14 GIUGNO 2019

A cura di Alessia VikingAle

 

I bresciani Hunternaut nascono alle fine del 2014 con l’intento di unire le aggressività del grunge anni ’90 (Nirvana, Alice in Chains) con il fascino dello sludge stile Tool e A Perfect Circle, senza però far mancare la ricerca di un sound autentico e dei testi introspettivi.
Iniziano pubblicando l’EP “Homemade” e calcando i palchi della regione, tra cui il mai dimenticato Colony, e suonando in festival RIFF (Rock in Franciacorta Festival) in apertura a Plan De Fuga.
Nel periodo ottobre/novembre 2018 entrano in studio per compore quello che è il loro primo album, “Inhale”, di cui parleremo in questa sede.

Preceduto dal singolo “Hundreds of Scars”, “Inhale” vede la luce 12 aprile di quest’anno e viene pubblicato e distribuito da (R)esisto.

Il disco si apre con “Oxidize”, che dopo una breve sperimentazione elettronica ci introduce le potenzialità del loro sound, tra rabbia malcelata e passaggi malinconici. Subito spicca la pulizia del suono che rende ogni strumento, voce compresa, chiaro ed equilibrato.

Si prosegue con “Inside Me”, una traccia malinconica in cui si intrecciano rabbiosi assoli ad una melodia più triste ed un ritornello che esprime un disagio palpabile ma anche voglia di farsi valere, di trovare riscatto.

La successiva è “Blackbone”, un’altra traccia dal sapore malinconico. Più grunge e meno arrabbiata della precedente, la melodia si basa su note lunghe, soprattutto sul ritornello dove le parole vengono allungate. Interessante il solo di basso che precede la parte finale della canzone.

“Soap bubbles” ha l’aria di una ballad cantata davanti ad un falò in spiaggia: chitarra acustica e voce fanno da padrone per la maggior parte del brano, accompagnata dagli altri strumenti in secondo piano.

Arriviamo a “Hundreds of Scars”, di cui, come dicevo poc’anzi, è stato anche realizzato un video che ha preceduto l’uscita dell’album. La canzone nasconde una rabbia che graffia l’animo come la voce graffia in maniera positiva l’orecchio dell’ascoltatore.

Arriviamo alla canzone omonima al disco, “Inhale”. La canzone ha un cipiglio più aggressivo e tecnico delle ultime, dove si fanno più chiare le ispirazioni basate sui tecnicismi. Non per questo però la canzone è una elucubrazione alle proprie doti tecniche, ma anzi non snatura ma arricchisce il sound mostrato finora.

Con “Out There” inizia morbida come una ballad, ma vira verso metà canzone in una esplosione di strumenti e malessere urlato al cielo.

Per chiudere il disco abbiamo “I’ll be there”, traccia più ritmata che, dopo tanto urlare di rabbia e malinconia, sa di speranza e voglia di ricominciare.

In conclusione, “Inhale” è un disco curato e genuino che si lascia ascoltare volentieri, un buon disco di esordio e valido punto di partenza per la band che ha già imboccato la via di un sound personale.

 

60/100