18 OTTOBRE 2019

Recensione a cura di Bert

Apri gli occhi, davanti a te il nulla più assoluto o quasi. Vento caldo tra i capelli (sempre se li hai), rotolacampo che ti tagliano la strada, temperature di fuoco, cactus con spine aguzze, sabbia, dune ed una strada lunga e dritta che a quanto pare porta al nulla. La classicissima scena stoner anni '90, come gran parte di noi se la immaginano. 
E invece no. Siamo nelle freddolose lande finlandesi, al cospetto dei King of None, che ci presentano il loro heavy-psych-stoner tra i ghiaccioli finnici ed orsi scazzati. Basta poco e... che ci vuoi fare, c'è poco da dire, solo constatazioni più che certe: questi suonano, cazzo se suonano. Nulla di estremamente innovativo o destinato agli annali della musica, ma sicuramente un prodotto più che valido, curato nei minimi particolari. E suonato davvero, da buoni musicisti. Dalla produzione al ruolo di ogni singolo componente: questi KON spaccano ed il prodotto che presentano è di indubbia qualità. 
Fin dal primo ascolto, dai primi minuti, ho subito pensato ad una band non italiana ed avevo ragione. Molti, troppi lavori made in italy peccano di produzioni scarse e poco curate che il più delle volte si traduce in qualcosa di poco attraente, che non illumina e presto passa di testa. 

I KON sono in 5: Miiro Karki alla voce, Aleksi Karkkainen e Juha Paakko alle chitarre, Patrick Enckell alla batteria e Juho Aarnio al basso. Propongono uno stoner studiato, con influenze heavy e psych, calibrato a puntino. Stupisce il quadro dipinto dai cinque che sembra non avere un dettaglio fuori posto, un'imperfezione visibile. 
Si parte per destinazione sconosciuta, senza biglietto, con le note di Words of Mine talmente alte da stordirci. La prima traccia fa subito capire il livello del prodotto. Il riff di chitarra è semplice ma incisivo e si scatena a piena potenza con l'entrata di basso e batteria. Tre power chord ascendenti, a volte non serve molto, intervallati da un altro riff più complesso che rende ancora più accattivante la melodia. La voce è stata una bellissima sorpresa: molte volte mi sono ritrovato a fatica ad ascoltare gruppi con cantanti improbabili, anche se lo strumentale meritava. Lui no, ti invoglia all'ascolto, un mix tra Staley (AiC), Weiland (STP) e Anselmo che con avidità si insinua nella trama strumentale potenziandola e rendendola viva. 
Worlds Collide si avvia nuovamente con un riff di chitarra psichedelico e spingente, l'ingresso in scena degli altri componenti crea uno scenario ansiolitico, adrenalinico. La batteria crea un tappeto articolato e colmo di tocchi a perdere. Il riff che segue il primo ritornello ricorda da lontano Metallica e AiC, potente e rabbioso. 
Frog Palace è supereroina del doom che fa il suo ingresso in Weightless Waters già alla traccia numero tre. Non un doom alla Sabbath chiaramente, un doom bagnato ed influenzato dai meandri oscuri del ramo stoner. Si sente spesso il doppio pedale della batteria marcare le pennate della chitarra, ricordando tecniche appartenenti (non necessariamente, sia chiaro) ad altri generei tipo black-death metal. 
Desolator apre il periodo stoner-psych dell'album: chitarre intrise di delay ed altri effetti, basso fedele compagno di viaggio e code id serpenti a sonagli che corrono a destra e sinistra in cuffia. Tutto ciò si traduce in un bel giro di doom con finale in palm muting che fa strada al proseguo del riff. Dopo la tempesta iniziale, uno squarcio di vento pulisce il cielo, sputano raggi di luce. Il tappeto musicale creato per l'assolo ricorda da vicino l'hard rock e ci trasporta in una dimensione totalmente diversa rispetto a poco prima. L'assolo è davvero molto bello e di buona fattura ed anche il basso fa un ottimo lavoro per sostenere il compagno di battaglia, un bellissimo momento. 
Starbirling comincia con un riff di chitarra colmo di groove, quel groove che ti fa muovere la testa. L'ingresso della seconda chitarra è un'altra chicca, soffusa nelle retrovie, ci indica la strada da seguire, giusta o sbagliata che sia. Anche qui assoli stupendi, colmi di gusto, quegli assoli di cui cambieresti poco o niente. 
Yellow Snake King chiude le danze con un riff di basso che suona grezzo e potente, a cui si aggiunge istantaneamente la saggia mano del batterista seguita quasi subito da chitarre coperte di fuzz e potenza a profusione micidiale. Anche questa è buona, come tutte le tracce compongono Weightless Waters. Anche qui la voce è all'altezza del ruolo da interpretare, si sente nei momenti giusti, non occupa troppo spazio e risalta in modo molto favorevole il resto dello strumentale. 

Questo Weightless Waters è un buon prodotto, potente, rabbioso. Un prodotto che si lascia ascoltare con disinvoltura, che attrae fin da subito. Suonato bene, con gusto. Ogni cosa è al suo posto, nessun dettaglio lasciato al caso. 
I KON Promettono davvero bene. In attesa di un loro prossimo lavoro, lascio il freddo clima finlandese e me ne torno a casa. 

 

Tracklist:

1. Words of Mine 

2. Worlds Collide

3. Frog Palace

4. Desolator 

5. Starbirling

6. Yellow Snake King 

 

75/100