1° MAGGIO 2020

Recensione a cura di Daniele B.

 

Gli Hell Riders iniziano a prendere forma nel 2017, quando due componenti della band Beyond Death of Humanity decidono di riproporre i propri brani in chiave heavy metal. Nel 2018, a Richard Crowley e l’ormai ex batterista Jo, si unisce Dave Jolly, cantante che segnerà la vera nascita degli Hell Riders di oggi. Dopo essere passata attraverso diverse formazioni, si arriva a quella attuale, formata tra Italia e Svizzera, composta da: Dave Jolly (voce), Richard Crowley (chitarra solista), Luke Mad Manta (chitarra ritmica), Caty Van Alchemy (basso), Jimmy Dirt (batteria). Dopo alcune esperienze live, il 1° dicembre 2018 firmano con l’etichetta discografica Volcano Records & Promotion e il 17 dello stesso mese iniziano a registrare il primo disco.

First Race è un buon album di Heavy metal old school. I canoni del genere ci sono tutti: chitarre taglienti, voce urlata, una batteria che martella velocemente e il basso presente rendono il sound di questi svizzeri, direttamente venuto dal passato, come se i maestri del genere si fossero fusi in loro.

L’Artwork è anch’esso di piena ispirazione ottantiana, con la morte a cavallo di una moto.

L’Album si apre con “Turbolizer”: ottima opening che coinvolge l’ascoltatore, che fa capire subito dove la band vuole trasportare chi ascolta. Un groove musicale coinvolgete, una potenza di Heavy Metal puro e ben presente in questa canzone.

Si continua con “Ghost Rider”: rumori di catene e una voce profonda fanno subito capolino nelle orecchie di chi ascolta. La canzone ha un mood oscuro, l’allegria della traccia precedente è scomparsa e ha lasciato spazio all’oscurità. L’ascoltare e ben coinvolto e si far trascinare dalla band in questo viaggio che questi ragazzi svizzeri gli hanno preparato.

Terza traccia “Soldier of Steel”: questa canzone è un tributo agli anni ‘80, purtroppo però gli omaggi privi di personalità ma pieni di cliché alcune volte scendono nel ridicolo, in quanto non è più un omaggio ma un vero e proprio plagio. Musicalmente non inventano nulla ma nel complesso è una canzone godibile.

Quarta traccia “Dragon Power”: canzone buona, con delle ottime idee originali fatte senza snaturare il sound old school che la band propone, anzi, rendendolo moderno ma senza esagerare. Potenza e innovazione sono le due parole chiave per descrivere il brano. La band crea un groove personale, l’ascoltatore e ben coinvolto dal sound della band. Canzone quasi power in certi passaggi.

Quinta traccia “Mechanics Armada”: buona canzone con un ritmo coinvolgente, dalla composizione ragionata con passaggi semplici ma ben studiati, il cui unico piccolo difetto è il ritornello orecchiabile, ma nel complesso e una buona canzone.

Sesta traccia “Destination Mankind”: buona canzone con un intro lento, la potenza non tarda ad arrivare, trascinando l’ascoltatore con il suo ritmo. L’alternanza tra una parte veloce e una oscura e lenta rendono questo brano uno dei migliori dell’intero album .La band è stata brava a creare questa alternanza in una canzone tra le più lunghe dell’intero album.

Settima traccia “Queen of Death”: questo brano rappresenta l’esempio perfetto di un singolo di successo, coinvolgente e che entra in testa a chi ascolta. Lo stile della “N.W.O.B.H.M” mescolato con della modernità si sente tutto. Il brano è orecchiabile ma in alcuni passaggi troppo ruffiano, e tende a cadere in passaggi banali. Tuttavia, nel complesso è salvabile.

Ottava traccia “Aviator”: canzone coinvolgente e veloce con chitarre taglienti. È un ottimo tributo ai gruppi che hanno reso grande l’heavy metal, questi svizzeri sono stati bravi a creare questo tributo aggiungendo un tocco personale senza snaturare il lavoro fatto per rendergli omaggio.

Penultima traccia “B.T.K.”: buon brano a un ritmo medio veloce che ti porta verso la fine dell’album. Il ritornello è l’unica cosa che fa leggermente storcere il naso, in quanto banale. Nel complesso dell’intero brano ci sta bene.

L’album si chiude con “Beyond Death”: un’ottima outro per chiudere l’album, con un altro tributo agli anni 80, coinvolgente e ben studiato. In questo brano ci sono molti cliché del genere senza aggiungere nulla di personale e un brano diretto, che fa subito capire all’ascoltatore di non aspettarsi nulla di nuovo, è un tributo puro e crudo.

Certo c’è un bel po' da migliorare in questo “Firts Race”: primi tra tutti i passaggi banali con riff sentiti e risentiti, dove l’ispirazione al metal anni 80 si sente troppo e in alcuni brani scendono del ridicolo. Nel complesso è salvabile ed alche molto ascoltabile, complice anche la semplicità del disco, che scorre bene per tutte e dieci le tracce che lo compongono.

Lo consiglio a tutti gli amanti delle sonorità old school e anche a chi si è avvicinato dal poco al genere.

 

 

60/100