30 OTTOBRE 2019

Recensione a cura di

Claudio Causio

 

 

L’incrocio dove l’epicità orchestrale incontra il Rinascimento italiano non può che chiamarsi Dawn of a New Era (2019), il primo album firmato Cremisi, band che trae le proprie origini tra Bologna e Ravenna nel 2016. 

Il gruppo si inserisce nella tradizione del symphonic metal, con evidenti richiami ai grandi del filone, ma riesce a mantenere la propria identità, che diventa il marchio di fabbrica dei Cremisi, non solo per quanto riguarda le tematiche affrontate, ma anche e soprattutto nello stile limpido e fluido, mai appesantito dalla complessità dei brani, quasi sempre sopra i cinque minuti e caratterizzati da repentini cambi di tempo e di tema, che riescono ad imprimere vivacità e movimento senza sacrificare l’orecchiabilità e la piacevolezza dell’ascolto. Il risultato è un album lungo (dieci canzoni) che però scorre in fretta, sia per via delle innegabili doti dei Cremisi nella scrittura e nell’esecuzione, che permettono ai quattro italiani di lavorare con orchestrazioni e soprattutto con suoni, strumenti e stili tipici del periodo che trattano, sia perché l’imponente materiale prodotto è stato affidato alle sapienti mani di Sebastian Levermann (Orden Ogan), l’uomo dietro agli ultimi due lavori dei Rhapsody of Fire. Il disco si apre con la strumentale Dark Winds, che presto lascia spazio alla prima vera canzone, The Black Death, i cui ritmi sono più frenetici nelle parti prive di cantato e più rallentati nelle sezioni in cui Davide Tomazzoni si inserisce con una voce che sembra il punto d’incontro fra Ville Valo degli HIM e Hansi Kürsch dei Blind Guardian, fino a dilatarsi del tutto nelle strofe. È interessante anche una lettura del testo che, come per il resto del disco, tenta di ricostruire immagini rinascimentali, nel caso particolare riferendosi alla Peste, comparsa in Europa dapprima nel 1347 e successivamente anche nel corso del XVI secolo. Dunque Dawn of a New Era si apre con la narrazione di uno dei momenti più bui della storia, in modo da permettere alla band di presentarsi già attraverso il personale timbro, un suono dalle sfaccettature cupe e a tratti malinconico, ma anche potente, energico e martellante. 

Tutto ciò è presente anche nella successiva canzone, la title track, una sorta di summa del Rinascimento, che rispetta i binari tracciati da The Black Death, alternando tempi repentini ad altri più lenti. Dawn of a New Era risulta però sicuramente più orecchiabile e ritmata, grazie anche e soprattutto al ritornello, durante il quale la band italiana gioca spesso con le pause, permettendo al batterista Rolando Ferro di ritagliarsi un ruolo da protagonista e scandire gli stessi ritornelli attraverso i suoi fill. La successiva Captain’s Log raccoglie l’eredità lasciata dalla title track rimanendo, come del resto l’intero lavoro, sulle stesse linee guida, ma mantenendo sempre un’intrinseca unicità rappresentata dal gusto marinaresco che pervade una canzone la cui tematica è, per l’appunto, il viaggio di Colombo nelle Americhe, episodio cardine del Rinascimento che non poteva mancare in un lavoro simile. Proseguendo con l’ascolto ci si imbatte in Confession, non particolarmente diversa da quanto ascoltato finora: in questo pezzo la band tratta della caccia alle streghe, impersonando proprio tre spose di Lucifero. Come ormai i Cremisi hanno abituato l’ascoltatore, il brano comincia dando l’idea di configurarsi come la più classica delle ballad, assumendo però solo successivamente i ritmi frenetici consueti per il presente lavoro, ponendo l’accento su un blast beat particolarmente prepotente, chiarificando oltretutto, per quanto riguarda le sonorità, quanto i Sabaton siano stati una forte ispirazione nella composizione del disco. Sulle canzoni successive non c’è molto da aggiungere. Si sottolinea l’orecchiabilità di In The Name of The Lord (a parer di chi scrive, la migliore del disco da questo punto di vista), non a caso scelta per un lyric video, soprattutto nel ritornello e nel suo riff portante, forte di un’orchestrazione ben costruita e delle sonorità che ancora una volta richiamano ambientazioni marinaresche. Non mancano neanche qui dei momenti di frenesia che probabilmente, in questo caso, si sarebbero potuti evitare. Nel complesso, però, In The Name of The Lord resta una delle migliori canzoni del disco, primato conteso, fra le altre, con Battle of Lepanto, anch’essa scelta come colonna sonora di un lyric video. Il titolo fa riferimento allo scontro navale occorso fra l’Impero Ottomano e la Lega Santa nell’ottobre del 1571, per cui le sonorità tipiche dell’epic metal sostenute da un’importante sezione di cori non possono che essere più che adatte. A livello tecnico, il brano non aggiunge nulla a quanto sentito, risultando perciò orecchiabile, godibile e al contempo potente. Seguono, infine, The Hanged Man, dedicata forse a Girolamo Savonarola, e da ultima On The Moon, che risulta essere il brano che più riporta aspetti di una ballad, sebbene non possa definirsi tale in quanto, come per il resto del disco, è costruita come una giustapposizione di tempi rapidi e lenti, ma nel complesso verte più in quest’ultima direzione. Questa volta, i Nostri hanno preferito trattare una tematica che astrae dalla storia, per spostarsi più sulla letteratura: protagonista della vicenda è Astolfo che, come scrive Ludovico Ariosto nel suo Orlando Furioso, viaggia verso la luna per recuperare il senno del “Roland” citato nella canzone dei Cremisi. Le melodie e i suoni, in questo caso, si allontanano dalla pragmaticità per sposare atmosfere più oniriche, segno del fatto che la band ha preferito trattare una vicenda di fantasia più che eventi realmente accaduti, sebbene la tematica sia perfettamente in assonanza con il concept alla base dei Cremisi stessi. Arrivati alla conclusione dell’ascolto, non si possono che trarre conclusioni scontate: il disco è ben scritto, suonato e bilanciato nelle sue parti, quasi non fosse un lavoro d’esordio. Non è un caso se una figura di spicco nella scena power (sia per il suo lavoro da musicista che per quello da produttore) come Levermann abbia accettato di registrare il materiale dei Cremisi. È innegabile che qualcuno possa accusare la band italiana di poca originalità e di troppa somiglianza da un punto di vista prettamente teorico con i più celebri Rhapsody, ma chi sarà di quest’idea è invitato all’ascolto di Dawn of a New Era per rivedere le proprie aspettative. Che questo titolo non sia un caso, un mero riferimento a quello che il Rinascimento è stato per l’Europa, ma anche un messaggio al mondo del metal italiano, forte ora anche di una band la cui strada verso il futuro sembra lastricata di soddisfazioni? Quel che è certo è che i Cremisi meritano di proseguire il proprio percorso: il loro disco di esordio è ben curato, dimostra quanto ci sappiano fare. Ora spetta ai quattro italiani riconfermarsi e rinnovarsi, mantenendo sempre alta l’asticella. 

 

86/100