6 SETTEMBRE 2019

Recensione a cura di Alessia VikingAle

I toscani Wildroads si formano nel 2001 da un’idea del chitarrista Nik Capitini, ma solo nel 2010 uscirà il loro primo EP, seguito due anni dopo dal loro primo full “Riding on a Flamin’ Road”. Nel 2016 entrano in studio per registrare quello che sarà il loro secondo full lenght, “No Routine Lovers”, di cui parleremo oggi.

Il disco si apre a gamba tesa con “Bad Girls Got the Fire”, che mette in chiaro il netto miglioramento della band rispetto ai lavori precedenti, sia nel sound che nella costruzione delle canzoni. L’unica cosa rimasta immutata è l’infuocata energia che cattura e trascina l’ascoltatore in un vortice di hard rock fin dalle prime note.

La successiva è “Rollercoaster” di cui esiste il lyric video. Una canzone dal ritmo serrato come un treno in corsa, dove un furioso doppio pedale si alterna ai riffs ponderati del ritornello. L’alternarsi die ritmi va di pari passo con la sensazione cardine della canzone di trovarsi sulle montagne russe della vita, che brucia veloce. Visto che ci siamo, alziamo le mani ed urliamo alla vita!

In “Rules of the World” il testo nasconde una critica a chi si accontenta, a chi sceglie di vivere una vita “grigia” e comoda a discapito dei propri sogni in nome di guadagni più facili e sicuri. Al testo impegnato si accompagna una musica scanzonata e semplice nella realizzazione quanto coinvolgente nell’ascolto.

“Bring You to the Stars” è un’altra traccia riuscita per il gruppo. Un incalzante ritmo hard rock si accompagna alle liriche narranti una “lei” dalla cui voce è impossibile fuggire, pronta a portarti tra le stelle.

“Lords of Babylon” entra diretta con la sua carica rock di ispirazione ottantiana che oltre al sound condivide l’energia nell’urlare un manifesto contro i Signori di Babilonia, ovvero politici corrotti dalla scarsa credibilità incapaci di lavorare per il proprio paese mentre la popolazione perde fiducia nel futuro.

“Mindfucked” è un perfetto riassunto delle potenzialità della band. Ottima è quindi la scelta di usarla per produrci un video musicale, tra l’altro azzeccato anche con le tematiche della canzone: persone che vedono senza guardare la band suonare, troppo concentrati dal filmare il live col proprio cellulare per vivere il momento, come zombies dal cervello fottuto, appunto.

“Way to God” inganna l’ascoltatore con un inizio acustico che aumenta di intensità e cambia forma minuto dopo minuto fino a diventare un chiassoso e arrabbiato hard rock. Stupisce la presenza di flauto e tamburi ad impreziosire e dare un tono orientale alla canzone.

“Mr. Grey” è la storia del Signor Grigio, un alieno che atterra sulla Terra. La storia è narrata dal punto di vista di uno (o più?) umani che si ritrovano faccia a faccia con lui e della paura per la creatura aliena, che a quanto pare non viene in pace. Per dare un tocco alieno alla canzone è stato usato in vari punti della canzone, un effetto elettronico alla voce.

“Love Song” ed il suo ritmo scanzonato ci accompagnano verso la fine del disco. La lotta tra fede ed amore carnale ha contorni fumosi e fino alla fine non è chiaro chi tra le due fazioni ha la meglio sull’altra, ma alla fine va bene anche così, la canzone è godibile quindi non è necessario avere risposte.

Arriviamo all’ultimo brano, “The Night Belongs To The Wild”. Una canzone dal sapore country, oppure di quelle notti passate intorno al fuoco, con armonica a chitarra acustica alla mano, mentre il testo racconta di una notte selvaggia.

“No Routine Lovers” segna il punto di passaggio dei Wildroads, che sfornano un disco maturo nel songwriting senza rinunciare alle sonorità rock’n’roll e alla loro personalità che li ha contraddistinti. L’unico appunto da fare è sulla produzione dal suono troppo basso e che amalgama i suoni rendendoli impastati. Si sente in particolar modo in “Way to God”, dove la voce è difficile da distinguere dagli altri strumenti.

Se cercate dell’hard rock di qualità, questo disco fa per voi!

 

 

80/100