa la costruzione del ponte che connette le due metà di Cividale, città divisa in due dal fiume Natisone. La musica trasporta l’ascoltatore in un mondo fiabesco mentre il cantato mal nasconde l’amarezza della vicenda narrata.

“La Dama Bianca” racconta dell’anima tormentata di una giovane madre che infesta il Castello di Duino, che vaga ogni notte per il castello intonando una ninna nanna per il suo neonato. La musica si fa drammatica, le atmosfere fiabesche lasciano il posto ad una ballata acustica piena di cordoglio e tristezza.

“The Last of Sbilfs”. Gli Sbilfs sono i folletti dei boschi della Carnia. Essi sono visibili solo dai cuori puri, ma siccome il mondo ne è ormai privo, il brano narra dei sentimenti dell’ultimo di loro, destinato a scomparire all’alba. Qui la musica ma soprattutto il flauto qui fanno la vece dei sentimenti dello Sbilf; il sentimento che prevale è di rassegnazione ma anche di sforzo ad essere felice e danzare nonostante tutto.

“I Tre Fradei” della canzone sono tre rigagnoli, Sava, Drau e Sonting, che vengono sfidati da Madre Natura ad arrivare fino al mare, con in palio la possibilità di diventare un vero fiume. La corsa è non priva di scorrettezze, ma per sapere chi vincerà e la lezione morale della leggenda bisogna ascoltare il brano. Proprio il rumore dell’acqua che scorre accoglie l’orecchio dell’ascoltatore, cui si sostituiscono gli strumenti pian piano, per immergere appieno l’ascoltatore nella narrazione.

“Orcolat” è la storia dell’omonimo orco che, innamorato della fata Amariana, dopo il rifiuto di quest’ultima diventa ossessionato da lei, tormentandola e costringendola a scappare. La canzone esprime la drammaticità della vicenda tramite note basse, ritmi frenetici e un cantato drammatico.

“Eolo II” narra la storia di Bora, innamoratasi e ricambiata di un eroe umano. Il padre Eolo era però contrario, perciò uccide in un impeto di rabbia il suo amore Il gesto scatena l’ira di Bora che, trasformatasi in tempesta, crea la città di Trieste a suon di lacrime di pietra ed urla nella tempesta. La canzone ha ritmi rock e spinge sulle chitarre elettriche per narrare la prima parte della storia, dando particolare risalto al flauto nella parte in cui si narra della furia di Bora.

“Scjaracule Maracule” è un canto tradizionale intonato dal popolo friulano per propiziare l’arrivo della pioggia. Iniziata come un canto di sole voci, la canzone vira in una canzone tutta da ballare, nel cui flauto possiamo ascoltare dei rimandi al Ballo in Fa Diesis di Branduardi.

“Rosander” vede la partecipazione di Lucia Stone come ospite all’arpa. La storia narra di Rosander, regina fiera e sfuggente ai vari principi e cavalieri che la volevano in sposa, più concentrata nel prendersi cura della sua terra. Incontrò un marinaio di cui si innamorò, ricambiata, ma si separarono subito perché lui doveva partire. Sfortunatamente morì in mare, e la canzone si concerta sul dolore di Rosander per la perdita dell’amato. La canzone è divisa in tre parti; la prima, in cui viene presentata Rosander e lo sbocciare del suo amore, narrato in tono struggente. La seconda parte, in cui la rabbia di Rosander verso il dio del mare, responsabile della morte del suo amato, viene espresso con duri riffs di chitarra di pari passo con la voce che parla duramente al Re. In ultimo la terza parte, dove Rosander canta una preghiera per il suo amato che giace in fondo al mare con la musica che accompagna il finale di questa triste storia.

Ciò che emerge dall’ascolto di questo disco è la cura, la ricerca e la passione per il proprio territorio. Ogni canzone è un pezzo di storia del Friuli narrato con maestria e cura nei dettagli sia a livello testi che musicale. Questa cura si nota anche nel booklet, dove le leggende sono narrate anche a livello visivo, con i componenti della band che interpretano i protagonisti delle diverse storie, opera del fotografo Ermes Buttolo. La copertina, affidata alla maestria e sensibilità di Giulia Nasini, mostra la mappa del Friuli con sopra le icone rappresentative delle singole canzoni (il ponte di “The Devil’s Bridge”, il folletto di “The Last of the Sbilfs” ecc.) collocati nel punto da dove proviene la leggenda.

Un disco must-listen per tutti coloro che apprezzano la musica folk (metal o meno).

85/100