6 OTTOBRE 2021

RECENSIONE A CURA DI

EDOARDO GOI

 

C'è del marcio nel nord-est, e c'è della brutalità. Vent'anni di brutalità, per la precisione. Fondati nel lontano 2001 a cavallo fra Veneto e Friuli Venezia Giulia, i CHRONIC HATE sono da sempre sinonimo di death metal feroce, mortifero e annichilente; e di qualità: prepotente, assoluta, qualità.

Fin dai tempi dei primi demo ed ep, il percorso della band si è contraddistinto per attitudine e desiderio di professionalità, tanto dal punto di vista del songwriting che da quello della costante crescita del livello del collettivo a 360°, il tutto concretizzato in due ottimi full-lenght come “Dawn Of Fury” del 2012 e “The Worst Form Of Life” del 2018, fulgidi esempi di death metal dalle profonde radici old school, ma privo di qualsivoglia anacronismo. Per festeggiare le loro due decadi di attività, i Chronic Hate (accasatisi presso l'etichetta austriaca “Kult Und Kaos Productions”) danno alle stampe questo ep di quattro pezzi (tre inediti e una riuscita cover dei numi tutelari Dismember) intitolato REFLECTION ON RUIN, breve quanto estremamente efficace nel fornirci una cartina di tornasole in merito al loro stato di salute. Si parte subito in quarta con ferocissima VISIONS, assalto all'arma bianca concepito per non fare prigioniero alcuno. Echi di death metal statunitense (Morbid Angel e Immolation su tutti, con alcune derive alla Suffocation) fanno gaudiosamente a cazzoti con squarci di death metal europeo, soprattutto nelle inaspettate quanto riuscite aperture melodiche dai toni aspri e quasi black che non possono non richiamare alla mente i primi vagiti del death metal melodico svedese (e qui è impossibile non citare i Dark Tranquillity di Skydancer, ma anche altri acts non baciati dal medesimo successo commerciale, ma assolutamente capaci di creare melting pot stilistici entusiasmanti, quali Gates Of Ishtar e A Canorous Quintet). La combinazione di questi due stilemi da vita a un pezzo assolutamente riuscitissimo, dove la melodia (usata con parsimonia e sapienza) non va mai a intaccare l'indole profondamente brutale della composizione, esaltata e valorizzata al massimo da una formazione (composta da Andrea alla voce, Daniele e Massimo alle chitarre, Marco al basso e Alexandar alla batteria) che suona affiatata e centrata come non mai (tanto dal punto di vista tecnico, grazie a singole prestazioni assolutamente impeccabili, quanto dal punto di vista della pura “cazzimma”, quantomai indispensabile per concorrere in modo competitivo in un mercato ultra-inflazionato come quello odierno, donando al proprio materiale quella scintilla in più in grado di colpire nel profondo l'immaginario dell'ascoltatore). 

Muscolarità e attenzione per il riffing trasudano in modo evidente anche dalla successiva NO LIGHTS NO HOPE, scarnificante e perniciosa, resa più tetra e macilenta da influenze Incantation ed estremamente dinamica da un uso ancora una volta sapiente di oblique quanto cupe melodie le quali, unite a un costrutto decisamente vario e strutturato, contribuiscono a rendere il brano avvincente e impattante dalla prima all'ultima nota. Non si arretra di un passo nemmeno con la successiva DOWN TO RUIN, brutalissima e malata, marchiata a fuoco da accelerazioni devastanti e aperture death/thrash in odore dei migliori Deicide e Cannibal Corpse (ma anche Benediction e primi Pestilence, vista l'indiscussa abilità dei nostri nel fondere sapientemente i due grandi poli magnetici del death metal mondiale), resa ancora più pesante da pachidermici quanto ponderati rallentamenti (griffati dal conclamato amore dei Chronic Hate per le melodie trasversali e poco piacione) e suggellata da una prestazione maiuscola di Andrea dietro al microfono, fra growl profondissimi e scream lancinanti. L'ep si chiude, come già accennato in precedenza, con un'ottima cover dei mai abbastanza incensati Dismember (per la precisione, il brano scelto è MISANTHROPIC, tratta dall'album “Death Metal” del 1997), resa in modo piuttosto fedele all'originale ma personalizzata grazie a un approccio più chirurgico e meno primordiale. Un ottimo tributo e un ottimo modo per chiudere un ep che ci consegna una band in piena forma in vista dell'annunciato, prossimo, full lenght. Breve, brutale e senza pietà.

Un ep da godere e rigodere tutto d'un fiato. Promossi su tutta la linea.

 

80/100