31 GENNAIO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

Ci sono album che non è possibile approcciare secondo i “parametri standard” solitamente usati nell'atto di recensire i contenuti artistici e tecnici di una nuova release, perché portatori di un concept talmente estremo ed elitario che, affrontati secondo i summenzionati parametri, rischierebbero di generare una disamina incapace di coglierne l'essenza e, di conseguenza, una recensione inutile nonché fallace.

E' questo il caso del presente THYPHOMANTEIA: SACRED TRIARCHY OF SPIRITUAL PUTREFACTION, opera prima dei venezuelani CTHONICA, temibile duo precedentemente conosciuto sotto il moniker di “Okkvlt”, sotto la cui denominazione ha pubblicato nel 2017 il full lenght “Anti Theosis De Prufundis” e, ora come allora, dedito a un death/black metal dai connotati profondamente esoterici e sepolcrali che la band qui spinge a un nuovo livello di cripticità e marciume mediante l'utilizzo di suoni mortiferi, grezzi e ammorbanti resi ancora più disturbanti da stratificazioni dai toni dark ambient e rituali.

Il risultato è un suono estremamente opprimente, inumano e “lontano”, come colto di sfuggita nella sovrapposizione di stati di coscienza e percezione diversi, decisamente unico e di difficile approccio, per chi non fosse avvezzo a simili sperimentazioni sonore.

Analizzato freddamente, il disco suona come un rituale empio catturato mentre nella stanza accanto una band death/black fa un baccano d'inferno, e, in effetti, il feeling che il disco vuole emanare è questo, e ci riesce benissimo.

E' evidente infatti il modo in cui il duo (composto da D.V. alla chitarra, basso e batteria e H.K. alla voce, effetti, elettronica nonché autore del concept) decide di veicolare in modo cosciente la propria proposta attraverso una produzione/non produzione volutamente distorta, grezzissima e putrescente degli strumenti tradizionali cui abbina strati di rumoristica, voci effettatissime, riverberi e quant'altro in modo da creare un magma tanto inumano e ostico quanto azzeccatissimo nel rendere tangibile l'atmosfera di puro orrore emanato dalle varie composizioni (alcune, peraltro, decisamente lunghe e articolate), resa perfettamente dalla splendida immagine di copertina.

L'impatto con la lunga opener (quasi dodici minuti di durata, per questo pezzo) ACT I: THE CHALICE, è da brividi, grazie a un attacco black/death primoridiale e claustrofobico che rimanda subito alla lezione dei primissimi Incantation, opportunamente estremizzata con schegge mortifere di black primigenio e con il summenzionato utilizzo di voci effettate e suoni disturbanti a completare un quadro atmosferico di sicuro impatto, se si è in grado di superare lo scoglio costituito dalle scelte sonore della band.

Il pezzo è decisamente complesso, ricco di variazioni tanto esecutive (benché siano senza dubbio privilegiati impatto ed estremismo, in tal senso) quanto atmosferiche che dimostrano la capacità della band di saper gestire in modo decisamente maturo anche composizioni così ambiziose senza perdere mai il bandolo della matassa e, anzi, mantenendo sempre molto alta l'attenzione dell'ascoltatore grazie a una sapiente tessitura atmosferica tanto nelle parti più brutali quanto in quelle in cui il gruppo si lascia andare a mortiferi rallentamenti death/doom dall'imponente peso specifico.

Davvero un grande pezzo, impreziosito da un'interpretazione vocale tanto variegata quanto estrema e tirata allo spasimo, valore aggiunto fondamentale per la resa complessiva della composizione (come dell'intero album).

Il secondo pezzo, intitolato ACT II: THE LANTERN, inizia, se possibile, in modo ancora più brutale del precedente, salvo sfociare quasi subito in parti rallentate ultradistorte di rara ferocia, rese ancora più scarnificanti e inquietanti dalle scelte sonore della band, che ancora una volta ci propone un saggio perfettamente interpretato e rivisitato di death/doom d'annata rivisto sotto l'ottica deformante della propria sensibilità artistica.

Benché più monolitica della precedente, anche questa composizione è caratterizzata da un notevole flusso di riff e da repentini stacchi, oltre che da una resa sonora ancora più stordente e snervante, per un risultato finale che potrebbe tranquillamente fiaccare le resistenze dell'ascoltatore meno avvezzo a tali scelleratezze, ma che potrebbe, al contrario, portare alla definitiva esaltazione l'ascoltatore maggiormente a suo agio con opere dall'impatto e dall'intento così totalizzanti da trascendere il mero contenuto tecnico di quanto proposto.

Come a voler ribadire l'indole estrema della propria proposta, ecco giungere lo scellerato inizio della successiva ACT III: THE VERB, con le sue distorsioni vocali al limite della sopportazione umana a fare da preludio a un brano dalla durata ancora una volta notevole (si sfiorano i dieci minuti, in questo caso) contraddistinto da una brutalità black/death a briglia sciolta, con suoni che sembrano peggiorare di brano in brano come se anche la band, nel dipanarsi dell'album , si distaccasse sempre di più dalla sua incarnazione terrena per trascendere in un'entità quanto mai mortifera e inumana, guidata da una voce sempre più infernale in un maelstrom sonoro impenetrabile quanto implacabile, caratterizzato ancora una volta dai consueti stacchi rallentati marcissimi cui la band ci ha finora abituati così come dalle altrettanto consuete aperture noise infernali e acidissime che sono parte imprescindibile del sound dei nostri e coronato da un inaspettato solo di chitarra dal suono abominevole e tagliente come non mai.

Un brano abissale e immondo, assolutamente grandioso.

Non si arretra di un millimetro (anzi, si scivola ancora di più nella nefandezza) con la successiva IV: I: NOR THE DEADLIEST DIDEASE SHALL BE COMPARED WITH HIS GIFT OF SALVATION (un titolo che è tutto un programma), co la band che sembra sempre più lanciata verso la dannazione eterna e la completa trasfigurazione artistica in un'entità astratta di puro caos.

Il suono infatti si fa, se possibile, ancora più melmoso e impenetrabile, un delirio che sembra quasi trascendere i confini stessi del black/death per incarnarsi in una rappresentazione di puro orrore, aiutato in questo da un andamento monocorde (in senso positivo) ed estremo per tutta la sua durata.

Un autentico piece de resistance tanto per la band quanto per l'ascoltatore.

Appagante e brutale sotto ogni punto di vista.

La discesa agli inferi procede implacabile con l'arrancante e asfissiante V: II: … FOR THE CHILDREN OF HE WHO LURKS BEYOND SHALL NOT WITNESS THIS SHOWCASE OF GLORY … , brano caratterizzato da un andamento meno parossistico dei precedenti (benché non manchino le impennate di pura violenza) ma, se possibile, ancora più disturbante e pernicioso proprio grazie al modo in cui al suono, sempre più marcio e distorto, viene dato modo di insinuarsi nell'ascoltatore lentamente e impietosamente, trascinandolo con evidentemente compiacimento in una dimensione di dolore e puro orrore quasi tangibili.

Arrivati a questo punto dell'album è evidente come l'esperienza di ascolto venga incanalata dalla band in una vera e propria esperienza sensoriale, in cui i contorni dei brani diventano sempre più sfumati, quasi un mero veicolo per sprofondare l'ascoltatore nel mondo da essi evocato, con risultati senza dubbio notevoli.

Quasi a suggellare queste considerazioni, ecco arrivare la massacrante e annichilente VI: III: NOT AS THOSE WHO SERVED AND PREACHED IN OBEISANCE... , pezzo martellante condito da insinuanti dissonanze in cui la band stessa sembra a tratti deragliare e andare in mille pezzi, in un processo simbiotico di distruzione che coinvolge tanto gli esecutori quanto lo spettatore di questo spettacolo di blasfemia e morte che si conclude sulle inquietanti e stordenti onde sonore dell'outro VII: Ω DE DERELICTUM DOMUM SACRORUM, una colonna sonora perfetta per la dannazione e la fine del mondo che questo album dei sudamericani sembrano voler mettere in musica, con risultati quanto mai convincenti.

Un album sicuramente non per tutti, tutt'altro;

ma se siete avvezzi alle nefandezze dell'underground estremo più marcio e siete fan del death/black/doom old school, qui troverete senz'altro modo di godere senza ritegno.

Un album molto coraggioso ed evidentemente ispirato da un'idea musicale chiara e ben delineata, opera prima di una band da tenere assolutamente d'occhio e già attualmente meritevole di supporto incondizionato.

Promossi su tutta la linea.

 

 

VOTO: 90/100