5 GIUGNO 2019

A cura di EDOARDO GOI

 

Capita a volte, nel “mestiere” di recensore, di ritrovarsi fra le mani lavori che si rivelano autentici rompicapo, e la cui descrizione e sintesi si risolve nel continuo tentativo di incastrarne in vario modo i pezzi nel tentativo di formare un quadro completo che possa essere comprensibile ed esaustivo per l'eventuale lettore. È questo il caso del terzo sulla lunga distanza dei milanesi HANORMALE, folto collettivo di musicisti (sono ben 13 quelli coinvolti nella registrazione di questa opera) facenti capo al mastermind Arcanus Incubus (già con Mystical Fullmoon, Deviate Deamen e Labyrinthus Noctis, e fondatore del progetto nel 2009), intitolato REBORN IN BUTTERFLY e licenziato dall'attivissima etichetta nostrana Dusktone Records (ulteriore indizio rivelatore, se ce ne fosse bisogno, del fatto di trovarsi fra le mani un lavoro di certo non esattamente convenzionale).

Non esattamente convenzionale, come da tradizione per il progetto, è anche il modus operandi con cui questo album è stato realizzato; al normale processo compositivo, infatti, il mastermind Arcanus Incubus ha preferito un approccio piuttosto insolito, chiamando il batterista Mox Cristadoro (MonumentuM) a improvvisare pattern ritmici seguendo come unica traccia ispiratrice la lettura di parole estratte in modo casuale dal dizionario italiano, suddivise in sillabe e fonemi atti a essere rappresentati dai vari elementi dello strumento ritmico, tracce ritmiche su cui gli altri elementi del collettivo hanno aggiunto le proprie parti fino ad ottenere questo flusso sonoro che la band per prima descrive come “idee estrapolate dal caos”. Non lasciatevi fuorviare però da questa descrizione; se pensate di trovarvi di fronte a un inestricabile guazzabuglio sonoro, vi sbagliate di grosso. Il collettivo sa quello che fa, e sa come muoversi, e il risultato è molto più focalizzato e organico di quanto le precedenti parole possano lasciar trasparire. Il lavoro svolto dai vari membri (oltre ai già citati Arcanus Incubus, che si è occupato di tastiere, sintetizzatori, percussioni etniche varie e programming, e Mox Cristadoro alla batteria “progressiva”, troviamo Max Zambruni, che si è occupato invece delle parti di batteria estreme, Ste Naked al basso, Emiliano Bazzoni al sax, Igor Carravetta al didgeridoo, Jeko alle percussioni e parti industrial, Deimos e Dirac Sea alle chitarre, Aldous Colciago alla voce clean, Arghangel Martyrium alla voce growl e scream, Luca Rampini al pianoforte e Zrcadlo al violino) è infatti impressionante sia per ispirazione che per espressività, oltre che per tecnica e lucidità, e il risultato finale, benché piuttosto avanguardistico, risulta non solo affascinante, ma anche estremamente godibile, se si è disposti ad ascoltare il risultato finale con la mente sgombra da ogni possibile barriera o preconcetto musicale. Unica eccezione al modus operandi precedentemente descritto, la prima traccia, intitolata IT IS HAPPENING AGAIN e concepita come un destrutturato tributo alla celebre serie televisiva Twin Peaks, oltre che come trait d'union col precedente lavoro della band. Nonostante il suo essere avulsa dal metodo di composizione utilizzato per il resto dell'album, la traccia rivela già molto dell'approccio alla materia musicale del progetto, col suo melange musicale che va dal black metal, al progressive, al jazz, fino all'industrial e al noise, il tutto miscelato in modo estremamente organico e con una spiccata evocatività visuale, grazie agli evidenti rimandi alla musica da colonna sonora che, benché ovvi in questa traccia, risulteranno altresì fondamentali per legare il materiale musicale dell'intero lavoro. È il secondo brano, intitolato LIKE A HUG, DARKNESS EMBRACES US ALL, a inaugurare il non convenzionale approccio alla composizione precedentemente descritto, e lo fa sull'onda di una base ritmica dai rimandi decisamente jazz-fusion; rimandi che il lavoro di pianoforte e sax non fanno che amplificare a dismisura, benché l'uso delle chitarre, decisamente dissonanti, e l'alternanza di voci pulite e scream, abbia gioco facile nel richiamare le atmosfere estreme ma al contempo avanguardistiche di pionieri del genere come Ved Buens Ende e Fleurety.

Deliziosi anche gli stacchi progressive centrali e l'utilizzo delle percussioni etniche, elementi in grado di contribuire in modo sostanziale al tratteggio di un quadro sonoro quantomai variegato, ma al contempo decisamente incisivo e dal potere evocativo spiccato. Con la successiva HUMAN? l' atmosfera si fa decisamente più plumbea ed estrema, fra riff pesantissimi figli del miglior death-doom, growl cavernosi, synth liquidi e psicotici e aperture black senza pietà, nonostante l'intro di didgeridoo, nonché l'uso sempre curato e intrigante delle tastiere e della rumoristica non facciano mancare mai al brano la componente avanguardistica che è caratteristica principale dell'intera opera. Il mood del brano è funereo e soffocante, contrappuntato da aperture dagli spiccati sentori malinconici che rendono il tutto ancora più incisivo ed efficace, ed è rivelatore delle capacità della band di saper gestire con grande maestria una vasta gamma di ambientazioni sonore, dalle più delicate ed eteree a quelle più implacabili ed estreme. Introdotta da canti dal sentore ritualistico, la traccia successiva, dal curioso titolo SATAN IS A STATUS SYMBOL, ci riporta in territori più trasversali e sperimentali, con echi degli ultimi Solefald (in particolare quelli del capolavoro Kosmopolis Sud) a stagliarsi su una base ritmica dai toni tanto jazzati quanto etnici e marchiata a fuoco da un'interpretazione vocale magistrale, sia per forza espressiva che per mera scelta delle linee vocali, davvero avvincenti e “oblique” al punto giusto. Ancora una volta splendidi gli intarsi di sax, sempre ispiratissimi e capaci di prendere per mano l'ascoltatore e guidarlo fra i meandri di una musica non certo convenzionale con una facilità disarmante. Esplosioni black furibonde e un uso inquietante e deviato dei cori vanno ad arricchire la parte centrale del brano, mentre il finale, deliziosamente avvolgente quanto disturbante, va a suggellare un brano che si rivela come l'ennesimo, spettacolare affresco sonoro. Se già la precedente traccia aveva un titolo curioso, la successiva GHETTOBLASTER BLACKMETAL si spinge ancora oltre, e si risolve in un brano dalla durata piuttosto contenuta caratterizzato da un black metal decisamente diretto e dai connotati spiccatamente old school, in odore di Carpathian Forest e Horna (quindi non privo di una componente black&roll piuttosto marcata), andando così a fornire un nuovo colore (decisamente nero) al caleidoscopio sonoro del lavoro, preso nel suo insieme. È uno splendido violino, accompagnato da tastiere, synth e da una batteria nuovamente dai toni jazz-prog, ad accoglierci alla soglia della successiva HAKOZOSU (che ci ricorda la fascinazione che da sempre la band ha nei confronti della mitologia giapponese), prima che una brutale accelerazione di stampo symphonic black travolga tutto ciò che trova sul suo cammino. E' proprio su questa alternanza fra porzioni avvolgenti e dal tono soavemente folk e sfuriate black (benché accompagnate da voci pulite, in un contrasto che ricorda ancora una volta il gruppo di Lazare e Cornelius, nella sua fase più avanguardista) a marchiare a fuoco il dipanarsi del brano, reso semplicemente spettacolare da pattern ritmici semplicemente bellissimi, coadiuvati da percussioni etniche usate con grandissimo gusto e da un uso di tastiere, elettronica, synth, basso e strumenti tradizionali semplicemente da applausi a scena aperta, soprattutto nella sua strepitosa porzione centrale. Pura magia in musica. L' alternanza fra brani più sperimentali e brani più estremi viene spezzata dalla successiva CADENTIBUS ORGANIS, brano nuovamente adagiato, almeno inizialmente, su uno splendido incastro fra batteria e percussioni etniche, salvo poi esplodere in un tripudio di metal dai maestosi toni sacrali, arricchito dal sovrapporsi di voci dal tono quasi lirico e spietati scream al vetriolo e devastato, nella sua parte centrale, da sfuriate black metal furibonde, prima che i toni sacrali e le maestose orchestrazioni riprendano il controllo del brano guidandolo verso il suo finale trionfale. La successiva, lunga, RARE GREEN AREAS, si rivela come una lunga piece rumorista tratteggiata da pianoforte, violino, tastiere, sax, didgeridoo e percussioni, su cui una voce decisamente espressiva si occupa di recitare un breve racconto, prima che il brano si trasformi in un'inquietante sarabanda di industrial black metal deviato e incalzante, qua e la stemperato dai toni malinconici donati da un sax e un pianoforte strazianti, a loro volta fagocitati da una rumoristica inquietante e implacabile. Un brano senza dubbio osato e ostico, che solo calandosi completamente nell'attitudine dadaista dell'opera potrà essere apprezzato fino in fondo. Si torna in territori vicini alla tradizione musicale giapponese con la successiva, incalzante e deviata EL TANNOURA, introdotta da una insistita cantilena e contrassegnata da un livello di follia compositiva davvero fuori controllo, fra variazioni ritmiche improvvise, che vanno dai rimandi etnici, al jazz, al black fino alla polverizzazione ritmica totale, e cambi di umore e atmosfera del brano assolutamente schizzati, spesso posti volutamente in contrasto con la base ritmica di accompagnamento,. A creare un quadro sonoro a dir poco surreale e disturbante, che l'uso estremo e deviato di sample ed elettronica rende a tratti quasi insostenibile e doloroso, benché, a conti fatti, comunque interessante e perfettamente inserito nel contesto di un album nato per non rispettare alcuna regola o paletto musicale. A seconda di come ci si rapporti, questo brano può risultare divertente, intrigante, sconnesso o semplicemente insopportabile, ma di certo non lascia indifferenti. L' inizio della successiva IPERREALISMO sembra donarci un po' di pace, dopo due brani senza dubbio decisamente impegnativi, e in effetti le avvolgenti tastiere e synth, accompagnate da un pattern ritmico decisamente più lineare di quanto proposto negli ultimi brani, e i toni umbratili, soffusi e dark del brano, benché riproposti in modo decisamente acido e disturbante, contribuiscono a ricreare un'atmosfera, se non meno tesa, per lo meno meno delirante e pressante rispetto ai suddetti, benché non manchi anche qui la componente disturbante, sotto forma di rigurgiti black rugginosi e laceranti, stemperati da porzioni dai toni quasi noir e inglobati in un'ambientazione sonora trasversale e inquietante che un finale marzialmente industrial black metal contribuisce, a conti fatti, a rendere ancora una volta schizoide e deviata.

Anche l'inizio della successiva THE SEARCH FOR THE ZONE, soffusa e umbratile, arricchita da toni nuovamente noir donati ancora una volta da un sax ispiratissimo, non è che un fuoco di paglia, e fa da preludio a un'esplosione black guidata da una doppia cassa devastante e velocissima e da uno scream incalzante e straziante, prima che il contrasto creato da un delizioso violino, adagiato su una base ritmica maggiormente progressive e con un basso in grande evidenza (da rimarcare il lavoro incredibile svolto da questo strumento lungo l'intero arco dell'opera) e aperture dai toni raccolti in cui la voce si fa strumento recitante e melodrammatico vadano a creare un quadro sonoro nuovamente complesso e cangiante, benché lontano dall'estremismo deviato dei brani immediatamente precedenti.

A concludere questo impegnativo lavoro, ecco giungere REQUIEM FOR OUR DEAD BROTHERS, delicata ballad pianistica dai toni malinconici che costituisce la classica quiete dopo la tempesta, e suggella un album sicuramente rivolto a un pubblico di nicchia, amante della sperimentazione, anche portata a livelli estremi, e della libertà artistica ed espressiva più totale.

Un pubblico in possesso di un vasto bagaglio di ascolti e privo di qualunque barriera musicale nell'approcciarsi agli stessi, che qui potrà trovare di che gioire tra le pieghe di un album senza dubbio impegnativo e che richiede la più completa attenzione da parte dal fruitore, ma in grado di regalare sprazzi di autentico entusiasmo sensoriale lungo l'intero suo dipanarsi. Tanto ostico quanto grandioso. Per che scrive, assolutamente straordinario. Capolavoro.

 

100/100