24 MAGGIO 2019

Just the Klaus

 

 

Macchina Pneumatica, gruppo formato da Carlo Fiore alle tastiere, Carlo Giustiniani al Basso, Raffaele Gigliotti alla voce e alla chitarra e alla Batteria Vincenzo Vitagliano, che ci portano il loro primo disco, Riflessi e Macchine sotto la Black Widow Records.

Un gruppo Italiano che parte da un assetto da Trio strumentale per aggiungere in un secondo momento la voce e completando un quartetto che unisce tutte le loro conoscenze stilistiche per accompagnare la loro opera che racconta la loro visione globale del pianeta e dei suoi abitanti.

Con questa premessa, andiamo ad ascoltare i sei brani che la compongono con un pezzo che si chiama “Gli Abitanti del Pianeta”.

Come prima canzone, mi aspettavo qualcosa di più energico, una canzone un po’ sottotono, ma è da considerare una sorta di preludio che “Giudica” l’essere umano, o meglio l’umanità come organismo (o macchina credo sarebbe più appropriato) che agisce senza uno scopo apparente, portando infine sempre la distruzione.

I suoni sono compatti, la tastiera avvolge e conduce l’andamento di questo pezzo, il gruppo è compatto, la sezione ritmica è molto precisa, la voce racconta questa storia triste e amara, quanto vera.

Il suono del piano molto nostalgico e acido allo stesso tempo, crea la giusta atmosfera.

Segue Quadrato, un pezzo che inizia con una batteria molto stuzzicante e accompagnato da un sinistro organo molto affascinante.

La tastiera è particolarmente presente, una sorta di direttore onnipresente, che fa da leader, con i suoi riff, in questa particolare canzone miscela i suoi diversi suoni rendendo l’ascolto molto variegato.

I pezzi sono discretamenti lunghi e questo porta ad una certa dilazione del senso vero e proprio della canzone, che riprende spesso le sue strutture rendendoli in certi punti ridondanti.

Purtroppo in questo pezzo in particolare fino al minuto 6:00 non si hanno molti cambi delle parti, salva in extremis il solo di tastiera che comunque ripercorre sempre un percorso già preso durante la canzone, apprezzabile il finale trionfale che corona questo secondo pezzo.

Un piano dolce, malinconico, che crea una strana ballad con un interessante nota acidula, ecco la terza traccia, Come Me.

Nota che ormai è onnipresente è la tastiera che accompagna e spadroneggia con i suoi riff, ripercorrendo anche la frase della voce e dandole molto più corpo.

Un assolo che usa sia i suoni di piano che accompagnano e un synth corposo che però cade in alcuni cliché classici nell’uso di questo suono, alterna con un piano molto classico, molto noir come stile.

Apre infine concedendosi un’aria molto più maggiore, più solare, il basso segue questa scia aggiungendosi il questo enorme tappeto svisando il giusto.

La canzone chiude ad anello riprendendo la stessa intenzione iniziale, lasciando due piccole lacrime di Re a distanza di ottava sul registro acuto.

Avvoltoi, quarta traccia, inizia mostrandoci un po’ di interessante groove, tranquillo ma molto solido, la voce, in questo pezzo in particolare, è molto seduta, molto sicura, segue una chitarra che le da il cambio per qualche giro.

La prosecutio è corposa, la sezione ritmica segue la voce con un riff accattivante, un testo pieno di rimpianti, per riuscire a salvare la storia, che parla di questa perpetua distruzione e sciacallaggio, un rimpianto che quasi non lascia adito alla salvezza.

Ritorna la tastiera che con i suoi suoni tesse quella stessa emozione.

La coda del pezzo è una sorta di salvezza però, che con un’aura positiva sembra risollevare quella tristezza intrinseca, una batteria che cerca di emergere, in una coda a mio parere troppo lunga nel suo fade out di circa un minuto.

Arrivando in penultima pozione, sentiamo però un suono diverso, una chitarra effettata accompagnata da un basso che inizia a muovere quella che è l’intenzione del pezzo, una batteria quadrata e la tastiera che con un suono sporco e tagliente crea amalgama.

Arrivando la voce possiamo sentire una certa somiglianza ritmica con il testo precedente, ma in compenso sentiamo una certa varietà ritmica in questo pezzo, scambi classici con la batteria, seguiti da un intrigante giro di basso che fa da riff e motore, questa parte strumentale decisamente più ricca di elementi, un assolo molto ascoltabile di chitarra e vari scambi di testimone con il piano.

Riprende l’idea del basso e del solo di chitarra per arrivare al finale alquanto intimidatorio e forte nella sua intenzione, “sopravvivendo in un incendio di fiamme diesel”

Arrivati alla fine di questo disco, troviamo l’omonimo brano Macchina Pneumatica, che inizia con un suono di basso non molto apprezzabile al mio orecchio, prosegue il resto armonico della band e la batteria con il tema della canzone, di certo un pezzo differente dai precedenti, con idee differenti dalle precedenti, partendo dall’impianto ritmico terzinato che porta uno sviluppo interessante del tema.

Parte in un secondo momento un nuovo tema con piano e una chitarra alquanto timida, posta nel missaggio sempre sotto alla tastiera che impera su qualsiasi altro strumento.

Il pezzo purtroppo riprende un terzo movimento con toni più groovosi, un basso che pur muovendosi non incide particolarmente per volume e missaggio non troppo accurato.

I temi si perdono durante l’ascolto, rendendo questo pezzo una sorta di jam session meritevole, ma che si dilunga e si disperde nella sua lunghezza, mostrando un lavoro di composizione per questo brano non molto progressive, ma una mera esecuzione di alcune idee, concludendo ad anello con il tema iniziale.

Un disco senza grandi sorprese, la sua ripetitività e la sua gestione dei suoni, principalmente legate ad esecuzioni del piano e delle tastiere, con scarso riguardo a scapito della sezione ritmica e della chitarra che si ritrovano sempre sovrastate.

Strutture non particolarmente elaborate e prolisse che non presentano nessun tipo di attrattiva nell’entusiasmare l’ascoltatore.

Le idee sono poco originali, ma hanno stabilità, la loro bravura però viene eclissata però dalla stessa stesura dei brani.

Un gruppo che deve lavorare molto sull’arrangiamento, perché gli elementi che usa sono validi e in grado di creare un lavoro migliore, usare gli elementi cari, come la durata per far meglio apprezzare l’opera con cambi, virtuosismi che non siano fine a sé stessi, o, accorciare per riuscire a concentrare meglio le idee e non far perdere l’attenzione nell’ascoltatore che subisce una certa esuberanza di questo stile.

 

40/100