12 LUGLIO 2019

Recensione a cura di Daniele Blandino

 

I Chud si formano a Canberra, a Capital Territory in Australia del 2008, l’anno successivo fanno uscire l’ep “Blood & Bone” per un’etichetta indipendente, nel 2013 fanno uscire il loro primo Full-length “Ominous”.

Sei anni dopo fanno uscire il loro secondo Full-length “Dead”.

La line up e composta così:

 NovaX - Batteria;

Whiskey Jones – Chitarra e voce;

Kate G – Basso.

Il loro stile e un Sludge/Groove Metal di stampo classico molto più vicino anche all’hardcore punk.

L’album è composto da 12 tracce e ha una durata di 35 minuti e 49 secondi.

L’album si apre con “Neolithic”: intro con tutti gli strumenti, chitarra e batteria sparate al massimo e la voce del cantante si aggrega bene alla violenza e alla velocità del brano, chitarra distorta al massimo, non c’è un attimo di respiro. Verso il finale abbiamo un rallentamento, l’ascoltatore si immerge completamente della loro musica.

Si continua con “Jotun”: intro e ritmo molto simile alla traccia precedente, la voce entra prepotente nel brano, le sfuriate hardcore punk si mescolano bene al loro stile moderno e aggressivo. L’ascoltatore è immerso completamente nel brano, le sfuriate dopo un pochino stuccano e fanno distrarre l’ascoltatore;

Terza traccia “The Wicked”: intro velocissima il ritmo molto alto con la voce del cantante che entra e si amalgama bene al contesto della canzone Il brano è molto simile ai precedenti e tutta questa somiglianza rende l’album monotono e prevedibile. Non ci sono fino a questo momento momenti da ricordare. L’ascoltatore si annoia.

Quarta traccia “In Cult We Trust”: intro molto lenta che fa immergerete l’ascoltatore in una dimensione diversa rispetto alle tracce precedenti, l’effetto distorto della chitarra e la voce in un misto tra uno scream e un growl fatto pessimamente distraggono l’ascoltatore da quella dimensione che la band aveva creato con una bella intro;

Quinta traccia “Pigs for Satan”: intro lenta con tutti gli strumenti, si viene immersi quasi completamente dalla loro musica. La voce si amalgama bene con il sound del brano. L’ascoltatore verso metà brano non viene più convolto come dall’inizio perché il brano diventa prevedibile, senza cambi, e un sound alla lunga piatto rischia di annoiare chi ascolta e quel poco di buono che c’era del sound writing viene completamente cancellato da riff prevedibili e riciclati;

Sesta traccia “Interlude”: questo è il brano più corto dell’intero album, un intro di batteria e chitarra particolare, ascoltatore viene poco convolto dalla minima durata del brano strumentale.

Settima traccia “Fearmonger”: pessima intro con tutti gli strumenti e la voce entra in modo altrettanto pessimo nel brano, distorsioni troppo alte e l’ascoltatore sente solo casino dentro le sue orecchie. Non si capisce che sensazioni la band voglia trasmettere, confusionario e senza un minimo di logica creativa né di sound. Hanno creato un brano solo alzando al massimo le distorsioni e i volumi senza calcolare niente;

Ottava traccia “Crone”: canzone orribile, dal mal di testa, con volumi equalizzati malissimo a ritmo lento, l’ascoltatore e talmente scocciato dell’intero album che non vede l’ora che finisca, le parti “melodiche” non salvano minimamente il brano, anzi lo affossano ancora di più;

Nona traccia “Mountain King”: canzone dal ritmo medio alto, il sound monotono senza punti personali, riff già sentiti che non apportano nulla di nuovo, sembra di sentire le tracce precedenti, la voce è orribile, con il passare dei secondi la canzone diventa sempre più monotona e l’ascoltatore non riesce più a seguire il brano, distraendosi;

Decima traccia “Enthroned”: traccia poco giudicabile. La lentezza del brano e i pochi spunti buoni sentiti in alcuni riff, vengono cancellati dalla monotona dell’intero brano. L’ascoltatore si annoia a sentire la traccia, il ritmo lento e prevedibile lascia a chi ascolta sentimenti di spleen.

Penultima traccia “Get It Out”: canzone confusionaria da mal di testa perenne i volumi e le distorsioni equalizzate orribilmente lasciano a chi ascolta una sensazione di vuoto riff prevedibili senza novità del sound, rendono la canzone noiosa come intero album;

L’album si chiude con la title track “Dead”: pessima canzone strumentale, i volumi sono veramente regolati malissimo, il sottofondo orientaleggiante rende la canzone ancor più inascoltabile, pessima equalizzazione degli strumenti e degli effetti, l’ascoltatore non sente nulla di nuovo e la voglia di ascoltare di nuovo, che già era minima, dopo questa traccia passa definitivamente.

Pessimo album sotto tutti i punti di vista: sia la registrazione che il sound writing sono veramente pessimi, quelle pochissime idee decenti vengono abbandonate per far spazio a rumore puro, il mal di testa che ti rimane dopo aver ascoltato questo album e la prova tangibile dell’ascolto. Nulla di nuovo, ritmiche sentite in molti album simili del genere non portano nessuna novità. La band e il sound sono da migliorare sotto tutti i punti di vista, a fine ascolto quel che rimane e un vuoto cosmico.

 

 

40/100