17 LUGLIO 2019

Recensione a cura di 

Edoardo Goi

 

Nati a Brindisi nel 2012 per volere di Gianluigi Papadia e Antonio Cape Greco (rispettivamente chitarrista e batterista del quartetto completato da Mino Mingolla alla voce e Andrea Caiulo al basso) con l'intento di fondere le sonorità black metal tipiche degli anni 90 con la pesantezza del death metal, i THAMIEL (già Merkavah) giungono all'agognato debutto discografico, interamente autoprodotto, solo nel gennaio del 2019 col presente full lenght intitolato SATOR.

La lunga gestazione di questo primo output discografico ci consegna una band fin da subito consapevole dei propri mezzi e della propria proposta musicale, benché l'autoproduzione totale del medesimo si rifletta in suoni che, pur sufficientemente nitidi e curati, certamente si rivelano poco competitivi rispetto a quelli che sono attualmente gli standard del mercato, anche se volessimo considerare unicamente quella fetta di band che si rifanno ai suoni datati e poco laccati tipici degli anni d'oro del genere in questione.

Nulla di particolarmente grave, trattandosi di un'opera prima cui la band è giunta spinta da una passione più che lampante, e con alcune ottime frecce al proprio arco (soprattutto considerando che il suono, pur con i difetti summenzionati, risulta sufficientemente corposo e organico da permettere comunque la perfetta fruizione della proposta del combo pugliese).

Blackened Death Metal, si diceva, e non v'è alcun dubbio che le coordinare che band stessa da riguardo la sua direzione musicale risulti azzeccata e calzante, benché piuttosto lontana dal suono che questa definizione evoca attualmente.

Quando infatti, dopo la tenebrosa intro, parte l'opener SOL INVICTUS, le sonorità da cui si viene travolti, più che vicine a Behemoth o Belphegor (tanto per citare due pezzi grossi del suddetto genere), risultano decisamente più vicine a quelle del black metal svedese tipicamente anni 90, Dark Funeral su tutti, opportunamente inspessite da passaggi dal groove più corposo ma che mai rinunciano all'atmosfera di fondo tipica del poc'anzi citato stile.

Il risultato è convincente, sia in termini di songwriting che di esecuzione, sintomo di un lavoro decisamente solido e focalizzato in fase di composizione e di una visione musicale quantomai chiara e definita che, se da una parte non fa nulla per nascondere le influenze musicali della band, dall'altra ci consegna un gruppo estremamente compatto e coeso, capace di unire con sapienza le sue due anime e uscendone vittorioso proprio per il fatto di non aver adagiato il proprio stile sulle coordinate tipiche del blackened death metal attuale, ma di essersi approcciati alla materia in modo quanto più possibile personale.

Il pezzo è breve e tirato, benché la band non manchi di arricchire il costrutto dinamico del brano con opportune variazioni di tempo e groove, ma sempre tenendo un occhio di riguardo per l'atmosfera di base del brano, deliziosamente anni 90.

Si prosegue con la cupa DARKENED CENTURIES, brano impostato su tempi meno incalzanti e dal riffing stavolta decisamente più vicino a quello che comunemente viene inteso per blackened death metal, con richiami a Behemoth meno parossistici certamente evidenti, ma con una gestione del comparto atmosferico che rimanda invece quasi alla scena “siderale” degli anni 90 che vedeva Odium e Limbonic Art a spadroneggiare.

E' proprio la gestione dell'atmosfera a dare al brano quel qualcosa in più in grado di renderlo accattivante e personale, fornendoci una volta di più la prova di quanto la band si sia impegnata per non suonare come il clone di nessuno.

Con la title track SATOR torniamo su tempi decisamente più incalzanti, benché mai eccessivamente estremi, travolti come siamo da un riffing decisamente intenso e dai connotati quantomai tradizionalmente black, quand'ecco che la band ci propone inaspettatamente il suo volto più sperimentali, materializzandolo sotto forma di arrangiamenti dall'afflato nuovamente siderale che il riffing spezzato e stoppato della chitarra, unitamente al lavoro della batteria, rende quasi progressivo, prima che successive accelerazioni di stampo thrashy riconducano il pezzo su lidi più tradizionali, anche se è una sensazione che dura poco.

Ci troviamo infatti di fronte ad una delle tracce più sperimentali dell'intero lavoro, fra dissonanze, saliscendi emotivi e dinamici e ottime idee.

Un brano davvero molto interessante, nel suo risultare comunque legato alle atmosfere tradizionali, ma arricchito da un approccio compositivo ricco e privo di barriere mentali.

Con un titolo come BLOODSHED IN THE NORTH ci si aspetterebbe di trovarsi al cospetto di un assalto gelido e ferocissimo ma, nonostante il riff iniziale dall'influenza vagamente Immortal, il brano si rivela piuttosto controllato nei tempi, anche se non mancano sporadiche quanto ottimamente congegnate fughe in blast beat, e fatti salvi gli splendidi stacchi thrash-death che lo caratterizzano qua e la.

Con la successiva DESECRATE RITUAL si torna, almeno inizialmente, in territori vicini al classico black-death metal, salvo incanalarsi su un binario più convincente legato a dettami più old nella strofa e poi stupire con parti nuovamente in odore di thrash metal tecnico, prima che atmosfere ancora una volta notturne e maestose giungano ad arricchire la tavolozza di colori del brano, impreziosito in tal senso nella sua porzione centrale da uno splendido passaggio guidato da tastiere dai forti connotati dark. Un brano dagli ottimi spunti, benché, talvolta, le intuizioni più borderline della band risultino a tratti poco fluide e contribuiscano a spezzare un po' il continuum atmosferico, in questo come in altri brani.

L'album si conclude con l'ottima EX COMUNICATIO, altro brano in cui la vena più legata al black metal degli anni 90 si fa preponderante (sono probabilmente questi i frangenti in cui la musica dei nostri risulta più convincente ), benché non manchino sporadiche incursioni thrash e altre legate a groove maggiormente death, perfettamente inserita nel flusso dell'album e recante impresse a fuoco le caratteristiche peculiari del suono Thamiel.

Ci troviamo al cospetto di un lavoro che trasuda passione e dedizione alla propria visione musicale da tutti i pori e, benché il lavoro per mettersi alla pari con l'agguerrita concorrenza non manchi, gli spunti per trovare un proprio percorso di crescita ci sono eccome.

Un lavoro godibile da parte di una band che, in prospettiva futura, potrebbe riservare output di sicuro interesse. Un buon punto di partenza.

 

65/100