19 GIUGNO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Vittima dell'epurazione death metal avvenuta in seno alla celebre etichetta discografica Roadrunner a partire dalla seconda metà degli anni 90 con i suoi Sorrow (autori, per la sunnominata etichetta, di due full lenght fra il 1991 e il 1993), il chitarrista Brett Clarin riversò il suo scoramento e la sua creatività in un solo-project esclusivamente a base di synth, chiamandolo JOURNEY INTO DARKNESS e pubblicando sotto questo moniker un full (intitolato “Life Is A Near Death Experience”), prima di consegnarlo all'oblio per lunghi, lunghi anni. Solo nel 2018, infatti, il buon Brett ha trovato l'ispirazione necessaria per riportare in vita la sua creatura, aggiungendo chitarre e voce e spostando le coordinate del progetto verso lidi symphonic black/death metal senza dubbio meno ostici all'approccio da parte di un pubblico più vasto, pur senza rinunciare al ruolo centrale rivestito dai synth all'interno della sua proposta artistica. Il tempo di raccogliere il materiale necessario, e di trovare qualcuno cui affidare l'onere delle parti vocali (nella persona di Jei Doublerice), ed ecco concretizzarsi il secondo full del progetto, intitolato MULTITUDES OF EMPTINESS. Che i synth siano tutt'ora una componente fondamentale del sound dei nostri è palese fin da una rapida occhiata alla tracklist dell'album, in cui, a fronte di quattro tracce “effettive”, trovano posto ben tre interludi dominati dalla suddetta strumentazione, più una traccia strumentale posta in conclusione in cui l'anima più datata e quella più recente del progetto sono chiamate a fondersi ponendosi a suggello del suo percorso artistico. Ed è proprio a una di queste tracce “synth-based” che è affidato il compito di aprire l'album, che si dischiude davanti a noi sulle pulsazioni siderali dell'avvolgente INTO NOTHINGNESS, fra arpeggi dai rimandi atmospheric, sample implacabili e crescendo di synth che sfociano ben presto nello straripante quanto gelido assalto symphonic-black di TO BE HUMAN IS TO BE INHUMAN. Echi di Limbonic Art, Odium e primissimi Covenant (oltre agli immancabili Emperor) si rincorrono lungo l'intero brano, con schegge dei Dimmu Borgir di metà carriera e sprazzi più death/thrash oriented di matrice Nocturnus a rendere il tutto ancora più appetitoso. Le scelte in fase di produzione, con la stessa evidentemente sbilanciata sul versante synth, oltre alla decisione di ricorrere alla batteria elettronica invece di una suonata da un batterista in carne ed ossa, donano al tutto un carattere retrò e glaciale che non può non richiamare alla mente la magniloquenza siderale del debutto dei già citati Limbonic Art (lo straordinario e, per chi scrive, ineguagliato “Moon In The Scorpio”), con i nostri che si distinguono per trame synth meno ricercate e stratificate, ma comunque decisamente in primo piano. Lo sviluppo del brano è piuttosto lineare, costruito su ritmiche e riff efficaci e incisivi, e la voce di Jei (capace di uno scream bello ruvido e gelido il giusto, ma anche di un ottimo growl) si rivela fin da subito adattissima al genere proposto, concorrendo in modo sostanziale alla resa atmosferica che, nell'insieme, risulta senza dubbio decisamente centrata. Un inizio senza dubbio convincente, cui fa seguito l'altrettanto convincente PROGRAMMED TO DIE, brano in cui le influenze death si fanno (a tratti) leggermente più marcate, a fronte di tempi un po' più contenuti rispetto al pezzo precedente e una maggiore propensione al groove (a tal proposito, alcune scelte nel drum programming, un po' cervellotiche e poco fluide, potrebbero far storcere un po' il naso ai puristi della perfezione formale, pur donando al tutto un'aura “do-it-yourself” che non dispiace). Si tratta di un pezzo dalla struttura complessa e cangiante, dominato da atmosfere decisamente cupe tratteggiate da synth che, in alcuni passaggi, assumono toni notevolmente trionfalistici, avvicinando i nostri allo stile symphonic-black che spopolava a cavallo del cambio di millennio. Il tempo di un breve interludio (la cantilenante DESOLATION, caratterizzata da suoni talmente lo-fi da porsi a cavallo fra dungeon synth più minimale e la musica da videogioco anni 80-90), ed eccoci risprofondare nel gelido vortice cosmico (ottimamente rappresentato nella bella copertina a opera di Johny Prayogi) con THE INSIGNIFICANCE OF, brano che sembra mediare fra le atmosfere più gelide del primo pezzo e quelle più magniloquenti del secondo, centrando pienamente l'obbiettivo. Il pezzo scorre fluido e intenso, impreziosito da alcune soluzioni che, sebbene in modo piuttosto minimale, donano al tutto una certa eleganza, anche grazie ad alcuni spunti melodici di sicura resa. Una composizione che avrebbe forse meritato uno sviluppo maggiore (quando il brano, dopo poco più di quattro minuti, finisce, la sensazione di “non detto” è palpabile), ma che anche così risulta convincente e funzionale. E' un riff marziale e chirurgico ad aprire SENDING DEATH, ultimo brano cantato del lotto, che ci mostra una band decisamente a suo agio anche quando si tratta di costruire brani attorno a costrutti più ricercati e particolari (molto più di quanto fatto vedere sulla precedente “Programmed To Die”), grazie a una gestione decisamente più curata delle partiture ritmiche, delle melodie e della dinamica generale del pezzo (che, anche qui, sembra concludersi prima del previsto). Un nuovo interludio dai connotati lo-fi (INTERGALACTIC SPACE), ed ecco che l'album si avvia alla sua conclusione sulle note della title track strumentale MULTITUDES OF EMPTINESS, brano decisamente atmosferico che, se nelle intenzioni doveva rappresentare il punto di incontro fra le due anime della band, a conti fatti risulta decisamente più rappresentativo di quella atmosferica e “synth” rispetto a quella più “black/death” e chitarrosa. Una chiusura decisamente magniloquente per un album che lascia un po' l'amaro in bocca del punto di vista dello sviluppo delle idee in esso contenute: l'impressione che vi siano spunti che potrebbero fruttare molto più dei 28 minuti scarsi di durata dell'opera è infatti vividissima, nonostante quanto espresso sia comunque meritevole di attenzione da parte dei fan di un certo modo di concepire il black/death sinfonico e prepotentemente tastieroso”. Il progetto ha tutte le capacità di poter fare davvero bene, in futuro; per ora, ampiamente promossi, ma con l'impressione che si sarebbe potuto fare ancora meglio.

 

68/100