7 SETTEMBRE 2019

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Tornano sul mercato i veronesi LUCE D'INVERNO col loro terzo lavoro sulla lunga distanza, intitolato LJETZAN e pubblicato sotto l'egida della nostrana MASD Records in tiratura orgogliosamente limitata, dopo aver fatto parlare molto di loro nella scena underground black metal italiana con i due precedenti lavori, “Il Covolo Delle Fade” del 2016 e “Sealagan Kuval” del 2018. Nati originariamente come solo project per iniziativa di Nebel nel 2011, la band prende successivamente forma con l'ingresso di K. E sforna i primi due lavori grazie all'aiuto di musicisti guest, salvo completare la line-up con l'innesto di Valand alla voce e Mairon alla batteria (con Nebel a occuparsi della chitarra e K. Del basso) all'alba delle registrazioni del nuovo album. Va sottolineato come, seppure Mairon figuri come membro effettivo della band, per mera scelta stilistica la batteria sull'album è delegata, come già successo in passato, a una drum machine.

Con una proposta musicale da sempre improntata a un black metal cupo, gelido e ferale che molto deve alla scena scandinava dei primi anni 90, i Luce D'Inverno proclamano a gran voce la propria territorialità grazie al concept lirico (interamente accreditabile a Nebel) che sta alla base dell'operato della band fin dagli albori, incentrato sulle leggende legate al popolo germanico-tirolese dei Cimbri che si stanziò sui Monti Lessini Veronesi alla fine del 1200 dando vita a una comunità che tutt'ora ne conserva il lascito storico e culturale (in particolare, nella piccola frazione di Ljetzan-Giazza, ne viene conservato anche il lascito linguistico, con la band che ne utilizza alcuni termini ed espressioni sia per i titoli dei brani, sia per i testi, benché la maggior parte delle liriche sia in italiano).

Va da se che lo stile musicale adottato risulta a dir poco perfetto per rendere l'atmosfera evocata da tali leggende nel modo più evocativo e penetrante possibile, rendendo il connubio musica-liriche assolutamente simbiotico e inscindibile, come accade per altri acts dalle stesse prerogative come i conterranei Imago Mortis, i valdostani A Repit o i sardi Vultur, tanto per citare qualche nome facilmente accostabile alla proposta dei nostri, pur con i dovuti distinguo stilistici.

L'onore e l'onere di introdurci al mondo oscuro e invernale di questo nuovo lavoro dei Luce D'Inverno (oltre che alla splendida immagine di copertina, ad opera di Nebel) spettano all'incalzante, grezzissima, opener STROO.

La prima cosa che balza all'attenzione è la produzione scelta per questo nuovo album (realizzata da K., autore sia delle registrazioni, che del mixaggio, che del mastering), essenziale, scarna all'inverosimile, con chitarre gelide e rugginose e un basso cupo e incalzante a creare un suono inquietante, brutale e primitivo, quasi la band intendesse cercare il più possibile un punto di contatto fra la propria interpretazione e l'ambiente cui la stessa è ispirata attraverso un processo di spoliazione del suono tanto radicale quanto efficace. Il brano risulta, per impostazione, old school all'inverosimile, con rimandi tanto alla gelida, ostentata, “monotonia atonale” dei primissimi Beherit quanto al gelido spirito “black & roll” dei Carpathian Forest più crudi e dei migliori Goatmoon, impreziosito dal tocco personale che la band è in grado di dare, oltre che con le scelte di produzione, anche con un rendering atmosferico generale senza dubbio peculiare, e graziato da un'interpretazione vocale da parte di Valand mortifera e istintiva al punto giusto. La scelta di affidare le parti di batteria a una drum machine, se da una parte toglie parte di umanità al suono finale, dall'altro garantisce al brano (e, con esso, all'intero lavoro) una resa ancora più gelida e distaccata, risultando a conti fatti coerente con l'atmosfera che la band intende trasmettere attraverso il suo operato artistico. Il gelo trasmesso dal primo brano viene subito bissato dall'ancora più furiosa (almeno inizialmente) DAR TOOTAR BOMME ORKE, col suo assalto iniziale a metà strada fra gli Immortal di Pure Holocaust e le cose più incisive proposte dalla scena finlandese dei primi anni 90 presto soppiantato da un approccio più atmosferico, quando non ancora screziato da schegge black & roll, che palesa una volta di più la propensione della band a proporre brani dal sound si grezzo, ma anche piuttosto vari e strutturati sia per soluzioni che per dinamica, come già si poteva riscontrare nel pezzo precedente. Intransigenza e impellente urgenza espressiva vanno quindi a braccetto in un brano di grande intensità, che risulta vincente tanto nei suoi momenti più brutali quanto in quelli più atmosferici. È il black & roll più slabbrato e urticante a dominare la successiva LA MARANTEGA (termine che, nel dialetto veneto, identifica tanto la Befana quanto la più generica figura della vecchia brutta, sporca e inacidita in odore di stregoneria che tanto spesso ricorre nelle leggende rurali dei più svariati Paesi), in un brano che lascia da parte, seppur parzialmente, le sensazioni di puro gelo dei brani precedenti per abbracciare un'atmosfera più grottesca e sanguigna, ma che non rinuncia alla già citata propensione della band a partorire brani niente affatto monotoni o prevedibili, grazie a un riffing si scarno, ma anche vario ed incisivo e a uno sviluppo ritmico degli stessi mai piatto o stantio, proprio come accade nella presente composizione, il cui sviluppo dinamico si bea altresì di una imperiosa accelerazione centrale in grado di dare una non indifferente sferzata di ferocia belluina a un brano, per il resto ,improntato a un andamento meno intransigente e più arcigno. Si torna a picchiare durissimo con la successiva, evocativa, LA PRIMA NEVE, brano dalla durata considerevole (si sfiorano i 10 minuti) che mette una volta di più in primo piano l'attaccamento viscerale che la band nutre nei confronti del territorio da cui trae ispirazione, e in particolar modo con la natura che lo contraddistingue. E' facile infatti, ascoltando questo brano, immaginarsi a camminare sulla neve fresca, attraverso boschi dal misticismo tangibile e paesaggi dalla bellezza disarmante, intimamente connessi alla propria natura più intima e pura, avvolti da un gelo che è allo stesso tempo velo implacabile e nido accogliente, guidati dalle note di questo pezzo che, anche nei suoi momenti più estremi, non perde mai la sua forte impronta atmosferica; impronta capace di legare insieme in modo coerente ed avvincente tutte le sue sezioni e vero punto focale (e vincente) di un pezzo straordinariamente incisivo e penetrante, che si candida fin da subito come highlight dell'intero lavoro. Da sottolineare l'interpretazione vocale, qui affidata all'ospite Lord Lokhraed dei celebri Nocturnal Depression (autore anche del testo) ed eseguita in francese con il perfettamente calzante stile freddo e disperato che lo contraddistingue da sempre, ciliegina sulla torta di un brano, come già precedentemente espresso, già splendido di suo. Si prosegue quindi con l'arrembante title track LJETZAN, caratterizzata da un assalto quasi death-black (seppur senza rinunciare minimamente all'approccio grezzo peculiare dell'intero album), con stacchi in odore di death-thrash di grande impatto e un'atmosfera generale cupa e implacabile, resa ancora più accattivante da momenti quasi cantilenanti che ricordano un po' l'operato degli straordinari svedesi Sorhin, benché rivisti attraverso l'ottica “rurale” dei nostri. Un brano dall'impatto sicuramente più immediato rispetto a quanto fin qui sentito relativamente all'album in esame, ma sempre perfettamente calato nell'immaginario che ne contraddistingue il dipanarsi, oltre che opportuna scarica di adrenalina dopo un brano impegnativo come il precedente.

Sono delicate note di chitarra acustica ed evocative tastiere a caratterizzare la successiva IM BALT, intermezzo atmosferico di sicura resa chiamato ad chiudere idealmente l'album, chiuso invece “fisicamente” da una versione interamente in italiano (ovviamente qui affidata all'interpretazione di Valand) del brano LA PRIMA NEVE (qui contrassegnata dalla dicitura ITALIAN) che ci da il modo di apprezzare il brano precedentemente analizzato con un'assonanza diversa e più vicina al rimanente materiale contenuto nell'album, con un risultato che non fa che confermare il presente brano come il punto focale e massimo vertice espressivo dell'intera opera. Ci troviamo tra le mani un album senza dubbio dedicato a un pubblico di nicchia, strettamente legato a un modo di concepire il black metal totalmente scollegato da qualunque cosa possa essere associata al “mercato” ma che, proprio nella sua natura elitaria e priva di compromessi di sorta, trova la sua ragione di esistere,e che non mancherà, proprio per tali caratteristiche, di rinnovare e rinfocolare la stima che da più parti già circonda il nome del gruppo, soddisfacendo la voglia di black metal puro, gelido e intransigente di quel pubblico indissolubilmente legato a questo modo di approcciarsi al genere.

Un lavoro solido, estremamente ispirato e realizzato in modo encomiabile, straordinario nella sua capacità di sprofondare fin dalle prime note l'ascoltatore nel mondo in esso evocato e portatore di un'idea musicale personale e chiarissima. Se questo modo di intendere il black metal vi è affine, non perdetevelo. Gelido, spietato e avvolgente. Consigliatissimo.

 

85/100