15 LUGLIO 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Una nuova, morbosa, entità si affaccia sulla scena death metal italiana.

Si tratta dei DEFECHATE, minaccioso combo costituito da due vecchie conoscenze della scena estrema nazionale come Luke Scurb (Chitarra e batteria, già con Humangled e Suture Messiah) e Giuseppe “Tat0” Tatangelo (Voce e basso, già con Zora, Throne Of Flesh e, soprattutto, Glacial Fear), qui aiutati da Fred Valdaster , già batterista degli appena citati Humangled, per quanto riguarda le parti di batteria della opening track “Electrocution”.

Nome nuovo del nostro panorama estremo, i Defechate esordiscono nel gennaio di questo annus horribilis con il loro primo ep, il presente OVERTHROWN INTO OBLIVION, e lo fanno all'insegna di un death metal senza dubbio cupo e macilento, ma anche non privo di spunti personali e particolari decisamente interessanti.

Inquietante e minaccioso fin dalla splendida copertina, l'ep si apre con l'inequivocabile dichiarazione di intenti di ELECTROCUTION, brano brutale e old school (benché mai eccessivamente spinto dal punto di vista della mera velocità) che ci riporta alla mente tanto i primi Immolation quanto il death metal spurio e ancora contaminato dal thrash metal tipico dei Massacre e dei primi Autopsy.

La voce è marcia e ringhiosa, ma non pasticciata, e i musicisti danno fin da subito l'impressione di padroneggiare in modo totale la loro materia musicale così come i loro strumenti, fra riff ottimamente congegnati e una sezione ritmica precisa e potente.

A donare imprevedibilità al brano, ecco giungere uno stacco centrale dai connotati prog che rimanda senza indugi ai primi tentativi fatti in tal senso dai Death di “Leprosy” e “Spiritual Healing”, nonché gli episodi più complessi degli Autopsy del periodo “Mental Funeral”, il tutto arricchito da azzeccate dissonanze capaci di donare al tutto un'atmosfera ancor più trasversale e deviata.

Un brano d'apertura davvero incisivo e accattivante.

Si prosegue con l'ancora più particolare ROTTEN PLANET DIES, caratterizzata da un basso nervoso ed estremamente presente nel mix e da un approccio atmosferico ancor più straniante e trasversale del brano precedente, pur senza perdere mai di vista l'efficacia e la concretezza del death metal vecchia scuola, base d'appoggio sulla quale i Defechate costruiscono la loro visione psicotica del genere.

Echi dei migliori Immolation si fanno sentire nella strutturazione complessa e opprimente del brano, fra repentine accelerazioni, rallentamenti soffocanti e riff scuri come la pece, mentre la gestione delle melodie ricorda in alcuni punti i primissimi Morbus Crohn (si tratta di riferimenti espressi al puro scopo di dare un'idea di ciò che si può trovare tra questi solchi, visto che i Defechate possono contare, già solo dopo un paio di pezzi, su un'impronta personale decisamente spiccata), per un pezzo tanto annichilente quanto obliquo nella sua resa finale.

Si picchia durissimo nella successiva OVERTHROWN INTO OBLIVION, title track azzeccatissima in cui, a furibonde accelerazioni al fulmicotone, fanno da contraltare rallentamenti dal groove notevole (memori della lezione dei maestri Obituary, mentre il basso molto presente ci rimanda ad alcune cose dei Sadus) e porzioni più psicotiche che ricordano l'approccio anticonformista alla materia metallica dei mai abbastanza lodati Voivod (il che, in alcuni momenti, ci rimanda giocoforza ai Glacial Fear più schizoidi).

Si tratta di un pezzo che fa della discontinuità e dello spiazzamento la sua arma principale, colpendo nel segno come meglio non potrebbe,

Rimarchevole la prova dei singoli musicisti, con una menzione particolare per il lavoro del chitarrista Luke che, fra riff brutalissimi e altri finemente cesellati, splendide dissonanze e finezze assortite, fornisce una prova davvero maiuscola, qui come sul resto dell'ep.

Echi dei Pestilence di “Spheres” e dei primi Nocturnus sembrano pervadere la siderale THE PULSING CRUST, brano che sembra davvero partorito nello spazio profondo e gelido, buio rifugio di minacce millenarie che questo brano sembra evocare con una facilità sorprendente.

La voce è qui più gutturale e inquietante che mai, mentre le contorsioni ritmiche del pezzo non fanno che aumentare a dismisura il senso di strisciante terrore che pervade la composizione, resa ancora più opprimente dall'uso oculato di samples e stacchi rarefatti di grande presa emotiva.

Un brano pesantissimo, soffocante e bellissimo, dove stavolta è il basso a prendersi il proscenio e menare le danze, imperversando in lungo e in largo lungo l'intera sua durata.

Senza dubbio uno degli highlight dell'intero lavoro, che si conclude sulle note della devastante LA MORTE, LA STESSA, brano brutalissimo (reso ancora più graffiante dall'uso dell'italiano, per le liriche), inaugurato da un'armonizzazione chitarristica che non può non richiamare alla mente, ancora una volta, i Death del compianto Chuck Schuldiner, e contrassegnato da opportuni stacchi di stampo death/thrash così come dalla consueta predilezione dei nostri per le melodie trasversali e dissonanti, che stavolta vengono però utilizzate più come un contorno, lasciando il proscenio a brutalità e impatto.

Un brano prefetto per concludere un ep davvero succoso e ricco di spunti, che ci presenta una nuova realtà italica da tenere assolutamente d'occhio, capace com'è di accontentare tanto i fan del death metal più marcio e mefitico quanto quelli delle sue derivazioni più tecniche e trasversali, il tutto unitamente a una capacità di scrittura di primissimo ordine.

Davvero una bellissima sorpresa. Da avere assolutamente.

 

90/100