27 Maggio 2020

Recensione a cura di

Jonathan Rossetto

 

In passato ho già avuto l’onore di parlare di band importanti come Divinity, Starbynary e Rustless(e non ne cito altre per non allungare questo papiro). Ma per la prima volta, da tempi ben anteriori al mio debutto come recensore qui su IVL, sarò io a scegliere di che disco parlarvi.  Detto ciò credo si possa iniziare questo meraviglioso viaggio.

Il progetto Temperance nacque nella seconda metà del 2013 in una sala prove, con lo scopo di sperimentare nuovi sound. Sorse così qualcosa di nuovo, qualcosa di abbastanza solido da permettere l’avvio di una nuova band. Con l’aggiunta di Chiara Tricarico al microfono, e una formazione composta dall’evoluzione finale dei Bejelit, il quintetto nel 2014 debuttò con il primo album, “Temperance” appunto, sotto l’ala della nostrana Scarlet Record.  Chiara Tricarico(voce), Marco Pastorino(chitarra e voce), Sandro Capone(chitarra), Luca Negro(basso) e Giulio Capone(batteria).

Gli artisti dietro questo nuovo marchio non erano alle prime armi, sapevano quello che facevano. Ne seguì un debutto di certo concreto, con molti buoni propositi e tanta voglia di fare(ne è una dimostrazione il poco tempo che fu necessario per dar vita all’album).  Venne regalato al pubblico un buon miscuglio di diversi generi come l’heavy, il rock, power, elettronica, symphonic. Diciamo che il non voler appartenere ad un filone preciso sarà il marchio di fabbrica della formazione. Quella della Tricarico era la voce principale, pulita, in contrasto con il timbro più sporco di Pastorino, il quale non rinunciava anche a sezioni in growl. L’intreccio musicale, sin dalle prime note, era contorto, complesso, ma allo stesso tempo efficace e diretto.

In ogni caso, nonostante diversi buoni episodi come la conclusiva “Lotus”, “Breathe” (dalla quale ricavarono il videoclip), “Scared & Alone” ed altri onorevoli esempi, “Temperance” rimane un “primo passo” verso un qualcosa di più grande.  Parliamo di un prodotto molto commerciale, fruibile da tutti e con quel qualcosa in più che lo differenziava dal resto. Tuttavia era un lavoro ancora acerbo, alla formazione serviva altro tempo per evolversi.

Ma che invito lo stesso a recuperare.A inizio 2019, verso gennaio, i Temperance vivono l’ennesimo cambiamento, non meno importante dei precedenti. Dopo diversi anni abbandonarono Scarlet Records in favore di una label più grande: Napalm Records. Un passo avanti non indifferente considerando la risonanza internazionale delle formazioni appartenenti a quel roster(Unleash The Archers, Hammerfall, Delain, Powerwolf, Gloryhammer, Alestorm… ma soprattutto i Nanowar of Steel, loro sono importantissimi).

Una bella occasione per espandere il proprio nome. Ci saranno riusciti?

Michele Guaitoli(voce), Alessia Scolletti(voce), Marco Pastorino(chitarra e voce), Luca Negro(basso) e Alfonso Mocerino(batteria).

Rilasciato in data 24 gennaio, “Viridian” è l’ultimo album della discografia dei nostrani Temperance, il primo sotto il marchio Napalm Records.

Mi trovo concorde con quanto affermato dalla formazione, questo è un lavoro molto più heavy rispetto al passato. Ma è anche vero che tutta la scaletta si rifiuta categoricamente di voler appartenere ad un genere in particolare. Vi sono tracce più symphonic, altre smaccatamente rock, altre con elementi quasi industrial e new metal, altre folk. C’è persino un pezzo gospel. Ma il concetto che riassume tutta la scaletta è uno, ed è molto semplice: energia.

In pillole parliamo di un disco che punta tutto sulla varietà della propria proposta, del voler essere tante cose. Quasi sempre ci riesce.

In data 24 ottobre 2019 venne rilasciato il primo singolo: “Mission Impossible”. Questa traccia si ispira al secondo capitolo della saga di Ethan Hunt e si discosta completamente da quanto vedremo nell’album finale. Riff molto duri, quasi industrial, e tutto amalgamato in un insieme molto commerciale(non voglio rinominare quella band scandinava, sarebbe troppo facile… e sbagliato). Per quanto sia un buon pezzo, orecchiabile e d’impatto, sceglierlo come singolo di presentazione è stata una mossa quanto meno audace. Vero, dopo diversi ascolti l’anima della formazione esce fuori, motivo per la quale mi sento di promuovere questo episodio, ma il duplice compito di primo singolo ed opener dell’album non credo gli si addica. Nonostante tutto, come quasi tutto il resto della tracklist, cresce con gli ascolti, molto di più di quel che si possa pensare.

Segue “I Am The Fire”. Anche questo brano scelto come singolo, il terzo dei quattro, ed è la seconda traccia della scaletta. Un lavoro dalla matrice symphonic\power evidente, di facile presa. Ma che colpisce molto meno rispetto ad altri episodi che vedremo più avanti(e pensare che questo è uno dei brani meno riusciti, immaginate quando arriveranno i pezzi da novanta). Forse il meno bello dei singoli, ma pur sempre più che sufficiente.

“Start Another Round” è il terzo brano, nonché quarto singolo rilasciato(e probabilmente il migliore del quartetto). Dalla vena più rock, più spontanea, questo episodio è uno di quelli che meglio trasmette il concetto di energia. Lo si intuisce in ogni singola nota, dai sorrisi nel video, dalle liriche. E la curiosità di sentirlo in sede live, Covid 19 permettendo, è alta.

“My Demons Can’t Sleep” è il secondo singolo, forse quello più adatto a ricoprire questo ruolo, e dalla natura più symphonic classica. Come il precedente brano alza di parecchio l’asticella, pur osando di meno in termini di novità.

“Viridian”. La title track è il secondo miglior pezzo di tutta l’esperienza. Colpisce sin dai primi secondi, dalle tastiere, dal primo attacco vocale della Scolletti da far elettrizzare la pelle, sino al ritornello molto usuale nella struttura quanto efficace e galvanizzante. Funziona tutto in questo piccolo gioiellino di circa quattro minuti e mezzo. Forse l’assolo si poteva evolvere un filino di più, ma resta l’unico neo.

“Let it beat” è molto semplice nella struttura, così come nel suo essere molto radiofonica(diciamo che avrebbe avuto molto più senso usare questo pezzo come singolo, sicuramente più “I Am The Fire” e “Mission Impossible”). Tre minuti e mezzo che vivono in funzione del ritornello e della sua costruzione. Nulla di particolarmente originale, ma funzionale al contesto. “Scent of Die” è una ballad che permette all’ascoltatore di respirare, di prendersi una pausa. Anche in questo caso non parliamo di un pezzo particolarmente innovativo, ma nella sua semplicità, nelle sue melodie e con un certo carisma, esprime quattro minuti abbastanza piacevoli(piccola nota: assieme alla traccia successiva è l’unico brano le cui liriche non sono state composte da Guaitoli e la Scolletti, bensì da Pastorino).

“The Cult of Mystery” è una seria candidata a best track dell’album. Le tastiere iniziali vengono spazzate via da una cavalcata power intrecciata con la voce dell’ospite Laura Macrì. Buone le liriche, ad opera di Alfonso Mocerino, e l’ottimo intreccio strumentale che compone tutto il pezzo.

Poi c’è lei, la star indiscussa di “Viridian”: “Nanook”. Un brano power dai porti elementi folk e celtici, divisibile in tre fasi. La prima è di costruzione, l’introduzione con la cornamusa ad opera di Alex Coghy, dove arpe e metal si intrecciano; dove le tre voci raccontano la morte e la rinascita di uno spirito. “(The) Sky will be the limit just for you and i!”

La seconda fase è impreziosita da un coro che trasporta l’ascoltatore con una melodia semplice(Coro Sant’Angela Merici), raccontando l’attesa perdurata una notte intera. Ad un certo punto prevarranno nuovamente le inserzioni strumentali, tanto che, sino all’assolo, tastiere e cornamusa non faranno altro che arricchire un momento di sicuro impatto: l’ascesa del sole. Riff più duri, più graffianti, sino a melodie più distese e capaci di far breccia nelle corde di chiunque. La terza fase è rappresentata dalla riproposizione del ritornello. Semplicemente un pezzo magnifico.

“Gaia” è un altro tassello molto importante. Parliamo di una ballad molto d’atmosfera, la quale cresce d’intensità man mano che il tempo passa.

“Will our children see the sun?” Viene ripresa la critica ambientale tramandata per tutta l’opera, trasmessa in alcuni episodi della scaletta come, appunto, la title track. “Gaia, please, forgve us For the senseless pain we’ve caused! May tomorrow come And spare our souls!”

L’unica cosa che si può aggiungere al termine del pezzo è un semplice “wow”, “magnifico”. “We were meant to make you rise” “Catch the Dream” chiude l’album in maniera inusuale. È un brano gospel di meno di due minuti, ma che, nella sua semplicità, ne sono certo, in sede live svolgerà un ruolo fondamentale(il coro che sentite in sottofondo appartiene al Nuvoices Project). La masterizzazione e il mixaggio dell’album sono stati affidati alle mani di Jacob Hansen(così come era accaduto anche in “Of Jupiter and Moons”). Il suono della produzione risulta essere di livello, così come la media di tutti i lavori precedenti ad essere onesti.

In conclusione un gran bel lavoro, che forse non raggiunge ancora le vette qualitative di “The Earth Embraces Us All”, ma che nei momenti migliori gli si avvicina pericolosamente. Un passo avanti rispetto ad “Of Jupiter and Moons” ed un serio candidato ad una possibile top 20 dell’anno, mio parere.

È stato un lungo viaggio, mai avevo scritto una recensione che fosse anche una monografia. Ringrazio ancora una volta Matteo e Valeria per avermi concesso l’occasione di scrivere questo pezzo e, soprattutto, voi, per essere giunti sino a questi ringraziamenti.

Grazie mille.

 

86\100.

 


BREVE MONOGRAFIA

A cura di  Jonathan Rossetto


Il progetto Temperance nacque nella seconda metà del 2013 in una sala prove, con lo scopo di sperimentare nuovi sound. Sorse così qualcosa di nuovo, qualcosa di abbastanza solido da permettere l’avvio di una nuova band. 

Con l’aggiunta di Chiara Tricarico al microfono, e una formazione composta dall’evoluzione finale dei Bejelit, il quintetto nel 2014 debuttò con il primo album, “Temperance” appunto, sotto l’ala della nostrana Scarlet Record. 

Chiara Tricarico(voce), Marco Pastorino(chitarra e voce), Sandro Capone(chitarra), Luca Negro(basso) e Giulio Capone(batteria).

Gli artisti dietro questo nuovo marchio non erano alle prime armi, sapevano quello che facevano. Ne seguì un debutto di certo concreto, con molti buoni propositi e tanta voglia di fare(ne è una dimostrazione il poco tempo che fu necessario per dar vita all’album). 

Venne regalato al pubblico un buon miscuglio di diversi generi come l’heavy, il rock, power, elettronica, symphonic. Diciamo che il non voler appartenere ad un filone preciso sarà il marchio di fabbrica della formazione. 

Quella della Tricarico era la voce principale, pulita, in contrasto con il timbro più sporco di Pastorino, il quale non rinunciava anche a sezioni in growl.

L’intreccio musicale, sin dalle prime note, era contorto, complesso, ma allo stesso tempo efficace e diretto.

In ogni caso, nonostante diversi buoni episodi come la conclusiva “Lotus”, “Breathe” (dalla quale ricavarono il videoclip), “Scared & Alone” ed altri onorevoli esempi, “Temperance” rimane un “primo passo” verso un qualcosa di più grande. 

Parliamo di un prodotto molto commerciale, fruibile da tutti e con quel qualcosa in più che lo differenziava dal resto. Tuttavia era un lavoro ancora acerbo, alla formazione serviva altro tempo per evolversi.

Ma che invito lo stesso a recuperare.

 

“Temperance”: 72\100


Trascorse un anno fatto di tante esibizioni dal vivo, in Italia e all’estero, dove il marchio cominciò a spargersi. I Temperance si stavano facendo un nome. Data tre marzo 2015 venne rilasciato il primo singolo del nuovo lavoro: “Me Myself & I”. Ad un primo ascolto questa traccia poteva ricordare una sorta di risposta italiana ai lavori degli scandinavi Amaranthe(in verità di similitudini ne troviamo anche nell’album precedente e nei successivi(gli ultimi due per ovvi motivi)), ma l’anima dei Temperance prevalse e la si poteva distinguere chiaramente.

E alla fine dello stesso mese pubblicarono, sempre tramite Scarlet Records, il secondo disco: “Limitless”. Chiara Tricarico(voce), Marco Pastorino(chitarra e voce), Sandro Capone(chitarra), Luca Negro(basso) e Giulio Capone(Batteria e tastiere).Qualitativamente parlando era un lavoro diverso, che evolveva quanto fatto nei mesi antecedenti. Dalla vena più symphonic, questa seconda release godeva di picchi più alti come il singolo sopra citato, “Omega Point” e l’opener “Oblivion”(la quale è impreziosita di un coro posto all’inizio, e nella seconda metà, da far venire i brividi). L’intro di piano in “Get a Life” colpiva in pieno, mentre la title track si assumeva la responsabilità di concludere il viaggio nel migliore dei modi.

Il punto debole di “Limitless” lo si trovava nell’altalena qualitativa della tracklist, la quale alternava fasi più incisive a tracce più insipide(ma mai insufficienti). 

Alla fine dei conti era un bel passo avanti rispetto al debutto, ma il meglio doveva ancora arrivare.

 

“Limitless”: 77\100


Seguirono altri live, altri viaggi. Addirittura la possibilità di fare da spalla ai Nightwish. Sandro capone aveva lasciato la formazione, rendendo i Temperance un quartetto.

Eppure per il terzo capitolo si dovette aspettare poco più di un anno. Per essere precisi il 16 settembre 2016.

“The Earth Embraces Us All” è in assoluto l’album più completo di tutta la loro discografia. Forse il migliore, ma ciò dipende unicamente dal parere di chi ascolta.

Vennero fatti diversi passi avanti. Si decise, quindi, di osare. 

Nei capitoli precedenti, nonostante tutto quel abbiamo detto e ascoltato, alla fine della tracklist permaneva una forte sensazione di rimando ad altre formazioni, altri lavori, altri pilastri. C’era del derivativo. In questo caso no, o almeno in maniera diversa. 

Il sound, come di consueto, era il miscuglio di tante cose, tanti generi, tante band, ma il risultato finale, rielaborato sotto un altro punto di vista, risultava unico. Variegata lo era anche la scaletta, capace di essere commerciale in alcuni episodi(per esempio “Unspoken Words”, tra le altre cose scelta come singolo, e l’efficace ed immediata “Revolution”(stesso destino)), inedita al contesto(“Maschere” è interamente cantata in italiano) o semplicemente di un altro pianeta.

C’erano pezzi come “A Thousand Places”, anche questo scelto come singolo seppur con un taglio nella durata di circa un minuto e mezzo, difficili da dimenticare(altrettanto lo è il sassofono sul finale); “At the Edge of Space” è una song molto classica nella sua forma symphonic\power, tuttavia ispirata e capace di cogliere nel segno. Ma le due gemme portanti le troviamo nelle battute finali: “Advice From a Caterpillar” terzultima e “The Restless Ride” a concludere l’opera. Queste ultime due tracce sono venti minuti che valgono da soli il prezzo del biglietto.

“Advice From a Caterpillar” è un pezzo semplicemente totale. Varia in tutti i suoi istanti, cangia con l’andare dei minuti, evocando un profumo musicale capace di commuovere. C’è persino una sezione di pianoforte e sassofono. Una canzone dall’anima prog che può ricordare il teatro del sogno dei tempi andati.

“The Restess Ride” è, invece, una traccia molto più legata a stilemi e concetti symphonic metal, con tanto di intro di pianoforte, ma dalla forte impronta cinematografica. È un pezzo che, semplicemente, sa di Temperance. Dodici minuti che riassumono, in un modo o nell’altro, quanto la band ha offerto in tutta la discografia sino a questo punto. Senza dimenticare una piccola sezione centrale, prima dell’assolo, dove il brano si trasforma in un qualcosa di puramente vocale(spunto che vedremo evolvere in una traccia vera e propria nell’album successivo). 

Questo è semplicemente un disco da ascoltare e riascoltare.

 

 

“The Earth Embraces Us All”: 92\100


 

In poco più di un anno e mezzo le cose cambiarono ancora una volta, la creatura si evolse e le strade si divisero.

Venne pubblicato un live, registrato al Teatro sociale di Alba il 29 aprile 2017, “Maschere: A Night At The Theater”. 

Ma soprattutto la formazione mutò, in un certo senso radicalmente. Abbandonò il quartetto Giulio Capone, sostituito da Alfonso Mocerino sempre alla batteria(cambio effettuato già prima di quel live sopra citato). Ai fini del racconto, però, interessa ciò che accadde in quel di ottobre. Anche la Tricarico uscì dalla formazione.

Per dovere di cronaca, ma fino a un certo punto considerando la buona qualità dei lavori rilasciati, Capone e la Tricarico fonderanno i Moonlight Haze nel 2018 e dello stesso anno è il debut “De Rerum Natura”(in questi giorni di aprile\maggio, mentre sta avvenendo la stesura di questa recensione, è stato rilasciato “The Rabbit of The Moon”, singolo in vista del secondo album: “Lunaris”, previsto per il 12 giugno).

I Temperance non optarono per un semplice cambio di frontwoman, bensì decisero di mischiare le carte in tavola. Vennero così aggiunti due vocalist: Michele Guaitoli e Alessia Scolletti, che avrebbero composto una sorta di trio con il supporto di Pastorino, più in disparte da lì in poi, ma sempre presente con la sua timbrica più sporca.

Per motivi di tempo i due nuovi cantanti non ebbero molte possibilità per incidere sullo sviluppo del nuovo album, che trovò la luce il 29 aprile 2018. 

Michele Guaitoli(voce e pianoforte), Alessia Scolletti(voce), Marco Pastorino(chitarra e voce), Luca Negro(basso) e Alfonso Mocerino(batteria).

“Of Jupiter and Moons” non meritava di vivere nell’ombra del precedente, per quanto, forse, non lo raggiunga qualitativamente parlando. Forte di una formula diversa da prima, risultò essere un ottimo modo per permettere ai cinque di conoscersi, di capirsi. 

Si trattava di un disco molto symphonic\power metal, con diversi buoni episodi quali l’opener “The Last Hope In a World of Hope”, che dopo una bella intro di circa un minuto mise in chiaro le cose schiaffando il trio di voci in un riuscito coro. 

Pezzi come la title track trovarono il loro perché in un contesto come questo, più classico, più usuale. Degni di nota erano anche “The Art of Believing” e “Way Back Home”.

Brillava, però, il duo finale: “Empires and Man” e “Daruma’s Eyes(part I)”.

“Empires and Man”, come detto in precedenza, riprese un piccolo frangente di “The Restless Ride”, mettendo in primo piano le voci e dando vita ad un piccolo esperimento abbastanza riuscito. Il risultato era molto cinematografico, dove il lato strumentale viveva in funzione del microfono.

“Daruma’s Eyes”, invece, era un bel concentrato di drammaticità, cambi di ritmo, energia e pathos. Sette minuti che non solo concludevano un buon album, ma che invocavano a pieni polmoni una parte seconda.

Da non dimenticare l’uso di strumenti esterni, come archi o violini per esempio, i quali non appartenevano a campionature, bensì erano reali.

Un disco che si allontanava dalle uscite precedenti, pur mantenendo l’indole che caratterizzava la band. Al netto di un buon lavoro “Of Jupiter and Moons” era un prodotto che voleva essere per molti, che voleva arrivare a tutti.

Come ogni tassello della discografia va ascoltato, perché comunque merita una possibilità.

 

“Of Jupiter and Moons”: 80\100