7 DICEMBRE 2019

Recensione a cura di

Alessia VikingAle

 

Gli umbri Maerormid si formano nel lontano 2008 da un concetto sperimentale da non chiudere in nessuna etichetta di genere. L’ispirazione principale del gruppo è la vita e le esperienze portate da essa, donando totale libertà espressiva al progetto. Questo permette all’ascoltatore di poterci vedere emozioni e stati d’animo soggettivi muoversi fluenti, in continua evoluzione.  Il gruppo ha all’attivo una compilation, due EP, due album e due split, e quest’oggi parliamo della loro ultima fatica. Trattasi di “Stasi”, full lenght uscito quest’estate per Volcano Records e Dark Hammer Legion.

Il disco si apre con “Aura”: accoglie l’ascoltatore il rumore delle onde e il suono di un carillon. Gli strumenti irrompono in un muro sonoro, dando riprova durante il brano di vari stati d’animo: ora cadenzati ritmi doom, ora furiosi blast beat, ora struggenti melodie (grazie anche alla presenza del violino). Il cantato si adatta bene al tipo di musica sia nell’urlare ritornelli che nel sussurrare passaggi poetici.  “Universo Sepolto” ha una partenza claustrofobica data dalle chitarre e delle loro terzine ridondanti unite alle lunghe note di basso e al ritmo cadenzato della batteria, che dà alla canzone una sensazione di ineluttabile prigionia da noi stessi. L’ingresso del cantato muta la sensazione da “claustrofobica” a “in lotta contro sé stessi”, anche se la sensazione a fine canzone è di aver perso la battaglia e di scivolare giù.

Di “Martire” abbiamo anche il lyric video visionabile nel canale Youtube della Volcano. Troviamo qui un ritmo cadenzato e in linea di massima costante per tutto il brano, condito da atmosfere nebbiose e malinconiche. Il violino qui torna di prepotenza nella composizione rendendosi protagonista dei passaggi musicali principali. “Il muro ad ovest”, con la sua breve durata e la sua indole acustica, si presenta come una traccia di passaggio tra la prima e la seconda parte del disco. Chitarra acustica e violino a creare la melodia, cori femminili a supportare la voce maschile, qui poco più di un’eco.  “Stasi” è una traccia complessa e sfaccettata. Ci accoglie il rumore delle onde e di una melodia triste, che sa di cerimonia funebre. Irrompono gli strumenti in un ritmo pesante, mentre la voce, effettata, sembra arrivare da sotto la superficie dell’acqua. Quest’ultima sparisce in fretta per lasciare spazio agi strumenti per dare un senso di vuoto e perdita nella parte centrale del brano e di disperazione nella parte finale. “Mater (Dolore)” ha melodie claustrofobiche e ritmi taglienti. Qui il gruppo ha saputo trovare il giusto equilibrio tra frenesia e calma apparente, prediligendo graffianti riff di chitarra sopra il triste violino.  “Invocazione” inizia con una forte composizione black metal che ha la sua base nel doppio pedale spinto. Il black metal decade per lasciare posto a ritmi cadenzati, oscuri, dove il violino guida la composizione, fino al rabbioso ed esplosivo finale.  “Dissolvenza” conclude il disco. Ritmi frenetici e psichedelia si fondono in un brano mai banale, che sfugge all’intuito dell’ascoltatore ogni volta che crede di aver capito come proseguirà la canzone. Interessante l’intermezzo in cantato pulito.

I Maerormid mostrano di sapere cosa fare e dove voler arrivare, conosco sia i propri strumenti che i generi a cui si ispirano e sanno come amalgamarli per il miglior risultato. Come dicevo poc’anzi, l’ispirazione del gruppo è la vita e le sue esperienze: questo si ripercuote anche nella scrittura dei testi, attenti a rimanere in un territorio “grigio” così da lasciare al lettore/ascoltatore totale libertà di interpretazione senza influenzarlo. Vincente l’idea del cantato in italiano, lingua che si sposa bene con la ruvidezza del suono dei Maerormid. Un disco pesante ed oscuro, ben composto e realizzato. Più che promosso!

 

80/100