7 LUGLIO 2021

RECENSIONE A CURA DI

EDOARDO GOI

 

La Grecia si meritata senza dubbio sul campo, nel corso degli anni, la nomea di Paese “old school” per eccellenza. E' infatti innegabile come la maggior parte delle band provenienti da quell'area, a prescindere dal genere di appartenenza, si distingua per un approccio legato a doppio filo agli anni d'oro del genere medesimo, riuscendo al contempo ad evitare noiosi anacronismi e facendone proprie solo le caratteristiche migliori. E' il caso di questi BLESSED BY PERVERSION, arcigna death metal band fondata ad Atene nel 2010, nella cui musica possiamo ritrovare intatte le caratteristiche che resero grande il genere nel corso degli anni 90.  Influenze di matrice americana (Morbid Angel, Deicide,Monstrosity e Immolation su tutti) si amalgamano con naturalezza a influenze europee (Sinister, Pestilence e Bolt Thower, ma non solo) per dare vita a un sound denso, mefitico e abrasivo, che vede i nostri indugiare più su groove e costruzione piuttosto che sulla pura brutalità, dando vita a brani strutturati e intensi, con un occhio di riguardo per l'atmosfera. Forti di un'esperienza ormai decennale (concretizzatasi in uno split, in un ep e nel full lenght “Between Roots And Darkness” del 2016) e consolidatisi in una formazione a cinque elementi (che vede Andreas Moschopoulos alla voce, Manolis Kouelo e Kostas Foutris alle chitarre, Vaggelis Nanos al basso e Vasilis Nanos alla batteria), i BBP affilano le armi e, nel giorno di natale del 2020, ritornano sul mercato col loro secondo full lenght, il qui presente REMNANTS OF EXISTENCE, su etichetta Iron, Blood And Death Corporation. A prepararci in modo adeguato alle atmosfere lugubri e malsane dell'opera, oltre che la cupa copertina realizzata dal chitarrista Kostas Foutris, ci pensa l'oscura intro DESCENDING TO THE CATACOMBS, la cui breve durata fa da preludio all'esplosione dell'opener GALLERY OF BONES dalle casse del fidato impianto stereo. I tempi medi su cui si sviluppa il brano richiamano subito alla mente tanto i Morbid Angel del periodo “Domination” quanto i Bolt Thrower, mentre nelle sparute quanto azzeccate accelerazioni il pensiero va ai Sinister e ai Mostrosity, questi ultimi, chiamati in causa (insieme ai Pestilence) anche nei momenti più tecnici e vicini al prog-death attraverso cui passa lo sviluppo della composizione. Non mancano nemmeno discreti quanto oculati interventi di tastiera a dare un tono ancora più tetro al brano (richiamando questa volta alla mente i Pestilence di “Testimony Of The Ancients”, ma anche la grezza oscurità dei mitici Sadistic Intent), che si sviluppa in modo ufficientemente intenso e dinamico ma la cui conclusione improvvisa lo fa suonare un po' “monco”, disperdendo in parte un potenziale che avrebbe meritato forse uno sviluppo ulteriore. Non c'è tempo per rammaricarcene, però, visto che, a stretto giro di posta, veniamo investiti dalla furia della successiva ATONEMENT REFUSED, col suo riffing a metà strada fra Immolation e Deicide ottimamente supportato dal growl cavernoso ma intelligibile del buon Andreas, mentre alcuni dubbi suscita la produzione (affidata a John Tsiakopoulos) che, sebbene sufficientemente corposa e senza dubbio in grado di valorizzare il lavoro e la tecnica di tutti i musicisti coinvolti, risulta a tratti un po' troppo pulita, laddove scelte più osate avrebbero senza dubbio aumentato il gradiente di malignità e personalità dell'album. I nostri dimostrano grande dimestichezza nel maneggiare la materia, mettendo sul piatto un altro brano convincente e ben congegnato, fra momenti più furibondi e altri più tecnici, ragionati ed atmosferici, dimostrando anche stavolta il proprio amore per i finali improvvisi e spiazzanti. Lo spettro di Immolation (soprattutto) e Cannibal Corpse aleggia prepotente sulla successiva AMONG THE TOMBS OF ANCIENT GODS, brano che ripercorre le coordinate tipiche dei nostri (che amano palesemente mescolare momenti di pura furia ad abbondati porzioni più tecniche, articolate e dai tempi più contenuti) ma che trova qui una centratura maggiore grazie a ottime armonizzazioni di chitarra e ad arrangiamenti di tastiera mai prima d'ora così efficaci ed evocativi. Peccato che poi la band decida nuovamente di troncare il tutto dopo poco più di tre minuti e mezzo (scarsi, peraltro), lasciando più che mai l'amaro in bocca all'ascoltatore. L'impressione quasi quella di trovarsi di fronte a una edit version dei brani, mutilate del necessario sviluppo che composizioni così ricche di spunti e dinamiche meriterebbero, per essere valorizzate pienamente. Ancora chitarre ispiratissime guidano le danze nella successiva CAVERNS OF TORTURE (memori ancora una volta della lezione dei Cannibal Corpse più “adulti” e raffinati), dimostrando ancora una volta quanto la band dia il meglio di se quando infarcisce la propria proposta di atmosfere e arrangiamenti malsani e catacombali. Sarà un caso, ma proprio un pezzo come questo, che risulta essere uno dei più strutturati, complessi e variegati a livello di soluzioni dell'intero lotto, risulta anche uno dei più convincenti proprio grazie al tempo che gli viene concesso per esprimere a fondo la sua essenza (si tratta del primo brano in scaletta a raggiungere i cinque minuti di durata, sebbene, anche in questo caso, la fine arrivi improvvisa e tranciante). Introdotta dal suono di strumenti a corda dal flavour antico (rievocante lo spirito dei best-sellers Nile, benché dette atmosfere siano comunque ben presenti nella scena estrema Greca fin dai suoi albori, a dire il vero), la conclusiva WITHIN MONUMENTAL CHAOS vede i nostri indugiare su tempi più contenuti, sfornando un brano dai connotati death/doom decisamente spiccati, in cui pesantezza e sviluppo atmosferico la fanno da padroni. La band si dimostra perfettamente in grado di gestire anche brani di questo tipo, grazie alla capacità di incastonare riff sempre efficaci e costrutti atmosferici vincenti ma, anche questa volta (nonostante una durata che sfiora i sei minuti) la band sembra troncare il brano proprio nel momento in cui fornisce un nuovo spunto interessante e meritevole di sviluppo. E' proprio questo il limite maggiore di un album che dura solamente ventitré minuti, ma che avrebbe meritato di durare ben di più, per le idee proposte. Sembra quasi che la band, per paura di suonare ridondante, non creda fino in fondo alle proprie capacità, che ci sono e sono evidenti, diventando la forza limitatrice di se stessa. Esortiamo la band a fidarsi di più dei propri mezzi, per poterci donare, in futuro, opere di maggiore compiutezza. Per ora, la sufficienza é raggiunta, ma i margini di crescita sono importanti, e sarebbe un peccato non esplorarli. Da risentire.

 

65/100