13 SETTEMBRE 2019

Recensione a cura di Claudio Causio

 

In un’estate che volge al termine è davvero piacevole l’ascolto di un godibile disco symphonic metal, in particolare se si tratta di un lavoro come Labyrinth of the Fallen Angels, primo vero album degli Elysium. La band nasce nel 2013 ad Orvieto, paesino umbro in provincia di Terni, per volontà del bassista Marco Monetini, del violinista Christian Arlechino e del batterista Flavio Lovisa. Già attorno al 2015 la compagine umbra si dedica alla scrittura e alla registrazione di un primo EP, intitolato “Symphony of a Forest”, e solo successivamente la formazione si completa grazie all’inserimento di Simone Moratto alla chitarra, di Claudia Poce alle tastiere e di Daphne Nisi alla voce. Con questo amalgama, il gruppo entra nel 2019 con in mano il suo primo vero album, Labyrinth of the Fallen Angels, di cui si parlerà in questa sede.

L’opera si compone di dieci godibili tracce che si muovono sul più classico degli sfondi metal-sinfonici, vagando tra un rock ritmato e fruibile e le sfumature gothic, avvalendosi in maniera massiccia del violino e delle tastiere. Il tutto è condito dalla voce femminile, che però rischia di schiacciare la band sotto il peso di un’eccessiva canonicità del genere. Tuttavia, l’opera non manca di maturità e orecchiabilità: i pezzi risultano sempre godibili per qualsiasi orecchio, senza sfociare mai né nell’estremo, né in tempi eccessivamente rallentati. Perciò, non è presente neanche una ballad, così come non è possibile rintracciare un brano particolarmente energico, ma ciascuno si muove per lo più sulle stesse velocità, arricchendosi qua e là delle armonie offerte, oltre che dalla chitarra e dalle tastiere, anche dalla sezione corale, che solo una volta si avvale dello scream (durante la settima traccia, Siren). Chiari esempi di questa mistura di tempi mai troppo accelerati, ma neanche eccessivamente rallentati, sono rintracciabili in Close To You e Nobody Knows, rispettivamente sesto e nono brano, ma soprattutto in Turn Around, il cui progredire è scandito, oltre che dal solito violino, anche dal pianoforte, che si inserisce dopo i primi due minuti per poi ripresentarsi sul finale, accompagnando l’orecchio dell’ascoltatore al pezzo successivo.

Il sound pulito e ben lavorato permette ad ogni strumento di emergere nel momento giusto componendo un insieme definito e mai confusionario, lasciando qua e là quel “quarto d’ora di gloria” a ciascuno dei membri della band. Quello che emerge, in definitiva, è un mix di folk metal e di classic rock con chiare ascendenze prog che, attraverso i suoni della tastiera, strizzano l’occhio al gusto “futurista”. Chiari esempi sono le prime due tracce, Black Hole ed Evanescent, le cui intro spediscono l’ascoltatore avanti nel tempo, in un mondo fantascientifico, un’atmosfera rotta dal violino, legato a doppio nodo con quel folk metal “à la Elvenking” strettamente connesso all’immaginario misticheggiante di un passato pagano e bucolico, che risuona nell’intero disco, ma è particolarmente chiaro nell’intro di Before The End.  Inoltre, non manca in tutta la fatica discografica la vena più “pop”, che rende i brani godibili anche a chi non mastica metal e che emerge con forza nella quinta traccia, Fight For All Your Love, e nella successiva Close To You.

In conclusione, l’album si inserisce in un genere ben assestato e affollato, per cui risulta particolarmente difficile emergere con contenuti in tutto e per tutto originali. Per questo motivo, Labyrinth of the Fallen Angels qua e là risuona dei più importanti nomi della categoria (basti pensare a Nightwish e Within Temptation, dagli Esylium stessi segnalati come alcune delle più grandi ispirazioni), tuttavia risulta comunque un disco piacevole, ben scritto e prodotto, godibile e facilmente accessibile, senza eccessive pretese, ma che comunque pone ad un livello alto l’asticella della band. Inoltre, è da apprezzare il mix di passato, presente e futuro che emerge dai tratti caratteristici del lavoro e che amalgama quel prog metal che fa largo uso di suoni elettronici futuristici, e il folk metal, apprezzabile grazie al violino, che si connette direttamente con un “prima” ancestrale e mistico. Insomma, l’album non spicca per eccessiva originalità, ma è innegabile che si configuri come un ottimo punto di partenza, come un biglietto da visita più che adeguato per la compagine di Orvieto, che dimostra ottime doti musicali non solo tecniche ma anche, e soprattutto, in fatto di composizione, riuscendo a porre sul tavolo una grande quantità di melodie, tra voce, cori, chitarre, tastiere e quant’altro, degna dei più grandi autori del symphonic power. Gli Esylium possono ora tornare in studio con la consapevolezza di poter crescere e consolidare un sound e uno stile ancor più unici.

 

 

 75/100