8 LUGLIO 2019

Recensione a cura di Alessia VikingAle

 

I Legacy of Silence si formano nel 2014 dall’incontro delle menti di Marco (voce), Simone (chitarra solista) e Gianluca (voce e chitarra ritmica). L’obiettivo è fin da subito crearsi un proprio genere unendo l’amore per le foreste ed i suoi abitanti (visibili o meno) del cantante con la volontà di creare una musica che abbia sia melodia che tecnica, mentre la composizione si incentra nel rievocare sensazioni struggenti nell’uomo messo davanti all’immensità della natura.
Dopo la pubblicazione di quattro singoli e varie date in zona, la svolta del gruppo si ha con l’ingresso nella formazione di Luca al flauto traverso, che porta la band ad evolvere e a cercare nuove sperimentazioni. Un altro evento importante nella loro storia è l’ingresso di Alberto alla batteria, grazie al quale si autoproducono l’EP “Nightfall” e completano la stesura del loro primo album.
Da qui in poi la strada è un’ascesa di successi: partecipano all’Entropy Fest vincendo il premio più due riconoscimenti di miglior solista a Luca e Alberto, l’ingresso di Alberto come bassista e l’inizio della collaborazione con la Volcano Recorda, con cui è uscito da poco il loro primo album, “Our Forests Sing”, di cui parleremo oggi.
Ci colpisce da subito l’artwork, che mostra sei persone intorno ad un fuoco in mezzo ad una foresta immersa nella notte di luna piena. Una persona narra, a giudicare dalle sue braccia alzate, e le altre ascoltano le sue storie. Ma le persone non sono i soli ascoltatori: la foresta pullula di creature fantastiche, dalle luci blu che non sono lucciole, al gufo trasparente e chissà quali altre creature che popolano i boschi.
Il disco ci accoglie con “Witchwood”. La canzone contiene in sé molte variazioni e cambi di carattere: dalla melodia iniziale danzereccia, ai tempi più tecnici delle strofe e i “cliché” musicali tipici del folk metal come i passaggi corali tra una strofa e l’altra. La canzone parla di un bosco stregato nel cui cuore è meglio non provare ad avventurarsi, in quanto i suoi abitanti sono molto territoriali.
La prossima è “Bloodhunt”, canzone più che riuscita nell’intento di ricreare una battuta di caccia all’ultimo sangue, visto che il ritmo incessante e feroce ben rende l’idea. In questa canzone la voce sovrasta gli altri strumenti per la maggior parte della canzone, veloce ed incessante nel dare voce ai pensieri degli animali durante la caccia, alla loro sete di sangue e ai loro istinti primordiali.
Proseguiamo con “Misfortune”, un’altra canzone dal piglio feroce. Qui viene narrata la storia di un re folle, dispotico e guerrafondaio. Egli visse per dieci anni diffondendo guerra, calpestando chiunque gli si parasse contro, ed incontra la sua sfortuna tramite il giudizio degli Dei, che bruceranno tutto ciò che ha costruito col sangue di innocenti. Visti i temi, la canzone ha un piglio rabbioso solo in parte alleggerito dal flauto, con riffs aggressivi e voce che con i suoi growl graffianti ben si adatta al compito di narrare una simile storia.
Della traccia seguente, “Torment”, è stato realizzato anceh un video. Dopo due tracce rabbiose come “Bloodhunt” e “Misfortune”, una canzone tranquilla e dai ritmi meno frenetici come “Torment” ci voleva. Sta arrivando una tormenta e la canzone è una preghiera di protezione alla Dea del ghiaccio (in un epico ritornello corale) dalla tormenta che ella stessa sta lanciando sul mondo.
“Heresy”, di cui esiste un lyric video, è un’altra canzone dai ritmi poco frenetici e che punta sulla melodia per creare un mood vendicativo. La canzone parla infatti di un popolo cui sta accadendo una disgrazia dopo l’altra, che si sente maledetto dagli Dei, e che nel pregarli si sentono inascoltati. E allora sai che c’è, dalla desolazione nel sentirsi abbandonati si passa al maledire a loro volta gli Dei e a forgiare col sangue la propria vita.
“Inquisition” ha un ritmo mantenuto costante grazie all’ottimo lavoro alle pelli che non perde un battito ed un buon riffing sulle chitarre in accostamento al flauto. Dal titolo si intuiscono già i temi della canzone, che parla appunto di una inquisizione contro le creature della foresta dal punto di vista dei responsabili, abietti umani che servono un loro Signore convinti di essere nel giusto e che “giusto” sia estirpare ciò che li spaventa e ciò che è pagano.
“J.A.W.S.” ha ritmi e riff aggressivi e provenienti dalle migliori influenze di gruppi di technical metal, uniti ad un flauto anch’esso rabbioso. Nella canzone si dà valore al ruolo dei vermi della terra e della ciclicità della vita: i vermi spogliano le ossa dalla carne, usandole come nuova vita e nutrimento, come la terra bruciata risorge dalle proprie ceneri.
“Nightfall” è un gradito ritorno per i fan di vecchia data: la traccia è infatti la stessa del loro omonimo EP, qui in versione riregistrata. Nonostante sia una canzone datata la canzone si amalgama bene al resto del disco, non si avverte una sensazione di disarmonia. La canzone ben descrive tramite testo e musica la condizione della foresta di notte, del richiamo della foresta che chiama a sé gli animali, ma paragona anche la notte alla morte.
Infine giungiamo all’ultima traccia del disco, “Rebirth”, che accoglie l’ascoltatore con una introduzione dal tono fiabesco con il solo cantato per poi proseguire con l’assetto tecnico/melodico cui siamo abituati, pur mantenendo il tono fiabesco di poc’anzi e facendo risaltare il flauto sugli altri strumenti per comporre il tappeto melodico. Qui si narra di due amanti e di un tragico destino: la donna è stata uccisa e l’uomo ne porta il ricordo e il dolore nel cuore, mentre avverte lo spirito dell’amata seguirlo.
I Legacy of Silence centrano in pieno il loro intento di creare musica sia melodica che tecnica e di raccontare di fiabe e natura nei loro testi. Il risultato è una musica accattivante e delle liriche che rispecchiano in piano il genere folk metal.
Un esordio ben riuscito che non può che aprire la strada per un sicuro successo.

 

 

VOTO: 80/100