17 APRILE 2020

Recensione a cura di Alessia VikingAle

 

Il progetto “P.O.E. – Philosphy of Evil” nasce nell’inverno del 2012 dalla mente del   Charles Wooldridge, all’inizio solo sotto forma di idee sperimentali, ma pian piano prendendo forma in veri e propri brani dove sonorità metal accompagnano testi tratti dai racconti di Edgar Allan Poe, mentore e musa ispiratrice di Charles. Non è facile però dare forma alle proprie idee da solo e la strada per concretizzare il progetto è lunga e tortuosa: ci vorranno tre anni affinché la line up si stabilizzi, con l’ingresso di Aleksander alla batteria, Emmanuel alla chitarra, e Francis al basso. il gruppo così formato da via al loro primo EP, “The Tell-Tale Heart”, uscito nel 2015.
Nel 2017 firmano un contratto discografico con Sheratan Records, con cui registrano il loro nuovo album uscito nel 2019, intitolato “Of Humanity And Other Odd Things”, di cui parleremo oggi.

Il disco si apre con “Prelude”, la musica di un carillon e la voce di un bambino a recitare i versi di una poesia.

Con “Puppet Show” si ha la sensazione che un sipario si apra rivelando dietro di sé un macabro circo. E invece è il racconto di una marionetta, narrata in prima persona proprio da essa, dei suoi pensieri, di come viva la sua vita e del legame col suo Maestro umano. La musica accompagna le varie sfumature dei pensieri della marionetta, ora presa in una danza meccanica ora fremente di libertà e riscatto dal suo Maestro, assecondando i suoi sbalzi d’umore.

“Horror Vacui”, il terrore del vuoto. Proprio di lui si parla e del fatto che, nonostante lo si disprezzi, dentro ognuno di noi c’è un abisso che non possiamo ignorare e la canzone si basa su questo dualismo tra paura ed accettazione.

“Love & Death” è un intermezzo strumentale dove la musica di un piano diventa frenetica col passare dei secondi. 

“You’re My Stream” si lega con la precedente per il piano che fa da colonna portante alla composizione. La canzone è una ballad malinconica e struggente sull’amore e sulla morte, concetti rafforzati dal cantato sia maschile che femminile che si intervallano e duettano. Gli elementi metal qui sono accantonati per dare maggior risalto al piano e alle voci.

“In Loving Madness” continua il mood malinconico della precedente canzone ma in tono aggressivo. Anche qui il tema principale è l’amore, non in senso romantico bensì in maniera distruttiva: quando due menti instabili si incontrano ciò che se ne ricava è di perdersi l’uno nell’anima dell’altro. 

Con “Sehnsucht”, altra traccia strumentale, si chiude la quadrilogia sull’amore per passare al prossimo capitolo: il mare.

“Shipwreck” è una canzone da bettola di porto. È facile immaginarsi di essere seduti ad un tavolo in mezzo a sudici ed ubriachi marinai ascoltando questa canzone, come è facile immaginarsi in mezzo alla tempesta nella parte frenetica e caotica della canzone, che descrive appunto una tempesta durante la navigazione.

“The City in the Sea” è l’intera o quasi trasposizione del poema di Poe narrante di una città governata dalla Morte sita ad ovest (punto cardinale appropriato, in quanto associato proprio alla morte). La cnazone è ritmata ed energica, forte nei suoi cambi di ritmo veloci e di un ritornello orecchiabile e piacevole.

“Schizophrenia” è l’ultima traccia strumentale del disco ed introduce l’ascoltatore all’ultima parte del disco: nemmeno a dirlo, quella sula schizofrenia.

In “Ratz Everywhere!” la musica descrive appieno lo stato mentale di delirio e disperazione ma anche la sensazione di essere braccati dai ratti che infestano la mente della voce narrante. Ratti che potrebbero essere una metafora di qualcos’altro. O qualcun altro.

“Why Does The Rabbit Want To Kill Me?” è una dedica tutt’altro che gentile ad un vecchio uomo, insultato più volte nel corso della canzone. La musica al contrario non è così malvagia, anzi a tratti è quasi gentile, andando in netto contrasto con il testo feroce. A fine canzone si ha un’inversione di mood, con la voce accondiscendente verso l’altro, probabilmente percependo l’intento omicida dell’altro, un coniglio.

“A Strange Case” concentra in sei minuti tutto il meglio ascoltato finora: teatralità, metal e atmosfere horror si fondono insieme per creare un racconto breve di notevole impatto. Le varie fasi del racconto e i repentini cambi di atmosfera sono narrate magistralmente sia a livello canoro/teatrale (perché oltre alla bravura nel canto va lodata anche l’interpretazione) che musicale, lasciando che l’ascoltatore segua il racconto anceh emotivamente, non solo con le orecchie.

Con “Of Humanity And Other Odd Things” i POE vogliono esprimere il lato più oscuro e malvagio dell’animo umano, quello che rimane affascinato dal macabro e dal grottesco, che E. A. Poe riuscì ad esprimere appieno con i suoi racconti. Inutile negarlo, questo lato macabro fa parte di noi, e i POE hanno solo scelto di celebrarlo e a volte esorcizzarlo tramite i loro brani.

Rispetto a “The Tell-Tale Heart”, i POE hanno raffinato il proprio stile, già presente nel precedente EP ma ancora ad uno stato grezzo. “Of Humanity” è un’epopea horror rock in tredici brani, un omaggio all’operato di E. A. Poe che, se fosse in vita, scommetto apprezzerebbe.

Imperdibile per gli amanti del genere. 

 

 

80/100