26 GIUGNO 2020

Recensione a cura di Claudio Causio 

 

La quasi decennale carriera dei livornesi Crimson Thunder si riassume nel loro disco d’esordio Force of Reason, uscito lo scorso marzo sotto Volcano Records. L’album si compone di nove brani, tre dei quali già editi in un precedente EP intitolato Thunder Wrath (2016), il quale conteneva in chiusura anche una cover di Luna Nera, brano dei concittadini de La Strana Officina.

Ad ispirare la composizione dei Crimson Thunder è il power più noto, nelle forme disegnate da band come Hammerfall, dal cui disco del 2002 il gruppo livornese prende nome, oltre che il classico heavy metal anni ’80. Il tutto si riassume in un lavoro che riflette una particolare attenzione alla composizione delle melodie strumentali e alla sezione vocale che si compone di una parte corale ben curata e una voce principale, quella di Alessio Ricci, le cui alte tonalità non possono che riportare alla mente lo stile dei più noti cantanti power degli anni ’90. Le tematiche per lo più fantasy ed epiche confermano questa prima impressione, richiamando più volte Rhapsody, Manowar e i già citati Hammerfall come autorevoli riferimenti.

A testimoniare quanto ho appena affermato è già il brano d’apertura, Ouverture (dal titolo di “dreamtheateriana” memoria), una breve strumentale composta di pompose orchestrazioni, la cui melodia richiama quella della intro del brano successivo, e potenti percussioni, il tutto a comporre una canzone che getta l’ascoltatore in oscuri dungeon, già pittoresche ambientazioni della mitologia del connazionale Luca Turilli. Il richiamo è chiaro e distinto e si fa ancora più forte nel primo vero brano del disco, Ghosts in the Crimson Eye. A differenza della maggior parte di coloro che si inseriscono nel filone inaugurato dai Rhapsody (fra gli altri), la compagine livornese lascia ampio spazio agli strumenti elettrici a discapito delle orchestrazioni, solo a tratti davvero percepibili, effetto dell’influenza dell’’heavy che si impone sul power e a cui si deve l’immediatezza e le sonorità piacevolmente grezze che contraddistinguono la scrittura della band. Il sound si fa ancora più aspro nel pezzo successivo, A Song for the Undead, la cui potente introduzione lascia presto campo ad una strofa lenta e tranquilla, in cui predominano arpeggi e una voce quasi sussurrata. È proprio la voce che, sporcandosi e contaminandosi con lo scream, lancia il resto della canzone che alternerà momenti rapidi e intensi ad altri più lenti, lasciando campo qua e là a cori in growl.

Il power quasi accantonato torna prepotente nella traccia seguente che dà il titolo al disco, Force of Reason. Le ascendenze e le ispirazioni restituiscono inevitabilmente un brano che è al contempo potente e godibile, ma fin troppo allineato alla più nota tradizione power, non discostandosene affatto. Risulta infatti chiaro già dal riff di chitarra nella intro ed è ampiamente confermato dalla melodia vocale nel ritornello con le sue tonalità alte e quel gusto di epico e glorioso che hanno fatto la fortuna degli Helloween, i già citati Rhapsody e Hammerfall, che Force of Reason avrebbe abbandonato le referenze grezze per viaggiare su binari, certo sicuri e consolidati, ma anche ampiamente battuti. Resta tuttavia la canzone più godibile del disco.

Manipulator of Minds si pone per lo più sulla scia del brano precedente, enfatizzando però la sezione ritmica e dando spazio ad atmosfere più cupe. La melodia vocale spesso fa il paio con i riff di chitarra intorno a cui gira l’intero brano, come per esempio nel ritornello, restituendo un brano particolarmente accattivante ma comunque potente e crudo, in cui ogni strumento si ritaglia un personale spazio in cui emergere.

L’orecchiabilità del pezzo si trascina fino alla seguente Rain of Tears, brano dal respiro più giovanile, non a caso è anche la traccia di apertura della prima pubblicazione della band, l’EP di cui sopra. Elevate velocità e melodie, come già detto, particolarmente catchy restituiscono una canzone godibile e potente, nel più chiaro stile della band ben definito sin dalle prime battute del disco e ribadito dalla title track.

Delle ultime tre canzoni dell’album è rimasto poco da dire, non aggiungono infatti nulla a quanto sentito. Nota di merito però va alla traccia di chiusura, Tale of a Hopeless Revenge per la sua intro (e la outro che la richiama) misticheggiante dalle chiare ispirazioni folk.

Arrivati quindi al termine dell’ascolto, le conclusioni che possiamo trarre sono le seguenti: l’opera è godibile e piacevole, ben scritta e ben suonata, non c’è dubbio. Tuttavia emerge troppo il tentativo di richiamare, di omaggiare le figure del metal di venti anni fa, come i primi Rhapsody o Hammerfall, ispirazioni di cui ho già parlato sopra e su cui non è necessario soffermarsi ulteriormente. Insomma, quel che risulta è un’originalità compromessa sin dal nome della band, dichiaratamente riferito ad un album ben specifico. I Crimson Thunder hanno dimostrato di poter scrivere molto bene dell’ottimo power metal di stampo classico, producendo un disco che è sicuramente scorrevole e godibile, in cui ciascuna traccia presenta un elemento che la distingue dal resto. Adesso, se il gruppo è intenzionato a proseguire la propria carriera uscendo finalmente dall’ormai complicato labirinto del power, in cui ogni via porta ad un vicolo cieco che somiglia troppo a quello precedente e al resto del percorso, è necessario fare qualcosa di nuovo, portare la propria composizione su un livello diverso, magari osando qualcosa in più.

 

 

Voto: 74/100