25 SETTEMBRE 2019

Recensione a cura di

Edoargo Goi

 

Tornano sul mercato dopo sei lunghi anni di attesa i progsters riminesi SILVER LAKE con questo nuovo full lenght, intitolato THE MASTER OF LIGHTNING e pubblicato sotto l'egida della label Vibe Records.

Registrato, come già accaduto per i precedenti due output della band (il debutto omonimo del 2011 e il successivo “Every Shape And Size” del 2013), presso i Domination Studios sotto la guida del rinomato producer e musicista Simone Mularoni, l'album vede la band (nata nel 2003 come cover band e approdata nel 2007 alla composizione di materiale inedito) alle prese con un parziale concept basato sugli ultimi giorni di vita del controverso scienziato Nikola Tesla, oltre che con alcuni cambi in seno alla line up, con il subentrante bassista Gianluca Fattori a rimpiazzare l'uscente Luigi Rignanese (bassista nei precedenti due album del gruppo) e l'abbandono del tastierista storico Riccardo Fabbri (benché alcune parti di tastiera presenti sull'album portino la sua firma, mentre altre sono state inserite in seguito allo split dai rimanenti membri del gruppo), mentre confermatissimi risultano Davide Bertozzi alla voce, Giovanni Matichecchia alla chitarra e Andrea Urbinati alla batteria.

Influenzati fin dai primissimi tempi dai grandi classici del progressive e del power metal, con nomi come Dream Theater, Pain Of Salvation e Angra fra i propri indiscussi numi tutelari, ma con più di un'influenza riconducibile anche ai classici del rock più arioso e melodico (potremmo fare i nomi di Europe, Van Halen e Mr. Big, per dare un'idea delle sonorità di riferimento), i nostri proseguono su questo album il processo di incupimento generale delle loro atmosfere già iniziato sul precedente Every Shape And Size implementandolo con un rinnovato approccio al lavoro delle tastiere, arricchito in questa occasione da inediti interventi di musica elettronica e di synth con l'intento preciso di dare ai brani la giusta connotazione atmosferica capace di rendere al meglio il concept trattato.

La scelta si rivela vincente fin dall'opener WANDERCLYFFE TOWER (nome della torre-laboratorio in cui Tesla effettuava i suoi esperimenti di trasmissione dell'elettricità senza fili), introdotta da un arpeggiatore elettronico ma ben presto deflagrante in un power-prog molto roccioso dai toni al contempo cupi ma anche decisamente melodici, veppiù esaltati dall'educata voce di Davide e da una prestazione strumentale generale tanto tecnica quanto elegante, nei momenti più melodici così come nei momenti più pesanti e metallici.

Il brano scorre in modo molto fluido, denotando una rilevante bravura della band in fase di arrangiamento, con la stessa che risulta inoltre molto abile nel non far suonare pesanti i vari passaggi decisamente tecnici presenti all'interno del tessuto musicale grazie a un'attenzione costante alla resa atmosferica e melodica della composizione.

Si tratta senza dubbio di un ottimo biglietto da visita per l'intero lavoro, capace di mettere subito sul piatto le caratteristiche generali su cui l'album andrà a posare, con un occhio di riguardo per l'impatto, come in ogni buona opener che si rispetti.

Si prosegue con la leggermente più controllata BLIND (brano che esula dal concept su Tesla), composizione che si assesta su un vivace mid tempo in cui l'influenza dei Dream Theater si fa decisamente sentire (soprattutto nel riff portante e in quello chiamato a sostenere la strofa) ma che l'occhio di riguardo che la band riserva per atmosfera e melodia permette di rendere personale e immediatamente ascrivibile al proprio sound peculiare.

Da segnalare la particolare attenzione con cui la band costruisce i crescendo che portano ai sempre curatissimi e riuscitissimi refrain (caratteristica che emerge prepotentemente in questo brano così come nel precedente e che, in generale, contraddistingue da sempre l'operato dei Silver Lake), aspetto d'importanza primaria per donare a una musica complessa e tecnicamente impegnativa come quella contenuta in questi solchi l'immediatezza e la fruibilità, oltre che l'impatto emotivo, che sembrano essere uno degli obbiettivi primari prefissatisi dal gruppo.

Ottimo anche lo stacco centrale, più cupo e intimo, che permette di donare dinamicità a un brano piuttosto lineare, graziato da uno splendido lavoro di chitarra tanto nel riffing quanto nel comparto melodico e solista.

La successiva title track THE MASTER OF LIGHTNING si rivela come un'altra composizione di prog metal de-luxe (con alcuni rimandi all'operato dei maestri Fates Warning del periodo che va dal capolavoro Parallels in poi), marchiata a fuoco da un riffing tanto impattante quanto avvolgente e ombroso e dal consueto gusto della band per quanto riguarda le melodie, per non parlare dell'attenzione posta nella costruzione di linee vocali sempre di grande resa, tanto nella strofa tanto nell'incisivo refrain, cui fa da contraltare una parte centrale del brano dai connotati più tecnici e pesanti che mette ancora una volta in mostra il rinnovato utilizzo che la band fa delle tastiere e dell'elettronica, utilizzate in questo album in modo decisamente più “di contorno” per supportare l'atmosfera generale dell'album rispetto all'utilizzo più prominente palesato nella precedente discografia dei nostri. Da rimarcare anche il modo in cui la band evita di indulgere in prolisse porzioni strumentali (tipiche, purtroppo, del genere) per puntare dritto al sodo di ogni singola composizione, com'è palesato anche dal minutaggio, relativamente contenuto (per il genere), dei singoli brani. Una parte di archi dai toni epici e solenni apre la successiva AFTERLIFE, brano dall'incedere cupo scandito da chitarre abrasive e da linee vocali avvolgenti quanto penetranti e acide. Sembrano ancora essere i Fates Warning (qui in particolare quelli con Kevin Moore in seno alla band, per l'utilizzo che anche qui viene fatto di tastere, sintetizzatori ed elettronica) il principale punto di riferimento della band, che mette in questa composizione in secondo piano la sua anima più solare e melodica per dare vita a un brano atmosfericamente più pesante ed opprimente, caratteristica che lo accomuna alla successiva TRASCENDENCE, brano dal incedere ancora più metallico e pesante dove la band da sfogo alla sua anima più ruvida e potente per costruire un pezzo dall'atmosfera tragica di grande impatto, con qualche rimando agli ultimi Symphony X a emergere dal costrutto generale della composizione, senza che peraltro la band rinunci alle sue peculiarità di melodicità e immediatezza che qui sono semplicemente rivestite di un'aura più cupa e cattiva. Dopo il crescendo di pesantezza degli ultimi brani, la band ci permette di tirare il fiato con la power-ballad SHADOW OF A MAN, pezzo in cui il gruppo riversa tutto il suo amore per l'ariosità del rock più classico e patinato, fra chitarre acustiche carezzevoli, riff distorti tanto incalzanti quanto briosi, linee vocali di grande impatto, melodie immediate quanto curate e un'atmosfera generale avvolgente e ammaliante, il tutto sorretto dalla consueta maestria del gruppo per quanto riguarda gli arrangiamenti.

Brano tanto leggero quanto riuscito, posizionato al punto giusto della scaletta. É un'elettronica algida e inquietante ad aprire la successiva BRING ME BACK ALIVE (pezzo che, insieme al successivo, risulta scollegato dal concept su Tesla, come già accadeva per il secondo pezzo della tracklist), brano che ci precipita nuovamente nell'anima più metal prog della band, nuovamente ammantato da un'atmosfera cupa e opprimente, salvo ritagliarsi un raggio di luce e speranza nello splendido, arioso, refrain, autentico squarcio di luminosa bellezza in un brano per il resto votato al alto oscuro della proposta dei nostri, mentre la successiva TRAIL OF TEARS, pur non distaccandosi affatto dalle coordinate del prog-metal care ai Silver Lake, lascia parzialmente da parte la componente più cupa ed opprimente per abbracciare sonorità più metalliche e cromate, e si rivela come un pezzo compatto, brioso e dall'elevato contenuto tecnico in cui la band riesce a condensare un'elevata varietà di soluzioni in una durata assolutamente contenuta. Il concept su Tesla viene ripreso e concluso con la successiva WALKER, pezzo che recupera fin da subito i connotati cupi con i quali la band sembra aver voluto legare in particolar modo i vari capitoli dello stesso (benché tali connotati non siano comunque estranei anche ai pezzi che invece non ne fanno parte, permettendo così all'album di mantenere una componente atmosferica di fondo molto omogenea), pur senza raggiungere il grado di oppressione raggiunto in altre composizioni in esso comprese grazie a un andamento meno roccioso e pesante, maggiormente improntato a un prog-metal elegante e raffinato, seppur comunque decisamente vigoroso e robusto.

Il brano risulta trascinante e incisivo, e conclude degnamente la parte riservata al concept su Tesla, mentre l'album si conclude in modo effettivo solo con la successiva PLASTIC RAIN, pezzo scelto anche come singolo di questo The Master Of Lighting e contenente al suo interno influenze riconducibili ai mai dimenticati Porcupine Tree che, sebbene presenti in latenza lungo l'intero album, si manifestano in questo pezzo in modo mai così netto e prominente, impreziosendo così in modo decisivo un brano dall'impronta elettronica decisamente marcata in cui la componente prog-metal si arricchisce di elementi post-rock decisamente moderni e accattivanti; se a tutto questo aggiungiamo la consueta propensione dei nostri alla costruzione di atmosfere e melodie dalla resa assicurata, con un approccio che talvolta esula addirittura dal mondo del rock per approdare a lidi quasi pop per quanto riguarda la ricerca di un'immediatezza espositiva il più possibile incisiva e funzionale, capirete che ci troviamo fra le mani il suggello perfetto per un disco decisamente ambizioso, che vede la band impegnata nel tentativo di evolvere la propria proposta non per affrancarsi dall'etichetta di “prog metal band” (genere cui la band appartiene in modo piuttosto fiero), ma per donare al proprio alveo compositivo una libertà espressiva priva di vincoli di genere e, a conti fatti, ancor più “progressiva”, se vogliamo intendere il progressive più come uno stato mentale che come uno stile definito e codificato;

obbiettivo che la band centra in pieno, confezionando un album che chiunque ami la buona musica e le grandi canzoni, costruite su melodie accattivanti e curatissime, partiture strumentali complesse ma al contempo estremamente godibili, esecuzioni impeccabili e grandi linee vocali, non potrà mancare di apprezzare.

Se questa, come sembra, è la nuova via che il progressive metal ha imboccato, forse c'è davvero la speranza per l'intero genere di non morire soffocato dai suoi stessi vincoli, come invece sembrava fino a qualche tempo fa. Per quanto riguarda i Silver Lake, non si può far altro che promuoverli su tutta la linea.

 

80/100