12 AGOSTO 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Non tragga in inganno la copertina molto “fumettosa” (opera di Francesco Corcio, membro fondatore della band), il cui stile potrebbe far pensare a una moderna band di slam-death metal o a una di “revival” thrash/core alla Municipal Waste. Nelle otto tracce più intro di questo EXTREME EXTINCTION, secondo full-lenght degli italiani MASS MURDER, troverete del robustissimo e schizzato brutal death metal di chiarissima ispirazione old school, con nomi quali Suffocation, Dying Fetus, Disgorge e primi Criptopsy quali numi tutelari, unitamente al desiderio di non limitarsi a una semplice riproposizione di quanto fatto in passato dalle leggende del genere. Registrato presso i War Studios (per quanto riguarda gli strumenti) e presso i Clab Studios (per quanto riguarda la voce), e mixato presso i celebri 16Th Cellar Studios di Stefano Morabito, questo nuovo album segue di cinque anni il debutto della band, intitolato “Aracnofrenik” e pubblicato nel 2015, e lo fa con una formazione rinnovata che vede il membro fondatore Francesco Corcio (chitarra), unico sopravvissuto della vecchia formazione, circondarsi dei nuovi entrati Aurora Corcio (basso), Alessandro Sarni (batteria) e Aldo Gorgoglione (voce) per dare vita a questo brutale concept sull'estinzione dell'umanità per mano di un'entità aliena capace di rivoltare contro di essa le sua più recondite paure (concept che troverà la sua conclusione sul prossimo full-lenght del gruppo), il tutto all'insegna della più gustosa brutalità. La band mette subito in chiaro le cose fin dall'intro, intitolata NO MERCY, tanto per gradire. Si tratta di un breve strumentale in cui la band mette in mostra il suo amore per il riffing grasso e al contempo estremamente penetrante che ha fatto le fortune di gruppi come i già citati Suffocation e Dying Fetus, il quale consente alla stessa di tratteggiare in modo molto efficace l'atmosfera di apocalisse imminente che andrà a ben presto a deflagrare sulle note della successiva EXTREME EXTINCION, title track furibonda e deliziosamente old school che consuma in poco più di di due minuti il suo rituale di morte all'insegna di ritmiche spezza-collo, stacchi chitarristici pregni di armonizzazioni scarnificanti, break rallentati pesantissimi e ripartenze al fulmicotone, il tutto assemblato in modo estremamente fluido e incisivo da una band che appare fin da subito perfettamente conscia dei propri mezzi tanto compositivi quanto tecnici.

Un inizio senza dubbio molto convincente, subito bissato dalle schegge grind della successiva REFUSED FATE, brano devastante e pesantissimo, giocato su brutali stop and go e riff al cemento armato i quali, accoppiati a un groove soffocante che di rado si lascia andare a sfuriate belluine (ma che, quando lo fa, non fa prigionieri), contribuiscono in modo sostanziale alla costruzione di un brano di grande impatto, cui l'esigua durata (caratteristica comune all'intera tracklist) impedisce ogni possibile ridondanza. Nemmeno il tempo di tirare il fiato (caratteristica evidentemente ricercata dal gruppo) ed ecco che si viene annichiliti dall'attacco total-brutal della successiva THE ANCIENT BLADE OF SUFFERING, bordata assassina dalla portata considerevole resa estremamente dinamica dalla capacità dimostrata (ancora una volta) dalla band di saper giocare in kodo estremamente efficace con i tempi e le dinamiche, in modo da condensare in un brevissimo lasso di tempo molti input e approcci diversi senza risultare in alcun modo caotica. Il riffing, sempre di primissimo ordina, si lascia qui andare a tecnicismi e svisate di stampo un po' più moderno, con passaggi che ricordano, oltre ai classici Disgorge, anche alcune cose dei top sellers Origin, mentre la sezione ritmica si dimostra una volta di più precisissima, fantasiosa e potente, ed è proprio la coesione dimostrata dalla band a dare alla loro musica il tocco decisivo per conferire penetrazione ai pezzi, oltre che a fornire all'ottima e pertinentissima voce di Aldo il tappeto sonoro perfetto sul quale vomitare le proprie turpitudini.

Non si arretra di un centimetro nemmeno con la successiva NOURISHED PAIN, brano caratterizzato da ritmiche spezzate e schizoidi le quali, alternate a fraseggi rallentati pachidermici e a tecnicismi chitarristici assortiti, contribuiscono al tratteggio di atmosfere tanto plumbee quanto deviate, nonché alla costruzione di uno dei brani più interessanti e accattivanti di un lotto che già non lesina attrattiva, in tal senso.

Ancora più complessa, benché dotata di una maggiore propensione alla cieca brutalità, si rivela la successiva FED UP, brano capace di racchiudere in se un po' tutte le anime della band, da quella più innamorata del groove e dell'immediatezza, a quella più tecnica e contorta fino a quella capace di toccare vette di velocità e brutalità invereconde, il tutto sapientemente calibrato per dare vita a un pezzo spettacolare, capace di mutare pelle in un attimo, ma senza mai mollare la presa sulla gola dell'ascoltatore.

Ideale manifesto dell'intero album. Furia cieca e insaziabile è ciò che ci aspetta invece nella successiva RUTHLESS JUDGMENT che, sebbene non priva dei consueti saliscendi dinamici cui la band ci ha fin qui abituati, spicca per killer instinct grazie a un profluvio di riff assassini e ritmiche furibonde che appagheranno senza dubbio la sete di sangue degli ascoltatori, un po' come accade nella successiva CONSUMED BY THE SIN, che però spicca per un uso più esteso di porzioni mid-tempo di grande presa, oltre che per passaggi old-school death metal molto gustosi e “catchy” (per gli affezionati del genere in questione). Un'accoppiata devastante, che prepara in modo perfetto il terreno per la traccia conclusiva del lavoro, intitolata DISEMBOWELMENT FROM IMPURITY. Si tratta dell'unico brano dell'album a superare i tre minuti di durata (anche se solo grazie a una coda rumorista che funge da outro), in virtù di una completezza stilistica spiccata che lo contraddistingue, insieme alla già affrontata “Fed Up”, come ideale manifesto sonoro dei Mass Murder, che anche in questo brano riescono a far confluire in modo molto organico tutte le frecce al proprio arco. Sfuriate di irrefrenabile brutalità, passaggi molto tecnici (sempre lontanissimi dall'onanismo strumentale, sia ben chiaro), ritmiche contorte e ritmiche molto immediate, linee vocali sempre molto curate, rallentamenti soffocanti, ripartenze brucianti e chi più ne ha più ne metta, il tutto senza perdere mai il bandolo della matassa e anzi, risultando sempre estremamente focalizzati attorno all'idea musicale di base. Si tratta della più degna conclusione di un album che ci palesa una band prontissima a confrontarsi col mercato globale, in virtù di una capacità di scrittura estremamente matura e affinata, di una pacca invidiabile e di un suono assolutamente concorrenziale, che merita un ascolto da chiunque si nutra di pane e brutalità e che potrebbe togliersi più di qualche soddisfazione, se opportunamente supportata. Bene, bravi, tris.

 

 

85/100