30 NOVEMBRE 2019

Recensione a cura di

Claudio Causio 

 

Heaven’s Demise è la prima fatica discografica della band Glasya. Il progetto nasce attorno al 2018, per volontà di Hugo Esteves, chitarrista portoghese, nel tentativo di proporre un metal sinfonico le cui influenze potessero però spaziare su più fronti. A questo proposito, la formazione si compone di elementi noti nella scena metal portoghese, che recano nel loro bagaglio personale, tra ispirazioni ed esperienze precedenti, proprio quella varietà di stili. Ecco che i Glasya presentano Eduarda Soeiro (già nei Nightdream, cover band dei Nightwish) alla voce, Davon Van Dave (ex Urban Tales e Shadowsphere) alle tastiere e agli arrangiamenti orchestrali, Manuel Pinto al basso, Bruno Prates alla chitarra solista (entrambi precedentemente già compagni di band negli Enchantya), il già citato Hugo Esteves a quella ritmica ed infine Bruno Ramos (ex My Deception) alla batteria. Heaven’s Demise è un album che si compone di dieci brani nel più classico metal sinfonico, le cui chiare ispirazioni spaziano tra i più noti nomi del genere, strizzando l’occhio in particolare a tutti quei gruppi che devono la loro fama al giusto mix tra potenti e prepotenti orchestrazioni, voci femminili quasi sempre in stile lirico e operistico e voci maschili (per lo più corali) in scream o growl, ovvero gran parte di quelle band che preferisce definirsi female fronted metal. Nel lavoro dei Glasya le influenze di gruppi come i primi Nightwish (non a caso la scelta della cantante è ricaduta sulla frontwoman di una loro cover band) o gli Epica sono fin troppo poco celate, tanto da far sorgere spontaneo un quesito: dov’è quell’ampio range di ispirazioni (“dal Classico all’Etnico fino ai più potenti riff metal”) che la loro biografia social reclama? Nulla da togliere alle indiscutibili doti tecniche o compositive dei sei portoghesi, ma sembra chiaro che Heaven’s Demise rischia di gettarsi nel vasto mare dei lavori symphonic metal fin troppo uguali a se stessi e diventare meramente un prodotto commerciale o di tributo ad altri musicisti. 

L’album risulta comunque godibile e apprezzabile, pulito nel suono e ben bilanciato nella produzione, riuscendo perciò a mettere in risalto ogni aspetto che lo compone, dando il giusto spazio ad ogni strumento. Un ruolo da protagonista, come si è lasciato intendere, è riservato alle orchestrazioni, presenti sin dall’introduzione del primo brano, la title track Heaven’s Demise, in cui l’intera band gioca molto bene con pause e ritmi incalzanti, valorizzati dagli arrangiamenti e dalle tastiere di Van Dave, il quale appronta un ottimo tappeto orchestrale che restituisce una canzone notevolmente trascinante. Il pezzo si lega alla successiva Ignis Sanctus che apporta per la prima volta nel disco le voci in scream e suoni “futuristici”, ma rispettando in pieno le linee guida tracciate da Heaven’s Demise. Quasi senza soluzione di continuità si passa a Coronation of a Beggar, più lenta delle precedenti, ma che nulla aggiunge a quanto già espresso. Il discorso finale permette un altro “salto” da un brano al successivo senza silenzi: ecco come viene introdotta Glasya, canzone omonima alla band stessa. 

A lei è dedicata una introduzione che risuona di quelle ispirazioni etniche espresse nel biglietto da visita della band, ma per il resto si configura per lo più troppo simile agli altri brani, se non fosse per la voce maschile pulita che richiama il più noto Tobias Sammet (Edguy, Avantasia) e che si aggiunge allo scream, che già era stato presentato in Ignis Sanctus. Presa singolarmente, tuttavia, Glasya risulta una delle migliori del disco, proprio grazie a questo amalgama di voci che, oltre a produrre cambiamento e varietà, offre un certo movimento e slancio al brano. Il resto del disco non aggiunge quasi nulla a quanto già sentito. Tre pezzi, però, meritano una menzione speciale: The Last Dying Sun, per aver approfondito quel sound futuristico accennato in Ignis Sanctus, servendosi di arrangiamenti orchestrali che qua e là si lasciano alle spalle il background musicale che li aveva fin qui determinati; No Exit From Myself, unica ballad del disco, sebbene il ritornello sia impostato su ritmiche più dinamiche, mentre nelle strofe vero e proprio protagonista è il basso di Manuel Pinto, lasciando le orchestrazioni sullo sfondo; A Thought About You, brano conclusivo, una strumentale di tre minuti, due dei quali composti di sole tastiere, a cui solo sul finale si aggiunge una batteria sintetizzata. Heaven’s Demise è senza dubbio un lavoro ben scritto, suonato e prodotto: il sound è pulito, le capacità tecniche e compositive del gruppo, come detto, sono indiscutibili. Tuttavia, risulta carente di originalità sia rispetto a band più note del panorama symphonic metal, sia rispetto a se stesso: ogni brano che lo compone si avvicina fin troppo agli altri e a questo contribuisce anche la tendenza eccessiva alla continuità tra le canzoni, con il rischio che ad un primo ascolto possano risultare un unico pezzo. Se l’obiettivo era quello di mettere in luce le doti dei musicisti e produrre un lavoro che potesse far concorrenza a Nightwish ed Epica, oltre che a tutti gli altri gruppi che si ispirano a questi ultimi, Heaven’s Demise pone i Glasya sulla buona strada, ma se il loro intento era quello di proporre qualcosa di nuovo che potesse coniugare un ampio range di ispirazioni e staccarsi dalla tradizione, il risultato non è stato conseguito. Naturalmente, spezzando una lancia in favore della band, il disco è comunque orecchiabile, godibile e soprattutto trascinante: basterebbe soltanto osare di più, non solo cercare di allinearsi alla tradizione. 

 

70/100