12 OTTOBRE 2019

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Quando le traiettorie del mondo metal ci conducono in Paesi raramente associati al suo storico bacino di utenza e produzione, la curiosità riguardo alla proposta musicale in sé viene sempre implementata da quella insita nel desiderio di constatare come una passione come quella per il metal possa essere vissuta in luoghi così lontani dalle sue direttrici principali, in particolar modo quando si tratta di Paesi dal fascino esotico che, nell'immaginario collettivo, evocano sensazioni raramente associate al comune sentire metallico. È questo il caso dei power-prog metallers CARTAGHODS, arrembante formazione proveniente dall'assolata Tunisia (Paese nel quale la band è il gruppo heavy metal di più antica formazione e il più longevo), e più precisamente dall'evocativa città di Cartagine, che si presenta a noi in questo 2019 col suo secondo album, intitolato THE MONSTER IN ME e pubblicato sotto l'egida dell'etichetta estone Darside Recods, a distanza di tre anni dal debutto omonimo. Fondati nel lontano 1997 dal chitarrista Tarak Ben Sassi e dal batterista Zack Aymen Ben Hamed, i Carthagods, passati attraverso un'infinita ridda di situazioni (fra cui la scomparsa del chitarrista solista Kh'Lil nel 2001 e la rivoluzione tunisina del 2011) arrivano a questo 2019 con un formazione che comprende, oltre ai già citati Tarak e Zack, Mahdi Khema alla voce, Yessine Belghith al basso e Timo Sommers alla chitarra solista, forti di un'sperienza ormai pluri-decennale e di uno stile consolidato attorno a un power metal estremamente roccioso che ha nei Symphony X, negli Iced Earth e nei Kamelot e degli Epica più oscuri i suoi numi tutelari più evidenti (da rimarcare, peraltro,la presenza proprio di Mark Jansen degli Epica come ospite alla voce nell'album, unitamente a quella di Mikael Stanne dei Dark Tranquillity), il tutto unito ad alcuni rimandi alla musica mediorientale in grado di legare in modo più marcato la musica dei nostri alla loro area geografica di appartenenza.

Tutte queste influenze sono riscontrabili in toto fin dal primo brano, la potentissima WHISPERS FROM THE WICKED, inaugurata da un riff potentissimo e quadrato e da atmosfere avvolgenti e oscure dai toni decisamente esotici (frutto del lavoro svolto alle orchestrazioni e alle tastiere da Vikram Shankar) che fanno da tappeto per l'interpretazione vocale massiccia e graffiante (non scevra da pasaggi più estremi mediante l'uso di un growl profondo ma intelligibile) di un ispiratissimo Mahdi che si rivela fin da subito (un po' sull'onda dell'ultimo Russell Allen) il perfetto cantore per l'immaginario musicale tratteggiato dalla band;

e proprio gli ultimi Symphony X sembrano essere il punto di riferimento di spicco nello stile musicale dei nostri, in virtù di ritmiche estremamente rocciose e mai eccessivamente spinte dal punto di vista della velocità e di un'atmosfera generale decisamente cupa, benché non manchino aperture melodiche di più ampio respiro in grado di garantire alla musica dei nostri un'adeguata profondità dinamica e una più spiccata godibilità.

Nota di merito per la produzione, potente e definita, ad opera di Timo Somers (anche chitarrista nella celebre gothic metal band Delain), capace di dare all'album il giusto tiro e l'adeguato spettro sonoro. Si spinge un po' di più sul versante epico della proposta dei nostri con la successiva title track THE MONSTER IN ME (brano scelto anche come singolo del disco e del quale è stato anche girato un video), grazie ad aperture melodiche di maggior respiro rispetto al brano precedente e ad un riffing che, pur senza rinunciare alle prerogative di aggressività e compattezza tipiche della band, si concede qualche passaggio più arioso, come in occasione del riff portante del brano, decisamente accattivante ed incisivo. Davvero buona la gestione dei crescendo dinamici, e azzeccatissimo risulta il refrain, catchy e appassionato come si conviene al refrain di un brano scelto per colpire immediatamente l'immaginario dell'ascoltatore e presentargli uno spaccato il più possibile veritiero e attraente della proposta musicale della band. Davvero solidissima la prova strumentale dei musicisti che, sebbene lontana dai virtuosismi pirotecnici tipici di alcune espressioni del genere di appartenenza, si rivela quantomai solida, precisa e non scevra da passaggi dal tasso tecnico spiccato affrontati con indubbia perizia e con la giusta enfasi interpretativa. Le atmosfere si fanno leggermente più orrorifiche nella successiva THE DEVIL DOLL, brano dalle influenze hard rock più palesi nel quale la voce di Mehdi palesa più di una assonanza con quella del fuoriclasse Jorn Lande, contrassegnando così in modo decisamente incisivo il dipanarsi di un brano strutturalmente più lineare rispetto a quelli che lo hanno preceduto che, graziato anche da un lavoro solista di gran pregio, consente alla dinamica generale dell'album di bearsi di un frangente meno opprimente in grado di dare uno spazio di relativo “respiro” all'ascoltatore dopo un inizio di album decisamente votato alla pesantezza (tanto interpretativa quanto strutturale), benché la stessa risulti comunque presente “a latere” anche in questa occasione, trattandosi di una delle caratteristiche alla base dell'intero sound di questi Carthagods. È un fraseggio strumentale estremamente malinconico a spalancarci le porte della successiva THE REBIRTH, suggestiva power ballad dagli spiccati connotati prog che, impreziosita da un discrete quanto avvincenti orchestrazioni, si staglia da subito come uno dei brani più emozionanti dell'intero lotto. Si tratta di un pezzo in cui l'interpretazione vocale di Mehdi, profonda e lontana da ogni possibile accusa di melensaggine, raggiunge alcune delle vette più alte dell'intera opera, coadiuvata da una band in grado di costruire un tappeto musicale dall'arrangiamento splendido e dell'interpretazione strumentale sentitissima, intenso e vibrante in ogni sua variazione timbrica, avvincente, catchy e allo stesso tempo riccamente cesellato da un ensemble dalla spiccata maturità compositiva. Brano semplicemente splendido. Si prosegue all'insegna della ricercatezza atmosferica con la più lunga e pesante A LAST SIGH, altro brano dalle spiccate influenze hard rock che la band si rivela ancora una volta abilissima a coniugare con la sua anima più metal in una continua quanto riuscita alternanza di dinamiche estremamente avvincente, il tutto condito da un uso piuttosto preponderante, in questa occasione, di orchestrazioni dai tratti magniloquenti che avvicinano la proposta dei nostri a quella dei già citati Epica.Ci troviamo di fronte ad uno dei brani più vari dell'intero lavoro, col la band che si rivela abilissima a spaziare lungo l'intera scelta di colori musicali della propria tavolozza artistica per confezionare una delle composizioni più avvincenti e dinamiche dell'intero lotto.

Si torna a picchiare duro con la successiva CRY OUT FOR THE LAND, brano dal groove micidiale costruito su un riffing quadrato e potentissimo e una sezione ritmica chirurgica che riporta nuovamente alla mente i Symphony X più cupi e pesanti, anche in virtù di svisate prog-metal di gran gusto in grado di arricchire il tessuto musicale del brano senza appesantirne per nulla l'ascolto, tutt'altro.

La pesantezza e la ricchezza strutturale ed esecutiva del pezzo vengono stemperate e al contempo esaltate da un refrain riuscitissimo, in grado di donare respiro al brano e, al contempo, sottolinearne la potenza e l'incisività atmosferica, autentica ciliegina sulla torta di un pezzo piazzato strategicamente dopo due brani atmosfericamente più impegnativi e dilatati in modo da garantire al continuum dell'album l'adeguato focus “metallico”, prima di dare in pasto all'ascoltatore la lunga e decisamente atmosferica MEMORIES OF NEVER ENDING PAINS.

Il brano si apre su inediti (per l'album in esame) connotati bluesy, per poi svilupparsi in una power ballad dai toni decisamente malinconici che trova il suo perfetto apice emotivo in un refrain tanto accorato ed emotivamente pregno quanto magniloquente ed arioso, il tutto arricchito da porzioni soliste estremamente sentite ed orchestrazioni dalla resa atmosferica quantomai accentuata per un brano che fa dell'emozione il cardine attorno cui far ruotare l'intero corpus di una composizione ancora una volta riuscitissima e perfettamente centrata, ottimo finale di un album decisamente meno monolitico di quanto ci si sarebbe potuti aspettare ad una prima impressione ( che si concluderà in modo definitivo solo con la successiva versione orchestrale e interamente strumentale della già sentita The Rebirth), che non potrà non accontentare chiunque cerchi, in un disco, la giusta dose di metallo rovente, melodia e l'adeguato tocco di maestosità che ci si aspetta da una band che vede il power metal (benché nelle sue derive più cupe e moderne) fra le sue influenze principali, il tutto corroborato da una maturità compositiva evidente e da una personalità figlia di un'esperienza che ha visto il gruppo confrontarsi con la scena di appartenenza ai massimi livelli, grazie all'opportunità di aprire, negli anni, per band come Judas Priest, Epica, Blind Guardian e Dark Tranquillity.

Un album solido e godibilissimo, che mi sento di consigliare senza remore.

Convincenti e solidissimi. Promossi.

 

75/100