14 Dicembre 2019

AMANITA VIROSA, recensione, review, insane voices labirynth valeria campagnale, Original Plague

Recensione a cura di EDOARDO GOI

C'è stato un periodo, il cui inizio potremmo far coincidere con l'inabissamento delle superstar Dimmu Borgir successivo alla pubblicazione del poco compreso In Sorte Diaboli nel 2007 e la cui fine potremmo, invece, far coincidere con l'esplosione su scala internazionale dei nostri connazionali Fleshgod Apocalypse con l'ottimo Labyrinth nel 2013, in cui suonare musica estrema dai forti connotati orchestrali suonava quasi come una bestemmia alle orecchie dell'extreme metaller medio, quasi un'etichetta di scontatezza e scarsa attitudine, causa l'implosione per sovraccarico di una scena che già aveva avuto modo di esacerbare gli animi dei blackster più duri e puri nel corso degli anni per il suo atteggiamento ritenuto, non sempre a torto, troppo “commerciale” e leggero alla materia musicale oscura.

Negli ultimi anni, invece, le cose sono cambiate:

dopo il successo dalle proporzioni quasi inaspettate della band perugina, infatti, il genere ha riacquisito forza e dignità, aiutato anche dall'adesione al medesimo da parte di acts dal passato glorioso che si sono reinventati votandosi al lato più magniloquente e maestoso della musica estrema come, ad esempio, lo storico binomio greco Rotting Christ-Septic Flesh, per citare due fra i casi più eclatanti.

Nel medesimo filone si inseriscono anche questi finlandesi AMANITA VIROSA (nome di un fungo velenoso dagli effetti letali, dello stesso genere della più celebre Amanita Falloide), benché loro definiscano il loro genere “Hospital Metal” (unici esponenti del genere, che mai avevo sentito nominare, suppongo), band fondata nella città di Mikkeli nel 2008 ma arrivata al debutto discografico solo nel 2015 con l'album Asystole e giunti ora al secondo lavoro sulla lunga distanza col presente ORIGINAL PLAGUE, pubblicato sotto l'egida dell'etichetta loro conterranea Inverse Records e improntato su un black-death metal sinfonico dai connotati senza dubbio molto melodici e moderni.

Forti di una formazione a sei elementi composta da Clamors (voce e testi), Melnik13 (chitarre, cori e testi), Kingcohol (chitarra solista e cori), Robustuz (basso), Torsoholocaust (batteria) e Cantor Satana (tastiere) i nostri si distinguono, fin dalla bellissima copertina, per un approccio molto professionale alla materia, e questo risulta veppiù palese allorché, dopo una breve intro strumentale (dai toni comunque già piuttosto inquietanti) intitolata, con poca originalità, PRELUDE, il disco entra nel vivo con l'esplosione dell'opener I WALK AWAY, ottimo up tempo guidato da un riffing ottimamente bilanciato fra tradizione melodic-death e svisate leggermente più moderne che mette in mostra una produzione molto curata quanto un'ottima prova strumentale da parte di tutti i musicisti.

La voce di Clamors è senza dubbio più vicina ai classici del death melodico che alle asperità del black metal, mentre il comparto orchestrale, per quanto curato e onnipresente, risulta concepito in modo molto equilibrato, andando a fornire alla composizione il giusto sostrato di magniloquenza senza risultare al contempo tronfio o invadente.

Il pezzo non spicca certamente per originalità, ma risulta comunque sufficientemente godibile grazie a una gestione melodica molto azzeccata e una compattezza di fondo dei musicisti senza dubbio invidiabile.

Il secondo brano, intitolato MY ENEMY, prosegue un po' sulla stessa falsariga, con la band interessata più a costruire un groove solido e convincente su cui stagliare le proprie fughe melodiche che a brutalizzare la propria musica mediante l'adozione di soluzioni più aggressive.

Anzi, pare essere proprio la (relativa) leggerezza, unitamente alla grande linearità dell'arrangiamento scelto, la caratteristica principale di un pezzo dal riffing molto vicino al classic metal, elemento che gli conferisce un appeal molto spigliato e incisivo, oltre che una fruibilità molto spinta.

Con la successiva DISPAIR IS FOR THE LIVING si spinge invece, decisamente, sull'acceleratore, grazie a iniziali sferzate melodic black di ottima fattura, mentre ritroviamo, nel prosieguo del pezzo, gli elementi vicini a Naglfar, Dissection e In Flames che già avevamo avuto modo di apprezzare nell'opener dell'album.

Fraseggi melodici ancora una volta molto curati si alternano quindi a sciabolate più taglienti, per poi lasciare spazio ad aperture atmosferiche dai toni decisamente catchy, per quanto mai ridondanti o pacchiane, che denotano la capacità della band di risultare immediatamente gradevole all'ascolto grazie a soluzioni tanto immediate quanto perfettamente equilibrate fra l'anima più feroce e quella più melodica della propria personalità artistica.

E' un arpeggio dai toni malinconici, accompagnato da un altrettanto triste linea di archi, a spalancarci le porte della successiva WEAK, STRONG AND WISE, brano caratterizzato da un groove molto quadrato, da un riffing estremamente melodico e ficcante, in puro stile melodic-death di fine anni 90 (con gli In Flames pre- svolta death-core come principale punto di riferimento) e da un arrangiamento molto azzeccato e catchy a dispetto di una struttura piuttosto variegata.

Altrettanto azzeccato appare il comporto solista, decisamente ispirato e perfettamente calato all'interno del mood del brano (componente che ritroveremo nell'intero album, peraltro), così come l'idea di affidarsi a vocals (alternate fra un growl profondo ma intelligibile e uno scream molto ben eseguito) sempre molto estreme, lasciando al costrutto strumentale l'onere di conferire alla musica i suoi connotati decisamente melodici ed evitando così melensaggini che avrebbero senza dubbio inficiato l'effetto finale dei vari brani (chi ha detto In Flames ??).

Un ottimo brano, dinamico e convincente.

Si torna su territori di maggiore impatto con la successiva OPEN YOUR MOUTH che, fra taglienti scudisciate melo-death spruzzate da opportuni sentori black e porzioni meno incalzanti, improntate su un groove decisamente pesante e graziate da un riffing quantomai efficace e ficcante, si rivela come uno dei brani di maggior presa dell'intero lotto, benché non si tratti certo del più leggero o melodico, grazie a un arrangiamento riuscitissimo e a una forma canzone piuttosto ortodossa che, invece di appiattire il pezzo sul “già sentito”, gli consente di valorizzare al massimo tutte le brillanti idee in esso contenute.

Un brano di tale impatto ci da, inoltre, il modo di rimarcare come la band utilizzi le onnipresenti tastiere in modo molto oculato, mettendole ora in primo piano ora nelle retrovie a fare un po' di lavoro oscuro a seconda delle necessità interne ai vari brani, garantendogli un ruolo assolutamente centrale all'interno del proprio suono ma senza che le stesse finiscano mai per appesantirlo in alcun modo.

Decisamente più variegata, ma non meno efficace, si rivela la successiva ARMIAS, OLE HUORANI, maggiormente improntata sul groove rispetto al brano precedente ma resa altrettanto interessante da aperture in odore quasi avant-garde che ricordano alcune cose dei norvegesi Arcturus, oltre che alle consuete porzioni melodiche di scuola palesemente scandinava, il tutto miscelato nell'ennesima composizione estremamente efficace e catchy da una band che, senza dubbio, sa come si scrive una buona canzone, e non manca di ricordarlo episodio dopo episodio di questo solidissimo lavoro.

Ancora più “groovosa” (oltre che dai connotati decisamente moderni), risulta la successiva THIS NIGHT, composizione contraddistinta da un riffing molto compatto e muscolare e da aperture symphonic-death a tratti molto cupe, a tratti più leggere ed eteree, che ricordano un po' i nostri già citati connazionali Fleshgod Apocalypse, benché il peso specifico delle orchestrazioni sia decisamente inferiore rispetto a quello della band ora capitanata da Francesco Paoli.

La band si dimostra qui molto brava nel rendere coerenti col proprio background più “datato” anche le sue influenze più moderne, senza che queste due anime cozzino fra loro e, anzi, facendole interagire in modo molto funzionale e godibile.

Tanto era risultata feroce la precedente This Night, tanto risulta maestosa ed epica la successiva HATRED BECOMES ENTWINED, graziata da un riffing, come sempre, di prim'ordine, da arrangiamenti orchestrali magniloquenti e da melodie riuscitissime, il tutto innervato da splendidi rimandi black in grado di conferire il giusto gradiente di oscurità ad un brano estremamente avvolgente, benché assolutamente non privo di un tiro deciso e di grande impatto.

Ennesimo ottimo pezzo di un disco fin qui solidissimo, che si conclude sulle note della temibile, conclusiva, LONGING, inaugurata da sfuriate melodic black di grande impatto, che la band riporta ben presto su coordinate più vicine al melodic death anni 90 sull'onda di un riffing efficacissimo, prima di concedersi ad aperture maestose e teatrali dalla grande resa emotiva.

L'intero pezzo sembra essere un compendio di quanto di meglio la band sappia offrire, soprattutto per quanto riguarda la sua indole più aggressiva, rivelandosi il pezzo perfetto per chiudere col botto un disco che non cambierà certamente le sorti del genere, ma che ci mostra una band estremamente capace e creativa, capace di muoversi con grande sapienza all'interno di un genere senza dubbio ormai ampiamente codificato senza rinunciare in alcun modo alla propria personalità, che farà felici tanto i seguaci incalliti del summenzionato genere quanto i fruitori estremi più borderline, che non disdegnano abbondanti dosi di melodia, se propinate con gusto e con la necessaria incisività.

Sorprendenti.

 

VOTO: 75/100