6 GIUGNO 2020

 

Recensione a cura di

Jonathan Rossetto

 

Nato nel 2016 in quel di Sassari, il progetto Sonisterica debutta nel 2019 col proprio primo album: “Ophion”, come il primo re dei Titani e dei cieli.

Non è possibile classificare l’offerta musicale della formazione sarda, data la grande mescolanza di generi, ma in nostro aiuto giunge proprio il termine Sonisterica per fare un minimo di chiarezza: esso deriva dalla fusione delle parole suono ed isteria. 

E la contrapposizione tra armonia e rumore, quest’ultimo spesso abbinato alla nostra opprimente, chiassosa e, appunto, isterica società, è il punto cardine di tutte le sette tracce. 

Il cuore della fase strumentale risulta essere il basso. Le note stagnanti, grezze, distorte, ossessive e malate tengono per mano il fluire della scaletta, la quale trascina con sé l’ascoltatore in un viaggio assolutamente non per tutti. Se cercate tracce sparate a mille chilometri orari, dalle melodie limpide e di facile presa, “Ophion” è esattamente l’opposto. D’altro canto generi come il new metal, l’hardcore, il punk, il prog e molti altri si fondono e susseguono senza una reale soluzione di continuità.

Ma di certo è un disco meritevole d’attenzione.

Se proprio dobbiamo trovare un’immagine per descrivere a parole questo lavoro, io, recensore, proporrei quella di un albero abbastanza grosso. Perché? Nonostante vi siano dei cambi di ritmo, nonostante la formazione non rinunci ad una certa vena progressive, ad una certa complessità compositiva, il susseguirsi delle note può essere paragonato al vento che scuote i rami. Si può soffiare all’infinito, si può essere isterici, caotici e distruttivi quanto si vuole, ma la base, le note e la struttura, per quanto indecifrabile, permangono sempre quelle: le radici dell’albero sono abbastanza radicate in profondità da tenerlo in piedi. E lo stesso si può dire della granitica offerta musicale(tale peculiarità è puramente una scelta stilistica, starà al fruitore accettare o meno).

La durata dei pezzi risulta essere spesso abbastanza corposa. Fatta l’eccezione della opener “intro”(poco più di un minuto), della closer “Zero”(4:45) e di “Carmina”(oltre i cinque minuti), le restanti quattro canzoni sforano “allegramente” i sei minuti. Qualitativamente parlando non vi sono cedimenti durante il percorso, anzi, la media compositiva tende sempre ad attestarsi su livelli molto buoni. Degni di una particolare menzione “Luce”, tra le altre cose scelta come singolo, “Selene” (e il suo finale crudo e sofferente, “Zero” e “La ricetta del caos”.

Il cantato in lingua nostrana aiuta ad una maggiore immedesimazione nel contesto ricreato dalla formazione sarda(anche la buona qualità delle liriche in effetti). Una produzione non di primissimo livello, visti gli intenti e la resa finale, viene ampiamente giustificata ed implementata nel sound.

In conclusione ci troviamo tra le mani, e nelle orecchie, quasi quaranta minuti da provare. Non è un album per tutti, come detto, e questo suo essere tante cose e, allo stesso tempo, non voler rappresentare nulla di preciso, alla fine dell’ascolto, può rivelarsi il maggior pregio come l’insormontabile difetto. Ma nel dubbio ascoltatelo.

 

70\100