10 GIUGNO 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Nati nel 2005 dall'unione di due nomi celebri della scena musicale italiana come Dario Beretta (Drakkar) ed Emanuele Rastelli (Crown Of Autumn, Magnifiqat) con l'intento di proporre un epic metal di stampo tradizionale, e successivamente portati avanti dal solo Dario con una direzione musicale arricchita da abbondanti dosi di doom metal, i lombardi CRIMSON DAWN giungono col presente INVERNO (pubblicato su etichetta Punishment 18 Records) al terzo full lenght, a distanza di tre anni dal precedente “Chronicles Of An Undead Hunter” e a sette dal debutto “In Strange Aeons”. Forti di una line up immutata dal 2011, e che vede, oltre al già citato Dario Beretta alla chitarra, Alessandro Reggiani Romagnoli al basso, Luca Lucchini (ex Dark Ages) alla batteria, Emanuele Laghi (Drakkar) alle tastiere, Antonio Pecere (Rapid Fire, ex-Sigma) alla voce e Marco Rusconi (Drakkar) alle tastiere, la band si affida nuovamente agli Elnor Studios di Mattia Stanciou (celebre, oltre che per la sua attività di produttore, anche per essere stato il batterista dei Labyrinth “storici”, nonché attuale batterista dei già citati Crown Of Autumn e primo batterista proprio dei Crimson Dawn) per dare vita a questa nuova opera ricca di sentori epic metal e doom, ma non scevra di rimandi al classico hard-rock sound anni 70, per un sound ricco, corposo ed estremamente accattivante. La band decide di inaugurare l'album con un brano al contempo molto impegnativo, ma anche decisamente esplicativo del mood generale dell'album, come la lunga THE HOUSE ON THE LAKE, dieci minuti abbondanti di oscura epicità impreziositi da interessanti spunti melodici decisamente accattivanti e da un flavour sospeso molto 70's, a tratti, piuttosto progressivo. I suoni sono molto densi e potenti ma, al contempo, anche molto carnosi e “veri”, frutto di un lavoro molto attento e oculato in fase di produzione, e contribuiscono non poco nel conferire il giusto mood alla composizione (e, con essa, all'intero lavoro), così sospeso fra la potenza dell'epic-doom metal tipicamente anni 80 (Candlemass e primi Trouble su tutti, ma non mancano nemmeno riferimenti ai Manowar più cupi dei primi album o ai Manilla Road) e la pasta sonora meno monolitica e dal vago gusto psichedelico tipica del modo di intendere un certo tipo di musica negli anni 70, mentre la voce molto pulita di Antonio, unitamente ai già citati sentori progressivi del brano, riporta alla mente il lavoro dei primi, magnifici, Veni Domine. Un impasto sonoro molto accattivante che, insieme alle indubbie capacità della band per quanto riguarda la mera scrittura musicale, dà vita a un brano molto riuscito, capace di tracciare un percorso musicale/narrativo di grande presa fondamentale nel rendere godibile e avvincente un pezzo di tale durata. Un biglietto da visita senza dubbio notevole. Con la successiva THULSA DOOM AND THE CULT OF THE SNAKE la bilancia del sound dei Crimson Dawn si sposta decisamente verso il versante 70's, in virtù di un riffing heavy-blues slabbrato che sa molto di Black Sabbath e Saint Vitus nonché di un lavoro di tastiere molto “in stile”.

La band è però molto intelligente nel conferire personalità al brano grazie a ottimi inserimenti di epic metal dal peso specifico notevole, e la capacità di costruire linee vocali sempre molto incisive e accattivanti (ivi compresi refrain sempre molto riusciti e intrecci armonici molto funzionali) va a costituire la classica ciliegina sulla torta di un pezzo dall'impatto piuttosto immediato ma dalla costruzione notevole. Doom metal classicissimo, soffocante e penetrante, è ciò che ci aspetta invece nella title track INVERNO, interpretata in italiano dall'ospite Emanuele Rastelli in un riuscito duetto con Antonio. L'uso dell'italiano conferisce senza dubbio un mood molto particolare al brano, aiutato in questo anche da linee vocali che (soprattutto all'altezza del refrain) assumono connotati decisamente melodici (così come l'intero costrutto musicale), e contribuisce in modo sostanziale alla riuscita di una composizione che deve proprio al suo gioco di contrasti molto intenso il suo carattere decisamente peculiare. Un pezzo decisamente osato, in una scena in cui spesso si trovano ascoltatori subito pronti a storcere il naso quando sentono l'italiano abbinato a un certo sound, ma senza dubbio molto ben concepito e realizzato, capace di sprigionare una forza poetica senza dubbio molto intensa. Si torna su territori più “classici” e dinamici con la successiva FROM BEYOND, vivace up-tempo (screziato da opportuni rallentamenti capaci di incrementare la portata atmosferica del brano) che sembra voler coniugare (con successo) la lezione della nwobhm con l'heavy power melodico tipicamente anni 90, ma arricchendolo con rimandi al progressive anni 70 e al doom. Il brano è piacevole, ammantato di un flavour melodico decisamente molto curato, benché la band si faccia preferire (per chi scrive) quando i tempi si fanno più lenti e le atmosfere più cupe e opprimenti. È un inquietante arpeggio a spalancarci le porte della trionfale NAMELESS ONE, brano heavy doom dalla pesantezza notevole e dallo spiccato mood epico graziato da un ottimo lavoro di tastiere e pianoforte.

È proprio la combinazione di chitarre ruvide e pesanti e architetture melodiche di gran classe, costruite attorno a un gran lavoro di voci e tastiere (rese ancora più ammalianti dallo spiccato flavour orientaleggiante che le contraddistingue), a costituire il tratto distintivo di un pezzo tanto lineare e catchy nella struttura quanto atmosfericamente accattivante nella sua resa finale, frutto del lavoro di una band che sembra davvero non lasciare nulla al caso, nella scrittura dei propri pezzi. È un mood molto 70's quello che apre la semi-ballad RETURN TO AGARTHI, brano in cui la band sembra voler esplorare a fondo il suo lato più maestoso e avvolgente, pur senza rinunciare ad arricchire il tutto con le sferzate heavy/doom che sono tratto distintivo del suo sound. Il brano è costruito attorno a splendidi crescendo musicali (arricchiti da orchestrazioni oculate e mai invadenti) che vedono la band passare da suadenti e carezzevoli arpeggi a incalzanti esplosioni elettriche, il tutto suggellato da un refrain ruffiano “il giusto”, attraverso una scrittura musicale comunque molto variegata e curata che gli permettono di risultare incisivo anche nei momenti in cui sarebbe stato facile sfociare nella ridondanza. Da sottolineare senza dubbio (qui come nel resto dell'album) la prestazione maiuscola dei singoli musicisti, tecnicamente preparati e in grado di conferire a ogni passaggio delle loro composizioni il giusto feeling, fra chitarre capaci tanto di riff solidissimi quanto di momenti solisti ispirati e di gran gusto, una sezione ritmica tanto quadrata quanto fantasiosa, un lavoro di tastiere che non si limita ad accompagnare gli altri strumenti, ma che invece è capace di ritagliarsi i propri spazi e la propria personalità all'interno del sound, e infine una voce espressiva e centratissima, il tutto unito in un connubio estremamente dinamico e affiatato. A ulteriore riprova di quanto poc'anzi espresso, ecco giungere la variegata CONDEMNED TO LIVE (arricchita dalla presenza dell'ospite vocale Clode, cantante dei doom metallers Tethra), brano dal mood piuttosto arioso e magniloquente, ma comunque costruito su un riffing molto solido e incisivo, in cui la band da nuovamente sfoggio della sua capacità di mantenere alta l'attenzione dell'ascoltatore anche quando si cimenta in brani dalla struttura decisamente complessa e composita. Per chi scrive, è proprio in questi frangenti che la band da il meglio di se, e lo dimostra sfornando un pezzo che, insieme alla bellissima opener, spicca come highlight assoluto dell'intero lavoro, fra riff heavy doom di gran pregio, maestose aperture epiche dallo spiccato mood “class-pomp/rock”, passaggi riecheggianti tentazioni prog e il consueto gran lavoro su melodie e linee vocali. Davvero un grande brano. L'album si chiude sulle note della pesante e cupa, per quanto melodicamente “spinta”, SOULCRUSH, altro brano in cui la band cerca di coniugare l'oppressiva impronta doom che la contraddistingue con melodie di stampo classico che fecero le fortune di un certo heavy/power (specialmente italiano) negli anni 90 (il quale, a sua volta, riprendeva un po' alcuni spunti che avevano fatto le fortune di molti gruppi melodic/class metal degli anni 80), con risultati tutt'altro che disprezzabili ma, qui, forse troppo zuccherosi, in alcuni momenti.

Il brano scorre comunque in modo molto piacevole, suggellando in modo forse non ottimale un album che riserva alcuni momenti davvero ottimi, unitamente ad una qualità complessiva decisamente molto buona, per una band dalla scrittura solidissima e dalle grandi potenzialità che raggiunge il suo massimo fulgore quando lascia scorrere libera la propria creatività su pezzi dallo sviluppo più complesso ed esteso.

Un ottimo lavoro, capace di attrarre sia il pubblico più avvezzo al classico epic-doom che quello alla ricerca di suoni meno pesanti e di melodie prepotenti e curatissime. Pemetranti e accattivanti allo stesso tempo. Promossi, ma con ulteriori margini di crescita.

 

75/100