16 MAGGIO 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Sono sicuro che, per chiunque segua la scena power-prog italiana da qualche tempo, il nome REVOLTONS non suona nuovo. Nati nel lontano 1991 a Vajont, piccolo paese del Friuli Venezia Giulia, come una semplice hard-rock cover band e passata a scrivere materiale proprio nel 1997, la band sale alla ribalta nel 2003 con la pubblicazione del debutto sulla lunga distanza “Night Visions” per la celebre Limb Music Productions. Purtroppo la parziale implosione del genere e alcuni problemi di line up (una sfortunata costante nella storia del gruppo) relegano la band in una condizione piuttosto underground. Ciononostante, la band riesce a pubblicare altri due album (Lost Remembrance del 2007 e Underwater Bells del 2009) e a tenere una serie di soddisfacenti show a livello europeo prima di sciogliersi nel 2010 a causa delle classiche divergenze artistiche e personali fra i membri della band. Riunitisi nel 2012 per la registrazione del quarto album, intitolato “386 Hight Street North: Come Back To Eternity” e basato su vecchie composizioni mai utilizzate nei precedenti album , oltre ad alcune nuove composizioni, la line up si sfalda poco dopo, con il solo chitarrista fondatore Alex Corona a cercare di portare avanti il percorso della band, fino a riuscire a convincere il cantante storico del gruppo, Andro, a rientrare nei ranghi per l'incisione del quinto album della band, intitolato UNDERWATER BELLS PT. 2: OCTOBER 9Th 1963 (Act I) e interamente basato sulla tragica vicenda del Vajont. Purtroppo, durante una serie di nuove date all'estero, Andro decide di lasciare nuovamente la band per problemi personali, sicché la band decide di ri-registrare l'album con un nuovo singer, trovato nella persona di Andras Csaszar, con una line up completata, oltre che dal già citato membro fondatore Alex Corona alla chitarra, da Matt Corona alla seconda chitarra, Roberto Sarcina al basso e Elvis Ortolan alla batteria, per poi pubblicarlo nel febbraio del 2020 su etichetta Sleaszy Rider Records. Fedele alle coordinate stilistiche che da sempre contraddistinguono la band, l'album si apre con la trascinate DANGER SILENCE CONTROL la quale, introdotta da un un arpeggio molto oscuro e classy, e da un riff cromatissimo altrettanto classico (in odore di Queensryche e Crimson Glory), esplode ben presto in un torrenziale power metal dalle tinte piuttosto oscure, che ricordano un po' i Kamelot del periodo The Fourth Legacy/Karma, ma anche i grandi classici del power metal europeo di metà anni 90, Gamma Ray su tutti. La band dimostra fin da subito un bagaglio tecnico molto solido e una scrittura fluida e matura, figlia senza dubbio della lunga esperienza accumulata nel corso della lunga carriera, che gli permette di infilare un arrangiamento molto efficace, grazie anche ad opportune porzioni meno incalzanti e più rocciose che permettono al brano di risultare più accattivante e meno unidirezionale e a un ottimo refrain, capace di stamparsi fin da subito nella testa dell'ascoltatore. Nota di merito per la voce di Andras, molto versatile e adeguatamente incisiva sia nei momenti più hight-pitched che in quelli più aggressivi e sanguigni, mentre una parziale nota di demerito va al suono generale, leggermente scarno e monodimensionale, per il genere. Nulla che infici in modo sostanziale la godibilità dell'album, ma senza dubbio un po' troppo lo-fi per poter competere, da quel punto di vista, col livello medio del mercato attuale. I ritmi calano leggermente, almeno inizialmente, con la successiva THE STARS OF THE NIGHT BEFORE, dal riffing più compatto e più vicino al power metal di stampo stelle e strisce, non privo di accenni thrashy e spruzzate prog, la cui atmosfera cupa e minacciosa si risolve in un refrain invece piuttosto arioso, che rimanda un po' agli Stratovarius dei tempi d'oro. Molto bella la porzione centrale del pezzo, graziata da ottimi intrecci di twin guitar e da un'evoluzione strutturale interessante ed efficace.

Un brano che scorre davvero bene. Sono invece i top-sellers Symphony X a fare capolino tanto nell'interludio strumentale SLOWMOTION APOCALYPSE quanto nella successiva MARY AND THE CHILDREN, brano dalle cadenze power-prog spiccatissime (non mancano nemmeno echi dei Queensryche più rocciosi), il tutto arrichito da spunti class metal che fanno venire alla mente anche i nostrani Labirynth, soprattutto nell'arioso e decisamente melodico refrain.

La band dimostra in questo frangente la sua capacità di saper gestire anche partiture decisamente complesse dal punto di vista concettuale con grande maestria, andando a realizzare un brano tanto complesso e vario quanto avvincente e godibile. L' atmosfera si fa malinconica e triste nella quasi strumentale (e quasi title track) ed acustica OCTOBER 9Th 1963, la quale, guidata da splendidi arpeggi e opportune orchestrazioni d'archi, raggiunge momenti di grande drammaticità grazie al sapiente uso di sample, parti recitate e voci femminili. Un brano decisamente riuscito e toccante, soprattutto se già si conoscono bene le vicende narrate dal concept. Si ritorna al power prog di gran classe con la successiva ERASE! NEW EARTH LORD! , power ballad potente e cromata dalla struttura piuttosto classica, ma graziata da splendidi crescendo emotivi (quello che precede l'azzeccato solo di chitarra è semplicemente da applausi a scena aperta, con i suoi deliziosi quanto incisivi toni pomp-rock) che costituisce senza dubbi uno degli apici emotivi dell'intero lavoro, prima che si torni a spingere sull'acceleratore (benché senza esagerare) con la potente e ritmata HYPNOS AND THANATHOS, pezzo oscuro e rabbioso (in cui fa la comparsa anche un ringhioso growl) solo parzialmente alleggerito da un refrain leggermente più melodico del resto della composizione e da aperture prog di maggiore respiro.

Il brano risulta vincente, oltre che funzionale a ridare nerbo alla tracklist dopo una fase più votata all'intensità emotiva, e fa da preludio alla furia della successiva PRIMAL SHOCK, con i suoi rimandi al thrash e al metal estremo (nuovamente rappresentati da alcune parti in growl) che, opportunamente miscelati al classico power-prog dei Revoltons, va a comporre una scheggia di pura rabbia dalla durata inferiore ai tre minuti.

Brano efficace e incisivo, che richiama un po' alla mente i Symphony X di Paradise Lost, nei suoi momenti più furenti, e che dimostra ancora una volta come la band, pur non inventando nulla di nuovo, formalmente, riesca a condensare le sue influenze con buona personalità per dare vita a brani vincenti e appassionanti. Power metal (europeo) puro è ciò che si respira nella velocissima THE POWERLESS WRATH, ottimo punto di incontro fra la classe degli Stratovarius e dei primi Angra e la ferocia (sebbene melodicamente pregna) dei Gamma Ray di Land Of The Free, graziata ancora una volta da una prestazione maiuscola da parte del cantante Andras, sopportato a dovere da una band compattissima, e da un gusto per la melodia che, soprattutto nella parte centrale e finale del brano, prende il sopravvento andando a costituire la classica ciliegina sulla torta dell'intera composizione (spettacolare il solo di chitarra, tanto tecnico quanto emotivamente coinvolgente). È poi tempo di scapocciare senza senza ritegno con la successiva CRIMINAL ORGANISM, cavalcata power tanto classica quanto efficace, che la band non manca di arricchire di spunti prog e class, come da consuetudine, piazzando un brano diretto ed efficace prima di sottoporre l'ascoltatore al tour de force costituito dai dieci minuti della conclusiva GRANDMASTERS OF DEATH. Si tratta di un brano estremamente roccioso e cupo, dove la band mette da parte la sua anima più spiccatamente power per confezionare un brano spiccatamente prog pesantemente influenzato dal post- thrash plumbeo e soffocante dei compianti Nevermore, sensazione veppiù aumentata dalla presenza dell'ospite di lusso Blaze Bailey (ex Wolfsbane e Iron Maiden, se mai ci fosse bisogno di una presentazione) che, col suo inconfondibile vocione, dona un tocco di ineluttabilità unico alla prima metà del pezzo, mentre nella seconda è l'anima più spiccatamente prog della band a prendere il sopravvento, andando a inanellare una serie riff e costruzioni sonore splendide e incisive, splendido suggello di uno dei brani più riusciti dell'intero lotto.Resta solo il tempo per farsi trasportare dalle note della malinconica strumentale conclusiva THROUGHT THE YEARS prima che questo album giunga al termine, lasciandoci la sensazione di avere fra le mani un'opera dall'evidente e vibrante ispirazione di fondo (inevitabile, vista la provenienza dei membri della band, riconducibile proprio ai luoghi in cui la tragedia narrata dal concept venne consumata), ma che non vive solo sul trasporto emotivo della vicenda narrata, ma che trova altrettanta compiutezza nelle capacità musicali e compositive di una band di assoluto valore, degna del giusto riconoscimento in patria così come sul mercato internazionale.Un lavoro che non potrà non avvincere chiunque ami il power-prog moderno e oscuro, ma che potrà trovare estimatori anche fra i fan del metal più classico e rovente.

Per quanto mi riguarda, promossi senza riserve (con l'unica eccezione della produzione, ma è evidente che la band ha fatto del suo meglio con i mezzi a disposizione, quindi non mi sento di fargliene una colpa). Un album da ascoltare.

 

80/100