11 APRILE 2020

Recensione a cura di

Claudio Cerutti 

 

I Turbo Diesel sono una giovane band tricolore proveniente dalla provincia di Bologna. Bologna e la provincia emiliana hanno nel sangue la tradizione dei motori, tradizione che i nostri hanno ben stampata nel loro DNA musicale. Motori non di ultima generazione, ibridi, elettrici o capolavori di meccanica per sofisticate supercar provenienti dalla loro zona. Il rombo dei motori che ha ispirato il sound e scaldato il cuore della band è quello di un vecchio, sporco, affidabile, indistruttibile e grezzo motore a turbo nafta! La musica proposta dai Turbo Diesel, è una miscela di hard rock e a tratti di  heavy vecchia scuola ‘80 con una sana e doverosa iniezione dello sferragliante e grezzo sound degli imprescindibili Motorhead. Qua e la, complice anche la presenza delle tastiere (atipica per band simili), si possono notare leggere influenze del rock ‘70. La giovane band è composta da Federico Balboni al basso e voce, Riccardo Billi alla chitarra, Matteo Govoni alle tastiera e Lorenzo Prezosi dietro le pelli. La band arriva al debutto discografico con il loro album “Petrolhead” uscito nel Settembre 2018. Ad aprire le danze c’è l’energica “Petrolhead” caratterizzato da un attacco molto diretto su ritmi alti, in cui la fa da padrone un riff di chitarra di derivazione speed thrash anni 80, senza fronzoli. Il ritornello è molto immediato e si stampa in testa sin dal primo ascolto . Buon pezzo, ideale come apertura del disco, brano da cui la band ha realizzato anche un videoclip visibile sul loro sito o sulla pagina facebook. “Unholy hero” è una traccia diversa dalla precedente, giocata su ritmi più cadenzati, vicini all’hard rock venato di blues, dove si nota la presenza delle tastiere dal sound tipico seventies. Con “Nuke ‘em all” si torna su lidi più vicini al metal, con tanto di citazione dei ‘Tallica nel titolo. Il pezzo in questione è un mid tempo di buon impatto, molto immediato come i pezzi precedenti, grintoso con un efficace stacco di basso e batteria nella parte centrale e un ritornello efficace con la voce graffiante e ruvida del singer Federico. Con “A thousand miles” si arriva al lentone del disco. Pezzo che rientra nei canoni dei lenti della tradizione hard rock/heavy, con un assolo potente e melodico di buona fattura, che segna il picco qualitativo del brano. L’album prosegue bene con la rocciosa e potente “Walkin’ on fire” (una delle highlights del disco) e dalla pesante e oscura “Juliet”. In chiusura dell’album “ Brotherhood of steel”, dal titolo tipico dei clichè dell’heavy vecchia scuola, in cui la band si rifà anche musicalmente a quegli stilemi, riuscendoci in parte a dir la verità. Nella parte conclusiva del brano c’è spazio anche per un solo di piano in stile Deep Purple. In definitiva i nostrani Turbo Diesel hanno realizzato un buon debutto, in cui ci sono presenti certo ingenuità e un po di scarsa originalità delle soluzioni. Ma Petrolhead è un album che trasuda genuinità e passione dei membri della band per certe sonorità che non sono tra quelle più in primo piano nella scena hard/heavy contemporanea. E questo è senz’altro un punto d’onore per la band. 

 

70/100