30 Maggio 2020

Recensione a cura di

Alessia VikingAle

 

Hollow Bone è una band di Milano nata nel 2016 da un’idea di Carlo Garof, poliedrico musicista del nuovo millennio. Classe milanese 1975, si avvicina alla musica già a quattro anni con il canto nel coro, avvicinandosi poi al mondo delle percussioni in maniera naturale. Da adolescente milita in bands rock, crossover, punk, metal e funk, ed in età adulta rimane folgorato dal jazz. Ma non solo: la sua sete di conoscenza musicale lo porta anche a sperimentare la musica africana direttamente in loco e a compiere uno studio sui Nativi Americani, tra cui la pratica dei tamburi tradizionali. Alla sua avventura si uniscono Giona Vinti al sound design e Claudio Giuntini alle chitarre a completare la formazione. Il loro stile è definito “un ibrido tra elettronica, avant-rock e sperimentazione, caratterizzata da strutture ipnotiche, droning e downtempo”. La band prende il nome ispirandosi al concetto di "osso vuoto" di Frank Fools Crow, uomo medicina Lakota Sioux Teton. Oggi parliamo del loro primo full lenght omonimo, uscito il 20 marzo di quest’anno per Hellbones Records e dreamingorilla Rec. Prodotto dallo stesso Carlo Garof, viene registrato, mixato e masterizzato da Bruno Germano al Vacuum Studio Bologna nell’ottobre 2018, con MaxdesignLab ad occuparsi della cover e Stefano Misesti si è occupato di sintetizzare gli Hollow Bone in un logo. L’album si pregia inoltre di vari guest: Jochen Arbeit alle chitarre ed effetti in Sacred Skull e Sequoia; Matteo Bennici al violoncello in NoNtime; Bruno Germano al wurlitzer in Badlands. Il disco si apre con “Sacred Skull” dove ad accogliere l’orecchio dell’ascoltatore troviamo i groove di batteria e chitarra ripetersi in un loop apparentemente infinito. La musica vira, muta forma verso metà minutaggio, aggiungendo alla composizione effetti elettronici di sottofondo mentre il basso da volume alla canzone, dandosi un’ultima spinta sul finale per poi allungare all’infinito le ultime note. In “NoNtime” ritroviamo ancora la batteria a fare da padrone alla composizione, con i suoi pesanti ritmi scanditi battuta dopo battuta. Gli altri strumenti si aggiungono senza fretta ad arricchire questo brano dalle tinte oscure ed ipnotiche, fino a arrivare al finale in cui tutto converge in un unico psichedelico marasma musicale. Gli otto minuti che compongono la canzone scivolano dalle orecchie dell’ascoltatore come se in realtà non fossero mai esistiti.In “Sequoia” le redini della composizione sono delle chitarre e dei loro arpeggi leggeri dipanati lungo il minutaggio, supportati da effetti elettronici. Da circa metà canzone si inseriscono anche gli altri strumenti in un alternarsi di momenti pesanti ed altri riflessivi, che vanno e vengono come le onde del mare.  In “00PArts” una sostanziosa parte della canzone è composta di soli sussurri e arpeggi di chitarra, dall’effetto ipnotico ed e mai noioso, tanto che non si ha affatto l’impressione di trovarsi davanti ad un monolito di dodici minuti. La comparsa delle fasi “aggressive” sono limitate al minimo ed al momento giusto per spezzare la ridondanza droning con altra ridondanza rock e sperimentale. “Badlands” è una unica, grande sperimentazione. Qui non ci sono cambi di mood particolari tra aggressivo e riflessivo, il flow scorre lento e inesorabile senza variazioni di sorta, lasciando all’ascoltatore il compito di sentirsi un tutt’uno con la musica. Gli Hollow Bone mantengono le loro promesse e presentano al pubblico un disco ipnotico, sperimentale ed anche interessante. Un disco utile per estraniarsi dallo spazio tempo, ritagliarsi uno spazio meditativo con un sottofondo drone. 

 

70/100