32 AGOSTO 2019

Recensione a cura di

 

 

Edoardo Goi

 

Per quanto mi riguarda, per fare del buon death metal (a prescindere dal filone che si decide di seguire) sono necessarie poche cose, ma fondamentali: scrivere dei grandi pezzi, dominati da riff grandiosi, e spaccare il culo senza ritegno alcuno. L'innovazione, se c'è, deve essere qualcosa di innato e naturale, e non forzato dalla necessità di voler apparire a tutti i costi “diversi” o “più estremi”. L'importante è che i brani ti colpiscano come una badilata in faccia, scaraventando i tuoi poveri, esanimi quanto soddisfatti resti contro il muro.

A quanto è dato ascoltare, i veneti SKORBUTIKS sono del medesimo parere e ci propongono, con il loro debutto sulla lunga distanza intitolato ARCHAEONECROSIS (pubblicato su etichetta The Spew Records), un concentrato di death metal furibondo e pesantissimo dal sound fortemente influenzato tanto dalla scuola statunitense quanto da quella europea della prima metà degli 90 il cui unico obbiettivo sembra essere quello di radere al suolo i nostri padiglioni auricolari, battendosene bellamente le balle di voler apparire a tutti i costi innovativi e concentrando tutti gli sforzi nel tentativo di partorire le canzoni più brutali e devastanti possibile. Ecco quindi che, con un bagaglio di influenze che va dagli Obituary agli Asphyx,dagli Entombed ai Death, passando per Bolt Thrower, Benediction e primi Pestilence, la band, fondata nel 2011 e composta da Typhon alla voce, Aton alla chitarra (membro fondatore e unico superstite allo smantellamento della line up avvenuto dopo la registrazione del presente debutto), Numen al basso e Occasus alla batteria, ci spara in faccia nove monoliti di death metal arcigno e fumante per quaranta minuti scarsi di massacro sonoro senza pietà. A mettere le cose in chiaro ci pensa subito l'opener DEATH BREED IMPLANTS (titolo che richiama immediatamente le atmosfere fantascientifiche e catastrofiche dell'emblematica illustrazione di copertina), col suo riff iniziale terribilmente Obituary, pesantissimo e scarnificante, la sua strofa abrasiva in odore di Asphyx, le sue accelerazioni death thrash in odore di Slayer/Kreator, il tutto avviluppato in un'atmosfera che non rifugge alcune derive più moderne (chi ha detto Kataklysm?) ma con un riffing quantomai ancorato ai classici del passato. Un inizio quantomai roccioso, che la band bissa subito con l'ancora più groovosa (almeno inizialmente) SKYHOLE DEVOURMENT, dall'influenza decisamente Bolt Thrower in più di un frangente e marchiata a fuoco dal growl piuttosto intelligibile di Typhon, giocata su arrembanti up tempo e riff quadrati e incisivi, salvo aprirsi nella sua parte centrale a melodie di stampo classico intonate da una chitarra solista sufficientemente ispirata. Molto efficace il refrain, rallentato e impattante, punto focale di un brano decisamente più strutturato del precedente e nel quale fanno capolino anche un paio di opportuni sample, quantomai necessari per dare anche a questo pezzo i connotati fantascientifici che permeano l'atmosfera generale dell'intero album. Sono proprio degli inquietanti sample ad aprire la successiva THE PERNICIOUS MARCH, brano inizialmente cadenzato (con un paio di passaggi che ricordano da vicino gli Hypocrisy più”alieni) che si assesta successivamente su un up-tempo incisivo per quanto riguarda le strofe e nuovamente su tempi rallentati nell'evocativo refrain (nuovamente permeato da rimandi alla band del buon Peter Tagtgren). L'alternarsi, anche in questo brano, di tempi mai eccessivamente veloci e repentini rallentamenti, se da un lato conferisce alla musica della band un notevole impatto, dall'altro rischia di inficiare un po' il flusso dinamico dell'album, proprio per una certa ripetitività di alcune soluzioni ma, giunti a questo punto dell'opera, il tutto sembra ancora reggere in modo sufficientemente accattivante. A spezzare il flusso musicale, fin qui piuttosto omogeneo, ci pensa l'inframezzo strumentale interamente costruito da tastiere e sample (impossibile non citare qui la lezione di atmosfere sci-fi siderali impartita dai maestri Nocturnus sul capolavoro The Key) THE RUINS OF HATHAR, ottimo preludio alla tanto brutale quanto aliena TOWARDS THE GREAT ENSLAVEMENT, brano dall'impatto death assassino e dal spezza-collo infarcito di digressioni death-thrash e aperture psicotiche e disturbanti colme di oscuri presagi provenienti dallo spazio profondo (impossibile non citare nuovamente gli Hypocrisy e i Nocturnus, senza dimenticare i Pestilence più cosmici di Spheres, in riferimento unicamente alle atmosfere) che si configura da subito come uno degli highlight assoluti dell'intero lavoro. La struttura, relativamente complessa e decisamente curata, mantiene il brano vivo e vibrante dalla prima all'ultima nota (nonostante si tratti del brano più lungo dell'intero lavoro, coi suoi quasi sei minuti di durata), e il risultato finale si concretizza in un pezzo che, per caratteristiche, è esattamente ciò di cui l'album aveva bisogno per poter spiccare il volo e fare il necessario salto di qualità in quanto a godibilità e fruizione, subito bissata da una THE LEVELLING che, pur ricalcando la monoliticità di inizio album, si giova di una struttura snella e di un riffing straordinariamente catchy (per il genere) e pesante, oltre che di un groove non indifferente, e alla quale la parte centrale, più veloce e furibonda, dona la giusta verve per non apparire statica o monocorde.

Sono nuovamente atmosfere epiche e siderali ad aprire la pesantissima, successiva, DWELLERS OF VOID, brano caratterizzato da un roccioso mid-tempo dal peso specifico notevole, riff scorticanti ma anche da aperture melodiche di gran gusto, perfette per donare un po' di ariosità al pezzo, e da opportune accelerazioni, fondamentali per donare dinamicità al medesimo e varietà alla sua struttura portante, oltre che all'atmosfera densa di drammaticità che lo pervade. Splendido, in tal senso, anche l'uso delle vocals in scream da parte di Typhon; elemento che va a completare in modo perfetto un quadro d'insieme tanto intenso quanto disperatamente oscuro. È un'inquietante cantilena ad aprire la successiva TOMBBATH MMXVIII, devastante brano in odore di Asphyx ed Entombed che, col suo assalto frontale (spezzato da una parte centrale caratterizzata da accattivanti melodie in twin guitar e da una successiva porzione dai toni death&roll), riporta il disco su coordinate di puro impatto e intransigenza old school death metal quantomai gradite, oltre che funzionali alla dinamica complessiva del lavoro; lavoro che si conclude con la più variegata ed epica SWARMING COLUMNS, col suo groove iniziale dai connotati piuttosto moderni presto brutalizzato da una deragliante porzione guidata da una doppia cassa lanciata a tutta birra e da blast beat incalzanti, cui fanno da contraltare evocativi rallentamenti dai toni death doom. È un approccio nuovamente groovoso e moderno a marchiare a fuoco la parte centrale del pezzo, salvo poi deflagrare in un blast beat massacrante prima di rientrare nelle coordinate guida iniziali del brano, che va a concludersi quindi su toni cupamente epici grazie a splendide e accattivanti armonizzazioni di chitarra. Un brano perfetto per concludere il disco, grazie alla sua capacità di contenere in se un po' tutte le anime, sia in quanto a spettro musicale che atmosferico, dell'album e alla sua intrinseca qualità, che rispecchia in modo piuttosto fedele l'intrinseca qualità dell'opera tutta che, se da un lato denota senza dubbio una chiara dipendenza della band nei confronti delle proprie muse ispiratrici e la mancanza di qualche elemento che possa permettere alla stessa di stagliarsi in modo netto al di sopra della pletora di band che intasano la scena death metal odierna, dall'altro denota il tentativo da parte del gruppo di non vivacchiare sulle passate glorie, mettendo tutta la personalità possibile all'interno delle proprie composizioni, con risultati, a tratti, senza dubbio rimarchevoli. Un album piacevole e ottimamente realizzato, che potrà garbare non poco sia ai fan del death metal più datato che a quelli in cerca di sensazioni più attuali, da parte di una band che denota ampi margini di miglioramento, e a cui auguro di riuscire a risollevarsi dal recente terremoto in seno alla line up. Da tenere d'occhio.

 

70/100