8 LUGLIO 2020

 Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Sono passati due anni, ed ecco che il progetto torna sul mercato col suo primo full lenght, intitolato (con una citazione senza dubbio molto evocativa) ITALIAN HISTORY X, concept in nove parti che analizza, col tipico taglio caustico ne contraddistingue l'operato, il rapporto fra l'individuo (incarnato dal protagonista X) e la realtà che lo circonda, il tutto all'insegna di un sound potente e acido, perfetto per dare corpo alle atmosfere distopiche di cui il lavoro è impregnato. Pubblicato su etichetta Temple Of Noise e interamente cantato in italiano (con uno stile che rimanda senza dubbio a quello di Cristiano Godano dei già citati Marlene Kuntz), l'album si apre con l'acida ballata JIHAD, giostrata su scarni beat elettronici e oscuri synth a fare da tappeto ad una chitarra acustica e alla voce di Rosario, ottimo interprete delle proprie cupe e disperate visioni. Il brano funge da breve quanto efficace introduzione al mondo sonoro racchiuso fra i solchi di questo lavoro, che esplode definitivamente con la successiva GOLGOTHA, brano potentissimo e di grande impatto, in cui il mastermind dimostra una volta di più la propria capacità di coniugare al meglio l'alternative rock/metal spruzzato di industrial di acts quali Nine Inch Nails e Marilyn Manson e la poetica dissacrante e anfetaminica dell'alternative/indie storico italiano, confezionando una scheggia impazzita di puro rancore che, in soli tre minuti e mezzo, riesce a riversare sull'ascoltatore una dose di livore davvero notevole, subito bissata dalla cupa e opprimente GEMINI, ballata synth/wave pervasa da chiari rimandi agli anni 80 (benché sprofondata in paludosi synth algidi e implacabili molto più vicini alla disperazione tipica degli anni 90), scelta (non a caso) per fare da singolo trainante dell'intero lavoro grazie al suo fascino lascivo e alla sua capacità di poter arrivare a un pubblico decisamente eterogeneo. Il gradiente elettrico torna a salire in modo netto con la successiva ASOCIAL NETWORK, brano prepotentemente industrial/rock che fa dell'adrenalina e dell'impatto frontale la sua arma principale, fra riff quadrati ma avvolgenti e vocals tirate allo spasimo, unitamente a liriche dirette e implacabili. Il brano palesa un ottimo groove, e trova nella sua concisione un'ulteriore punto di forza per conferirgli la giusta incisività e la giusta presa emotiva, risultando senza dubbio uno dei più convincenti e immediati del lotto.

 Il brano successivo, intitolato MK ULTRA, spinge ancora di più sul versante della pesantezza, coadiuvato anche da synth mai così pesanti e disturbanti e da una riuscita alternanza fra strofe dominate da basso e suoni elettronici ed esplosioni elettriche all'altezza dei refrain. Suggestioni metropolitane vengono implementate dall'uso di samples, pennellata decisiva nella realizzazione di un affresco di disperato e cupo abbandono. Un brano dall'indubbio impatto, che ci mostra anche alcuni accorgimenti molto riusciti dal punto di vista degli arrangiamenti, risultando uno dei pezzi più lunghi (anche se dura solo quattro minuti e mezzo) di un album che fa della concisione e dell'essenzialità uno dei suoi vessilli indiscutibili. Disperate atmosfere dark/wave marchiano a fuoco l'andamento della successiva OMERTA', avvolgendo l'ascoltatore di ombre impenetrabili mentre segue il lento sprofondare del protagonista del concept nel gorgo della propria sconfitta interiore. Si tratta di un brano dalla notevole carica emotiva, abilmente giostrato fra vuoti e pieni sonori in un flusso di sensazioni vividissime. Una ballad oscura e disperata che non lascia di sicuro indifferenti. Si torna a picchiare duro, con un impeto quasi punk, nella travolgente OSTIA, brano che ci riporta alla mete le cose più slabbrate e dissacranti dei già citati Nine Inch Nails (quelli di brani come Starfuckers Inc. o March Of The Pigs, tanto per intenderci), ma senza perdere quel tocco tipicamente “italico” che contraddistingue in modo inconfutabile il sound dei Narko's.

 Le lyrics non fanno che aggiungere benzina sul fuoco dell'anima eretica del brano, che risulta uno dei più impattanti e brutalmente incisivi, nonché disperati, dell'intero album. La successiva CUORE FREDDO tradisce già dal titolo la sua natura totalmente priva di speranza. E' ancora una volta la band di Trent Reznor il primo riferimento stilistico che questo implacabile brano industrial fa balzare alla mente, in virtù della sua anima sintetica e gelida (mentre le incursioni di chitarra elettrica rimandano ai primi Rammstein), ma Rosario si dimostra anche in questo caso molto abile a conferire il proprio marchio personale a una composizione che, benché fra le più “derivative” dell'album, riesce a suonare allo stesso tempo inequivocabilmente “Narko's” al 100%. Il concept si chiude con la tiltle track ITALIAN HISTORY X, brano dal sound decisamente particolare, capace di mescolare sfuriate punk/hardcore, pesantezza metal, cupezza industrial e malinconia dark/wave in una miscela esplosiva, splendido tappeto sonoro per il “j'accuse” lanciato da Rosario nei confronti della realtà di un Paese che appare ormai irrimediabilmente sprofondato in un baratro di ignoranza e disvalori. Si tratta dell'epitaffio perfetto in coda a un concept che non fa nulla per nascondere il proprio obbiettivo, tanto dal punto di vista lirico quanto dal punto di vista sonoro, concludendolo e riassumendolo nel migliore dei modi, e che non potrà non destare l'attenzione e l'approvazione degli ascoltatori più smaliziati nonché dei fruitori musicali che rimpiangono il modo di esporsi di una scena come quella indie/alternative italiana dei tempi che furono (visto che la stessa, odiernamente, viene cavalcata da progetti dal peso specifico nullo, tanto musicalmente quanto a livello di messaggi proposti). C'è ancora spazio, sull'album, per due ghost track distaccate dal concept (sebbene non lontane dalle medesime coordinate musicali): si tratta di WALL OF SHAME, brano dalla decisa connotazione grunge (quello cupo e penetrante degli Alice In Chains, soprattutto) realizzato in collaborazione con Mimmo Cinieri, cantante dei Koan e chiamato qui a occuparsi delle voci (oltre che della stesura del testo) e di I'VE SEEN THE MAN , cover di un brano dell'altenative band The God Machine qui resa in modo decisamente buono, ammantata da toni dark/wave che la rendono meno grezza dell'originale e, a conti fatti, adeguatamente personale.

Due brani che ci permettono di avere una visione più ampia delle potenzialità del progetto, risultando così decisamente succosi e tutt'altro che superflui, ottimo finale per un lavoro senza dubbio molto ma molto interessante. Bene, bravi, bis.

 

 

80/100