30 AGOSTO 2019

Recensione a cura di Edoardo Goi

Sembra che qualcosa stia cambiando, negli ultimi tempi, nella scena progressive metal.

 

Dopo la sbronza interminabile di cloni più o meno dichiarati dei best-sellers Dream Theater e l'abbuffata di band ispirate alla corrente djent, per non parlare dell'onda lunga del modern progressive rock esploso dopo il successo planetario dei compianti Porcupine Tree o degli avveniristici Tool, le ultime uscite di band come Haken, Tesseract o Riverside hanno aperto uno spiraglio per l'evoluzione di un genere che sembrava pericolosamente involuto su se stesso, a dispetto della sua stessa denominazione.

A inserirsi in questa ventata di aria fresca, ecco giungere i colleferrini PROTEAN CIRCUS col loro album di debutto intitolato RHYMES IN THE VOICE OF THE RIVER, caratterizzato da un approccio estremamente libero, con sonorità che vanno dal progressive metal, al progressive rock, fino ad arrivare al pop e alla musica celtica, e un concept lirico ispirato alla leggende del ciclo bretone che rendono le summenzionate sonorità riconducibili alla musica celtica quantomai pertinenti ed evocative.

Forti di una line-up che vede Daniele Imperioli alla voce, Marco Cutini e Lorenzo Zanelli alle chitarre, Andrea Piacentini alle tastiere, Simone Todini al basso e Luca Cutini alla batteria, e attivi dal 2016, i Protean Circus aprono il loro primo album con l'ispirata ed evocativa ANCIENT RHYMES, introdotta da una splendida chitarra acustica dai toni celtici presto intrecciata a dolci melodie di pianoforte e moog che portano le coordinate del brano in territori più vicini al pop di qualità, prima che una chitarra spigliata faccia deflagrare il brano con un tiro funk estremamente brioso e accattivante.

Questo passare attraverso tre stili diversi nel volgere di pochi secondi ci fa capire subito quale sia il livello di libertà (oltre che di capacità) compositiva che la band si prefigge di abbracciare, il tutto suffragato da una strofa che dapprima prosegue sulle trame funk poc'anzi introdotte per poi irrobustirsi su coordinate maggiormente rocciose deliziosamente a metà strada fra i Toto più rockeggianti e i Rush più patinati e frizzanti (quelli da Signals a Roll The Bones, per capirci).

L'attitudine progressive dei nostri è tanto evidente quanto latente, e abbraccia l'intero dipanarsi della composizione in ogni suo frangente, senza che la band senta la necessità di inserire ad ogni piè sospinto passaggi ultra-tecnici o fraseggi “in stile” (non che i passaggi molto tecnici o i fraseggi direttamente riconducibili al prog manchino, sia ben chiaro) per risultare “più progressiva”, preferendo la costruzione di un autentico flusso emotivo (splendido, in tal senso, il solo di chitarra dai rimandi Floydiani nella parte centrale del brano) alle più comode soluzioni di facciata.

Sarebbe inutile elencare gli innumerevoli colori con cui la band dipinge questo vibrante affresco iniziale, tanto vasto risulta il bacino di influenze e linguaggi cui essa attinge per dare vita alla sua visione musicale, mentre sembra più opportuno soffermarsi sulle capacità dimostrate da questi musicisti di proporre arrangiamenti fluidi e decisamente incisivi, capaci di legare insieme in modo coerente ed appagante un brano che passa attraverso una ridda di soluzioni e situazioni sonore fra le più disparate.

Un inizio senza dubbio intrigante.

Si prosegue con THE VISION, brano dalla durata più contenuta e introdotto anch'esso da splendidi intrecci di chitarra acustica che esplode ben presto in un progressive rock pulsante che rimanda un po' alla scuola svedese di Kaipa e Flower Kings prima di adagiarsi su una strofa dai toni dolci e vagamente malinconici che ricorda tanto alcune cose dei Dream Theater quanto i più melodici e 70's Spock Beard;

ed è proprio attraverso questi tre riferimenti che il brano si dipana, alternando momenti più dolci e catchy a porzioni più robuste, ma sempre all'insegna di un progressive dai forti connotati emozionali che risulta davvero estremamente gradevole all'ascolto.

La successiva WHISPER si apre come una classica ballad dai toni delicatamente pop, avvolgente e aggraziata e caratterizzata da una splendida interpretazione vocale da parte di Daniele e da un'oculata gestione dei cori, per un pezzo che punta tutto sul trasporto emotivo e denota in modo chiaro l'intenzione, riuscitissima, della band di fare di questo disco un percorso sensoriale coerente e incisivo.

Sono toni blues spigliati, in odore di Pink Floyd e Dire Straits, ad aprire la successiva WILD WAVES, ed è proprio la band un tempo capitanata da Mark Knopfler il riferimento principale che traspare da questo pezzo spumeggiante, graziato nuovamente da linee vocali catchy efficacissime tanto nelle strofe (dai rimandi anche all'operato più pop degli straordinari svedesi A.C.T.) quanto nel riuscitissimo e trascinate refrain.

E' assolutamente rimarchevole il modo in cui la band sa passare attraverso influenze e frangenti anche così (apparentemente) lontani dal mondo del progressive senza perdere un'oncia della sua personalità e senza che l'album ne risulti minimamente intaccato nella sua coerenza e compattezza;

un pregio non da poco.

Si ritorna in territori più tipicamente rock-prog con la successiva DECEPTION IS REVEALED che, aperta da un fraseggio dai sentori Pain Of Salvation, si assesta poi su territori classicamente prog metal nella rocciosa e quadrata strofa (frangente in cui fa la differenza l'interpretazione vocale istrionica di Daniele nel dare al tutto un tono non eccessivamente convenzionale), salvo poi aprirsi a influenze più pop e aor nell'arioso ritornello, ma il colpo di genio sta nella seconda parte del brano, dominata da fraseggi jazz-swing e charleston in salsa rock semplicemente deliziosi (indiscutibilmente convincente il modo in cui queste porzioni vengono interpretate dai musicisti, che danno ancora una volta sfoggio dell'assoluta competenza e preparazione di ognuno nell'affrontare ogni linguaggio musicale utilizzato con la più completa padronanza tecnica ed espressiva), sfornando così un brano dal groove e dall'appeal irresistibile che si staglia da subito come uno degli highlight assoluti dell'opera.

Sono fraseggi clean dai toni celtici (benché intrisi di sentori country-blues) ad aprire in modo soave la suadente ballata IMPRISONED e a dominarne la prima parte, mentre la seconda parte si assesta su toni da power-ballad pop, non lontana da certe cose dei Toto, salvo inspessirsi nel finale con toni prog metal su cui si staglia uno splendido fraseggio di tastiera dai rimandi smaccatamente pomp e 70's per un brano giocato su un crescendo umorale decisamente efficace, ottimo preludio all'esplosione elettrica della successiva ALONE, inaugurata da porzioni puramente prog-metal che ricordano abbastanza da vicino quanto proposto nel recente passato dai magnifici Haken, il tutto unitamente a rimandi ai più classici Dream Teather e passaggi dall'afflato (soprattutto vocalmente parlando) più pop, vicini nuovamente ai già citati A.C.T., ed è proprio alla splendida commistione di prog moderno, svisate 70's e briosità pop tipica di Haken e A.C.T. Che sembra ispirarsi la successiva, godibilissima, porzione, prima che il tutto sfoci in una parte centrale decisamente raccolta e intimista dalla spiccata verve emotiva (straordinario e calibratissimo il lavoro strumentale, con basso e chitarre sugli scudi), prima che sia nuovamente il prog metal (dai toni peraltro mai prima d'ora così pesanti e cupi, all'interno dell'album) a prendere il sopravvento, guidando il brano verso la sua conclusione.

Pezzo davvero notevole.

Si torna su territori decisamente più melodici (con chitarre sinceramente strepitose) con la successiva THE LAND OF FORTRESS, splendidamente costruita su trame folk che rimandano un po' all'operato dei folli progsters svedesi Ritual, salvo prendere una direzione quasi noclassical-prog nella seconda parte del brano, creando un contrasto piuttosto netto ma niente affatto incongruente fra le due parti e andando così a creare un pezzo dai molteplici spunti di interesse.

Ancora una volta, peraltro, è il caso di rimarcare la capacità della band di creare linee vocali assolutamente splendide e funzionali, capaci di dare all'intero album sia la giusta fluidità d'ascolto che la necessaria dose di verve interpretativa in grado di sprofondare in modo completo e totalizzante l'ascoltatore all'interno del mondo evocato dai solchi dell'opera in esame.

Ci si avvia alla conclusione della stessa sulle note tanto folkeggianti quanto epiche (il tutto in salsa prog-metal) della successiva THE END OF THE KING, splendida cavalcata rock tanto rocciosa quando pronta ad aprirsi a squarci class-pomp-aor dai sentori tanto vicini ai Toto quanto ai Queen più naif, con un ritornello a dir poco riuscitissimo e un'evoluzione strumentale ed emotiva entusiasmante, progressive fino al midollo (nel senso migliore del termine);

una scarica di adrenalina pura che ci prepara nel modo migliore al tour de force della suite finale, intitolata A MILD IMMORTAL NYMPH OF THE RIVER, lunga oltre dodici minuti e inaugurata da bucoliche note di chitarra acustica su cui si posa la voce suadente di Daniele a formare un connubio emotivamente perfetto nell'introdurre un brano che, nella migliore tradizione degli album prog, sembra voler riassumere in se tutte le caratteristiche peculiari dell'opera che va a suggellare.

Si passa così da delicati fraseggi dai toni celtici a porzioni più vicine al prog-rock e metal, il tutto innervato dall'enfasi epica degna di ogni epilogo che si rispetti, da aperture aor-pop tanto strumentali quanto vocali a momenti di puro intimismo scanditi dalle dolci note di un pianoforte, da accorati assoli di chitarra (la lezione di Gilmour e Lukather sembra essere stata imparata alla perfezione dalle due asce, benché opportunamente personalizzata) a momenti di lirismo ed eclettismo strumentale semplicemente da standing ovation.

Il flusso emotivo è costante ed intrigante, e i dodici minuti abbondanti del brano passano così in un attimo, lasciando l'ascoltatore estasiato e al contempo rattristato per la fine di un viaggio musicale di rara intensità, un po' come quando si giunge alla fine di libro che ci ha tenuti impegnati a lungo, di cui siamo felici di conoscere finalmente la fine ma il cui mondo già ci manca, e vorremmo ricominciare da capo per risprofondarcisi.

Qui la sensazione è la stessa, e la tentazione di premere nuovamente il tasto “play” è quanto mai forte.

Penso che questo sia il miglior complimento che si possa fare, parlando di un disco così impegnativo e ricco di spunti.

C'è un mondo, racchiuso tra questi solchi;

sta solo a voi decidere se addentrarvici o meno.

Io, fossi in voi, un'occhiata la darei.

Progressivamente magici.

 

90/100