15 GENNAIO 2020

Recensione a cura di 

Edoardo Goi

 

Provocare, provocare e ancora provocare. Chiunque segua la scena estrema italiana da qualche annetto sa che fin dalla prima incarnazione della creatura di G\Ab Svenym Volgar dei Xacrestani, nata nel ormai lontano 1991 sotto la denominazione Deviate Ladies e modificata nel 1999 nell'attuale moniker DEVIATE DAMAEN, la provocazione è sempre stata alla base delle gesta artistiche del progetto.

Posizioni politiche scomode ed estreme ostentate con noncurante superbia, atteggiamenti sopra le righe sfacciati e disturbanti sottolineati da onnipresenti sogghigni soddisfatti e un'immagine ambigua, tanto perversa quanto elitaria, il tutto unito ad un approccio artistico trasversale, ibrido e profondamente concettuale, hanno sempre fatto di questa realtà una delle più inclassificabili e difficili da maneggiare dell'intero panorama italico.

L'arte di spiazzare l'ascoltatore la fa da padrone fin dai tempi del debutto Religious As Our Methods del 1997, con la band impegnata fin da allora nella rappresentazione in musica del suo ideale teatro dell'assurdo incarnato in composizioni liquide, mutevoli ed estreme, strutturalmente amorfe ma al contempo capaci di una carnalità e di un peso specifico notevoli, e le cose non cambiano con questo nuovo IN SANCTITATE, BENIGNITATIS NON MISERETUR !, quarto full lenght del gruppo giunto a distanza di quattro anni dal precedente “Retro-Marsch Kiss” (che, a sua volta, aveva interrotto un silenzio, a livello di album di inediti, che durava fin dal 1999, anno di pubblicazione del secondo album, “Propedeutika Ad Contritionem-Vestram!”) e preceduto dallo strano esperimento di “Nel Limbo D'Un Codice A Barre”, brano unico uscito nella notte di Natale del 2016 incentrato sulla dura quanto sarcastica critica all'editoria e al mondo delle case discografiche.

Forti di una line-up quasi invariata rispetto al precedente full-lenght, costituita dal mastermind storico Volgar alla voce, Aby alla chitarra, Cyberwolf alla chitarra e tastiere, Ark alle tastiere e al theremin, J.J. Blackstar alla batteria e al basso e Lili Lilien alla voce femminile, e pubblicati dalla nostrana masked Dead Records, i Deviate Damaen ci presentano un'opera imponente, dalla durata di quasi settantacinque minuti, suddivisa in dieci capitoli all'insegna della massima estrosità artistica e della massima libertà espressiva, benché leggermente più strutturati e compatti rispetto a quelli del precedente full lenght.

Gli ingredienti base sono quelli dell'epic,del doom e del black metal, ma il tutto rivisto sotto la lente deformante tipica del gruppo, che inaugura questo lavoro con le solenni quanto lugubri campane di L'ANGELO PREFERITO, IL PRIMO INSORTO, IL PIU' ANTICO DANNATO, campane su cui si staglia un alternarsi di voci recitate (come sempre, in italiano, caratteristica che ritroveremo nelle liriche dell'intero lavoro) maschili, femminili e anche di bambini, fulcro di un brano teatrale e sacrale che si sviluppa come un'orazione dalla grande potenza espressiva, format non nuovo nel linguaggio dei Deviate Damaen, che conferma una volta di più la sua maestria in simili frangenti.

Discreto ma fondamentale l'oculato uso di tastiere, synth e samples, capaci di donare al brano la profondità e l'opportuno sostrato atmosferico in grado di farne risaltare al massimo la teatralità senza che nulla appaia slegato o abbozzato ma, anzi, conferendo al tutto una coerenza di base davvero invidiabile.

Il brano funge da lunga intro al primo brano musicale vero e proprio dell'album, intitolato TETHRUS e suddiviso in cinque movimenti splendidamente esplicativi dell'eterogeneità delle anime che lo compongono, fra cupi andamenti doom, impennate black, momenti di epicità estremi e porzioni dominate da sample e synth come sempre gestiti in modo superbo, il tutto marchiato a fuoco dalle vocals come sempre estremamente teatrali di Volgar e Lilì, senza dubbio valore aggiunto e tratto distintivo essenziale per l'intero progetto.

La scelta di cantare tutte le liriche in italiano da modo di apprezzare la cura posta dalla band per questo aspetto della propria proposta, a prescindere dalla sensibilità di ognuno nei confronti dei concetti in esse espressi, come sempre estremi e privi di compromessi.

Il brano è intenso e vibrante, e non concede nessun calo ne di attenzione ne di intensità lungo tutti i suoi quasi dodici minuti di durata ma, anzi, fornisce un'ulteriore prova delle capacità della band di scolpire fin nei minimi dettagli le proprie sculture sonore con estrema sapienza e coscienza dei propri mezzi, raggiungendo in modo mirabile gli obbiettivi artistici prefissati.

Ancora cori dai toni sacrali e parti recitate aprono le danze della successiva SACRE GESTA CAVALCANO IL METALLO/HEILIGE TATEN REITEN DAS METALL , prima che un'esplosione di metallo epico e classico si impossessi del brano, ottimamente screziata da interventi più vicini al doom metal.

Il brano è potente e diretto, pur senza rinunciare alla teatralità tipica del gruppo, qui portata ai massimi livelli grazie all'uso dell'evocativa lingua tedesca in alcuni passaggi. Come sempre strepitosi gli interventi di tastiera e synth ad opera di Ark (che ricordiamo anche alla corte degli strepitosi Hanormale, band nostrana di avant-garde black metal), splendidi sia quando si tratta di costruire la giusta atmosfera di base dei pezzi che quando si tratta di prendersi il proscenio per sottolinearne determinati passaggi.

Un brano che verrebbe da definire quasi stranamente “semplice” e diretto, ma non per questo meno stratificato o dettagliato rispetto agli standard della band, tutt'altro.

Tocca quindi alla bislacca marcetta di SANTO FRA' DIAVOLO, SPARA PER NOI riportare l'album su coordinate più deviate e stranianti, prima di lasciare posto a un'esplosione in puro stile black metal, benché ammantata da un'atmosfera comunque obliqua quanto indubbiamente epica.

E' proprio su questa alternanza di black metal e momenti bislacchi e “popolari” (ivi compresi samples ad hoc) a costruire l'ossatura di un pezzo tanto particolare quanto riuscito, fra momenti di ironia ridanciana ed altri di fiera belligeranza.

E' il vuoto esistenziale tipico di una certa dark wave ad accoglierci invece alle porte della successiva ASPETTERO' L'ALTROVE, brano chiamato a spezzare l'impatto decisamente sostenuto degli ultimi brani e che ci dà modo di apprezzare l'abilità compositiva della band anche quando si tratta di dare risalto al loro lato più melodico, grazie ad intrecci semplici ed efficaci.

L'interpretazione dai toni melodrammatici di Volgar è da applausi, così come l'afflato disperatamente romantico dell'intero brano, fra rimandi ai migliori The Cure e Sisters Of Mercy rivisti attraverso l'ottica decadente tipicamente Deviate Damaen.

Brano dall'impatto emotivo straordinario.

Si torta al teatro musicale più provocatorio con la successiva I TAROCCHI DELLA VOSTRA SFIGA, misto di parti recitate e sample registrati quantomai provocatori che potrebbero infastidire non poco l'ascoltatore più politically correct , ma che rientrano in modo decisamente coerente con le filosofie da sempre propugnate dal progetto, che non sorprenderanno, quindi, affatto i seguaci di lungo corso delle gesta della medesima.

Si torna a picchiare duro con la riproposizione in versione black-doom di un brano del gruppo risalente al lontano 1994, intitolato FONT NEAR THE OSSUARY, ripreso con convinzione ed attualizzato in modo da renderlo coerente con questa nuova opera, pur senza perdere la ferocia e la necessaria ruvidezza di fondo, ma anche senza rinunciare ad amplificarne l'aspetto teatrale.

Il brano risulta convincente ed estremamente incisivo, in grado di donare un tocco di immediatezza e brutalità ad un album senza dubbio estremamente stratificato e ragionato fino nel più piccolo dei particolari.

Si torna alla provocazione frontale con la recitata FRATELLI D'OCCIDENTE, SALVIAMOCI DALL'ESTINZIONE! (il cui titolo già lascia pochissimo all'immaginazione riguardo al suo contenuto concettuale), costruita su una base tanto acida quanto epica e marziale che, a prescindere dal contenuto concettuale, risulta comunque convincente ed estremamente efficace nella resa atmosferica ricercata dal gruppo. Sono splendidi archi ad accompagnare le preghiere di morte di Volgar nella breve SIGNORE E DIO (FALCE) IN TE CONFIDO, altro brano dai connotati fortemente teatrali chiamato ad introdurre l'ultimo brano-non brano di questa complessa opera, intitolato L'URLO DEL CAPPUCCINO (NOSTRANA “ONKALO” TORTURE OUTRO) che, a conti fatti, si rivela essere composto da sei minuti di sample realizzati registrando (o in modo da ricordare) il noto, insopportabile rumore della macchina utilizzata per realizzare la famosa bevanda calda e distorcendolo a livelli ancora più fastidiosi.

Un'outro che solo in un disco del genere poteva trovare un senso, nel suo essere insensato.

Si conclude così un disco che, pur nato per provocare, vive anche di una verve creativa forse mai così focalizzata e fruibile da parte di un gruppo che molti odiano per le idee che da sempre esprime, ma che si rivela assolutamente inattacabile dal punto di vista artistico e musicale.

Un signor album, che mi sento di raccomandare a tutti gli ascoltatori maggiormente avvezzi alle sonorità più avant-garde del metal estremo e refrattari al polically correct.

 

Discussi e discutibili quanto unici e capaci.

Una vera opera d'arte a tutto tondo, checché se ne pensi.

 

100/100