26 AGOSTO 2020

Recensionea cura di

Edoardo Goi

 

Di tutti i generi che, nel corso del tempo, hanno appassionato il vostro umile scribacchino, il power metal è senza dubbio uno di quelli a qui mi sono maggiormente disaffezionato. Il passaggio dalla muscolarità figlia dello speed (sebbene poi opportunamente sviluppata e arricchita via via di nuovi elementi, non ultimo l'innalzamento esponenziale del gradiente di magniloquenza) dei top acts degli anni 90 come Blind Guardian, Gamma Ray e Stratovarius allo sproloquio tecnico apportato da acts quali i Dragonforce, nonché alla tronfiezza tastierosa e corale (a discapito del riffing chitarristico) di top sellers quali Sabaton e Powerwolf (per non parlare del “pirate-metal” da saltimbanchi portato al successo dagli Alestorm) non ha mai suscitato in chi scrive il benché minimo interesse. Se poi uniamo a questo l'omologazione delle produzioni, ormai tutte molto simili e plasticose, il gioco è fatto. È per questi motivi che, quando esce un album che se ne frega, magari anche ingenuamente, dei canoni musicali ed estetici odierni in campo power, riappropriandosi invece dello spirito che lo aveva reso grande ai tempi del suo massimo fulgore (e anche un attimo prima, quando il genere ancora non era esploso e veniva portato avanti da una ristretta cerchia di veri appassionati e senza schemi prefissati), il mio vecchio cuore da power-metaller si scioglie e riaffiorano sopiti ardori e passati entusiasmi.

È esattamente questo che è successo ascoltando questo ANCIENT TALES, opera prima della one-man band friulana dei CRYSTAL SKULL, figlia della visione artistica a base di sword & sorcery e chitarre affilatissime del mastermind Claudio “The Reaper” Livera. Alla larga da questo disco, quindi, chiunque non riesca a concepire un album power senza cori da quaranta elementi e orchestre da centoventi, fatto da chitarrine innocue e vocine zuccherose e lavoratissime, perché qui non troverete, nel bene e nel male, nulla di tutto questo. A parte un'iconografia e un concept che non possono non rimandare al lavoro dei primissimi Rhapsody, infatti, qui dentro troverete del gran power metal grezzo e diretto, figlio dei semi sparsi in epoche ormai lontane da band come Running Wild, primi Rage, primissimi Blind Guardian ed Helloween, il tutto unito a un palese amore per il lascito dell'epic metal più succoso, a base di Manowar, Manilla Road, Brocas Helm e Warlord, che aveva fatto le fortune dei primi Hammerfall (benché questo disco sia totalmente privo dell'approccio “alla Nuclear Blast” che caratterizzava le gesta della band di Cans & company). Registrato in proprio e pubblicato sotto l'egida dell'etichetta Underground Symphony, l'album si apre, come ogni concept che si rispetti, con una breve intro recitata a titolo THE BOOK (che già ci da modo di constatare come il progetto rifugga gli standard di pomposità che hanno caratterizzato il genere da un certo punto in poi della sua evoluzione) che lascia presto spazio all'arrembante cavalcata power di LAND OF THE DEAD, composizione pregna di umori che rimandano ai Running Wild di “Port Royal” e ai Rage del periodo “Perfect Man”-”Trapped!”, delineati da chitarre ruvide ma al contempo innervate da robuste melodie e da una struttura lineare e concreta, nonché da un approccio vocale ruvido e sgraziato che, se da una parte potrebbe far storcere il naso ad alcuni puristi del genere (anche a causa di alcune ingenuità figlie dell'approccio rigidamente “do it yourself” che caratterizza l'intero lavoro), dall'altro riesce a donare alla musica dei Crystal Skull la giusta atmosfera “grezzamente epica”, valore aggiunto irrinunciabile in una proposta come questa. A sentire il modo in cui vengono gestiti i cori, sembra davvero di trovarsi al cospetto di un album uscito nell'underground italiano degli anni 90 (e non solo), quando band come Heimdall e Drakkar pubblicavano le loro prime opere, destinate a diventare delle piccole gemme della scena nazionale (alla faccia dei tanti recensori con la puzza sotto il naso che ne deridevano le gesta perché ormai già assestati sugli standard di produzione e raffinatezza stabiliti nel genere da produttori come Charlie Bauerfeind o Sascha Paeth), sensazione amplificata dalla produzione dell'album che, sebbene di buon livello e priva di particolari punti deboli, di certo non raggiunge (per fortuna, vista l'atmosfera ricercata nei pezzi) i livelli di assoluta eccellenza raggiunti dal genere nel corso degli anni.

Ci si spinge su territori ancora più spiccatamente epici nella successiva STORMAXE, brano in cui, pur non rinunciando minimamente all'irruenza del power, la band spinge con forza sul versante fiero e magniloquente (soprattutto all'altezza del pre-chorus e del refrain, davvero molto riusciti).

Spicca su tutto il resto il buon lavoro di Claudio alla chitarra, sia che si tratti di sparare dai speakers riff affilatissimi, sia che si tratti di intrecciare melodie dirette ed efficaci, sia che si tratti di piazzare opportuni e ben concepiti assoli. Un pezzo che, per intensità e incisività, spicca senza dubbio come uno dei migliori dell'intero lotto. I tempi si fanno leggermente più contenuti nella robusta cavalcata metallica CRYSTAL LEGIONS, brano dai toni autocelebrativi decisamente mercati che mette in mostra tutto l'amore del mastermind del progetto per i Manilla Road più robusti e trascinanti, fra riff galoppanti, vocals ruvidissime e aperture epic talmente trionfali da strappare qualche sorriso per l'ingenuo ardore con il quale vengono esposte (anche a livello lirico), un sorriso quasi commosso perché memore dei tempi in cui non serviva darsi un tono da “scrittore/intellettualoide/storico di stocazzo” per fare del grande power/epic metal. Le atmosfere molto D&D di cui è impregnato l'album si fanno ancora più marcate nella successiva TEARS OF THE NIGHT, brano capace di coniugare in modo molto efficace gli Helloween dei primissimi lavori (quelli con Hansen alla voce, tanto per capirci) e gli Hammerfall più epici in una composizione spigliata e diretta decisamente efficace, resa ancora più incisiva e intrigante dai toni più cupi della media che la contraddistinguono. Le cose si fanno ancora più cupe e pesanti nella successiva THE EYES, con il suo riffing thrashy (che ricorda abbastanza da vicino quello di Manni Schmidt dei Rage su album come “Reflections Of A Shadow” o “The Missing Link”) e le sue vocals al vetriolo che, solo all'altezza dell'epico refrain, lasciano spazio a un approccio più classicamente power anni 90 (benché mai privo dei rimandi all'epic metal puro che caratterizzano l'album dalla prima all'ultima nota). Un brano molto accattivante e potente, non a caso scelto per fare da singolo apripista dell'album.

Si spinge decisamente sull'acceleratore con la successiva DIE BY MY AXE, ideale punto di incontro tra i Blind Guardian di “Battalions Of Fear”, i Gamma Ray di “Land Of The Free” e i Grave Digger più infoiati.

Una bordata power ante-litteram, fra chitarre torrenziali, intrecci melodici incisivi e ispirati, batterie deraglianti e linee vocali da fomento assoluto (rese ancora più efficaci dall'approccio “artigianale” col quale sono state realizzate), adattissimo a fare da apripista per la successiva THE LAST KING, che invece si rivela essere il brano strutturalmente più variegato e complesso dell'intero album. È infatti qui l'atmosfera a prendere il sopravvento sull'irruenza, sebbene non manchino momenti comunque decisamente muscolari a far da contraltare ad aperture acustiche e poderose marcie epic, il tutto incorniciato da una gestione molto efficace delle melodie e da un profluvio di cori di incontenibile epicità, per una composizione che mette in evidenza la capacità di Claudio di riuscire a mantenere alta la compattezza e l'intensità anche quando i tempi calano e gli arrangiamenti si fanno più probanti.

Si giunge così alla fine dell'album sulle avvolgenti note acustiche della power-ballad LAKE OF DREAMS,cui i toni spiccatamente folk, unitamente alla ruvida voce di Claudio, evitano di scivolare nell'eccessiva mielosità, andando così a chiudere su coordinate decisamente intimistiche un album invece contrassegnato da un approccio che più metallico non si potrebbe, che non porta sicuramente nulla di nuovo sulla scena (se non un approccio viscerale ed entusiasta che ormai latita, nelle band guida del genere), realizzato sicuramente con mezzi limitati e non privo di alcune ingenuità congenite all'approccio utilizzato, ma che saprà senza dubbio incontrare i favori di chi, come chi scrive, ancora cerca nel power quello spirito un po' “nerd” e “defender” che riusciva a rendere genuine ed intriganti anche le mega-produzioni passate e che, col tempo, si è quasi del tutto dissolto.

Un tuffo nel passato quindi, con un lavoro che potrà sembrare anche datato, ma che che rifugge ogni possibile accusa di anacronismo proprio in virtù della genuinità di intenti che traspare da ogni suo solco, opera prima di una band che, lavorando con impegno sulla caratterizzazione di ogni singolo brano, potrebbe riservarci in futuro lavori dalla portata ancora maggiore. Per ora, promossi senza indugi.

 

70/100