18 FEBBRAIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Sono passati ben ventidue anni da quando i finlandesi … AND OCEANS crearono un piccolo caso all'interno della scena estrema col black melodico e sinfonico piuttosto particolare contenuto nel loro debutto “The Dynamic Gallery Of Thoughts”, salvo sprofondare sempre più in una dimensione underground con le successive uscite, che hanno visto la band flirtare sempre di più con l'elettronica fino ad arrivare in territori cyber/industrial e perdere per strada gran parte della fan-base maggiormente legata allo stile primigenio. Attivi dal 2005 al 2017 sotto il moniker “Havok Unit” (decisione adottata per meglio assecondare il cambio di stile sempre più marcato rispetto agli esordi), gli … And Oceans si riprendono quindi il vecchio moniker e, assestata la formazione (che vede la fuoriuscita di membri originari quali il cantante Kenny, il tastierista Anti e il bassista Mika Aalto, nonché del batterista di lungo corso Janne) attorno ai due chitarristi storici Teemu Saari e Timo Kontio, cui vanno ad aggiungersi i nuovi Petri Seikkula al basso, Kauko Kuusisalo alla batteria, Antti Simonen alle tastiere e Mathias Lillman alla voce, pubblicano il primo full di inediti a distanza di ben diciotto anni dal precedente “Chyper”, datato 2002. Tanta era la curiosità che accompagnava la pubblicazione di questo COSMIC WORLD MOTHER (visto che l'ep omonimo del 2019 non conteneva altro che due nuove versioni di due pezzi originariamente pubblicati su “The Dynamic...”). Gli “… And Oceans” sarebbero tornati a comporre materiale in linea con quello degli esordi, avrebbero proseguito l'evoluzione degli ultimi lavori usciti sotto il vecchio moniker, oppure avrebbero scelto una via di mezzo?

A dire il vero, il fatto di aver ripreso la vecchia denominazione e di aver pubblicato un ep contenente il rifacimento di due vecchi brani avevano già fornito indizi importanti, in tal senso, ma nulla avrebbe potuto prepararci al grado di efferatezza di questo nuovo lavoro.  Complice una produzione assolutamente devastante, il cazzotto in pieno viso dell'opener THE DISSOLUTION OF MIND AND MATTER lascia quasi tramortiti. Non che, in passato, i finnici avessero lesinato in quanto a sfuriate black tout-court, ma ritrovarli nel 2020 a competere in efferatezza con band come Marduk o Tsjuder lascia senza dubbio piuttosto sorpresi. 

Non si preoccupino però i fan di vecchia data della band: gli “... And Oceans” non si sono messi a scopiazzare le efferatezze altrui, ne hanno rinunciato al lato più atmosferico e sinfonico della loro proposta; ecco infatti giungere immediatamente una porzione dominata da cupe tastiere a dare respiro a un pezzo, per il resto, violentissimo, dove chitarre affilate come rasoi, guidate da una sezione ritmica travolgente e puntualissima, imperversano in lungo e in largo trascinando l'ascoltatore in un gorgo di oscura, incontenibile, ferocia. La voce del nuovo entrato Mathias è uno scream scarnificante, assolutamente perfetto per lo stile rinnovato dei nostri. Ciò che i nostri sembrano proporci è ciò che gli “... And Oceans” avrebbero potuto essere se, invece di imboccare la via dell'elettronica e dei synth, avessero imboccato la via opposta, quella del black metal d'assalto (pur senza rinunciare alla loro innata pulsione a creare splendide atmosfere grazie a un uso abbondante, ma decisamente più oculato e meno bombastico, delle tastiere). Un opener che spazza via ogni resistenza. Sulle stesse coordinate belligeranti sembra muoversi anche la successiva VIGILANCE AND ATHROPY, salvo rivelare ben presto un'anima decisamente più sinfonica e magniloquente, benché innestata su un costrutto costantemente feroce e ferale. La combinazione di black metal tiratissimo e aperture atmosferiche di grande intensità genera un connubio evocativo e totalizzante che ricorda un po' i migliori Limbonic Art e Odium (soprattutto questi ultimi, in virtù di alcune soluzioni thrashy che avvicinano il sound dei nostri a territori black/death), mentre in altri momenti è il riffing a farsi più evocativo, avvicinando il sound a quello dei conterranei Thy Serpent (soprattutto quelli del debutto “Forest Of Witchery”) o di act maggiormente legati al genere atmospheric come, ad esempio, i francesi Belenos. La struttura è molto scorrevole, benché i cambi di tempo e soluzioni siano piuttosto frequenti, e mette in mostra una cura per il dettaglio e una capacità di arrangiamento senza dubbio notevoli. Una vera perla, in poche parole. La successiva FIVE OF SWORDS è una badilata in piena faccia, e suona un po' come un ipotetico melange fra i Marduk post- “Panzer Division”, gli Emperor di “In The Nightside...” e i Dimmu Borgir di “Enthone...”, nonostante tutto suoni dannatamente “... And Oceans” al 100%. Il brano è lineare, diretto e devastante, e mostra in modo perfetto i due estremi su cui vive la nuova incarnazione della band: da una parte ferocia black incontenibile, dall'altra il gusto per le atmosfere magniloquenti ed evocative al limite della colonna sonora, il tutto mescolato con un equilibrio pressoché perfetto. Non stupisce che questo brano sia stato scelto come singolo apripista dell'album. Uno penserebbe che l'apice di ferocia dell'album sia ormai stato raggiunto, e l'intro della successiva AS THE AFTER BECOMES THE BEFORE sembrerebbe dargli ragione, con il suo andamento mid tempo decisamente atmosferico, non fosse che, di li a poco, la canzone prende quota sull'onda di un'accelerazione infernale che avvicina più che mai i nostri alle asperità dei Marduk di “Heaven Shall Burn... “ e “Panzer Division Marduk”. Blast beat annichilenti, aperture in doppia cassa d'assalto e sparuti momenti di oscura poesia atmosferica sono gli ingredienti alla base di questo pezzo dal tiro spaventoso, con la band che non si dimentica mai di inserire nelle proprie trame fraseggi melodici di gran gusto, capaci di dare spessore e multimensionalità alla loro proposta anche nei momenti più parossistici. Come evidenziato anche nella bellissima copertina (opera dell'artista Adrien Bousson), la band si è riappropriata anche del proprio concept metafisico/naturalistico, sicché non stupisce affatto che la title track COSMIC WORLD MOTHER sia provvida di momenti atmosferici che hanno gioco facile nell'evocare infiniti paesaggi di insondabile mistero e magia, coadiuvati da calibrati e riuscitissimi innesti di elettronica dai toni ambient/new age che, innestati su un costrutto sempre molto intenso e solidamente ancorato al black metal più arrembante, vanno a costruire una splendida gemma dai contrasti allo stesso tempo vividissimi e complementari, il tutto condensato in meno di cinque minuti di assoluta maestria estrema. Quasi avesse dato la stura all'indole più sperimentale e atmosferica dei nostri, la title track da il via a una serie di brani in cui la band, senza mai rinunciare a massacrarci i timpani con assalti all'arma bianca di war black metal purissimo, sembra voler dare più spazio ad aperture tastieristiche ed elettroniche di grandissima forza evocativa. Ecco quindi giungere in serie la temibile HELMINTHIASIS, col suo strepitoso inframezzo cinematografico evocante antichi, dimenticati, segreti, e la più catchy e “controllata” OSCILLATOR EPITAPH, brano che sembra davvero materializzarsi dritto dritto dalla seconda metà degli anni 90, epoca d'oro del black metal sinfonico. Davvero splendido nella sua struttura in crescendo, e arricchito da innesti melodici e atmosferici di grandissimo pregio, oltre che irresistibilmente catchy, il brano colpisce a fondo l'immaginario dell'ascoltatore grazie a una potere evocativo spiccatissimo (a tratti, alcune soluzioni ricordano addirittura gli inarrivabili Nocturnus del capolavoro “The Key”, il che non stona affatto, data l'impronta siderale propria della proposta degli “... And Oceans”), stagliandosi come uno degli highlight assoluti dell'intero lavoro.

La band ci permette di tirare un attimo il fiato con la breve (quanto splendida) strumentale IN ABHORRENCE UPON MEADOWS, guidata da un pianoforte ispiratissimo, prima di assestarci un nuovo cazzotto da K.O. immediato con la furibonda APOKASTASIS, brano che fa dell'alternanza fra strofe ultra-fast e refrain meno incalzanti e più evocativi il suo marchio di fabbrica. La band continua a spingere forte sul versante dell'atmosfera, confezionando momenti dal lirismo altissimo e totalizzante e donando anche ai brani meno riccamente strutturati dell'album, come questo, un'identità precisa e una altrettanto precisa collocazione nel fluire della tracklist, sicché non stupisce che, a far da seguito a un brano si di impatto, ma anche estremamente evocativo e, per certi versi, “solare” faccia seguito una legnata cupissima come quella costituita dalla successiva ONE OF LIGHT, ONE OF SOIL, caratterizzata da un riffing brutalissimo ai limiti del black/death (che rimanda un po' a band quali Belphegor e Behemoth del periodo appena successivo a quello “total black metal”) che le consuete aperture atmosferiche, dai toni comunque decisamente cupi, riescono a stemperare solo in parte. n'autentica legnata nelle gengive. Dopo un tale profluvio di ferocia, è quasi con sollievo che accogliamo le atmosfere magniloquenti e avvolgenti della conclusiva THE FLICKERING LIGHTS, ammaliante brano mid-tempo in cui la band da fondo a tutte le sue velleità atmosferiche (senza comunque mai perdere la solidità di base che caratterizza l'intero album) che chiude in modo pressoché perfetto un album per molti versi sorprendente, che ci riconsegna una band più centrata che mai e che si piazza senza alcuno sforzo ai primissimi posti della classifica dei migliori album dell'anno.  Un ritorno strepitoso, che qualunque amante tanto del black metal sinfonico quanto di quello più feroce e impattante farebbero bene ad ascoltare. Eccellenza assoluta. Bentornati, … And Oceans.

 

90/100