7 FEBBRAIO 2020

Recensione a cura di Daniele Blandino 


I Life Of Scars si formano a Fort Worth, Texas, dall’incontro tra Anthony Walker alla batteria, Michael Huebner alla chitarra e Wayne Abney al basso e alla voce. Il loro stile è un thrash/death metal classico di stampo americano e si presentano sul mercato con il loro per adesso unico lavoro “When the Devil Walks In”, uscito il primo settembre del 2018.

L’album è composto da 9 tracce e la durata è circa di 38 minuti.

Essendo un esordio, il disco mantiene lo standard del genere: il gruppo si impegna a rispettarlo senza dare qualcosa di nuovo e di fresco; il death metal viene inghiottito profondamente dalla parte thrash, la voce quasi pulita ricorda molto alcuni gruppi del passato, senza rinnovare il genere.

Si apre con “Dwi Intro”: Solo narrativa, con una campionatura in sottofondo che fa capire subito all’ascoltatore dove il gruppo lo vuole trasportare;

Si continua con la title track “When the Devil Walks In”: canzone molto interessante con dei riff molto buoni: si sente bene il connubio tra il thrash e il death metal. Durante l’ascolto si viene ammaliati dalla musica ed è facile immergersi in questo mondo infernale e pieno di fiamme. Il gruppo ha creato un ambiente violento dove il povero ascoltatore viene preso e triturato dalla musica.

Terza traccia “With My Last Breath”: canzone tipicamente thrash, troppo ripetitiva in alcuni momenti piena di riff classici ma priva di personalità;

Quarta traccia “There's No Coming Down”: canzone banale, brano con un lavoro di soundwriting senza impegno che prendendo spunto da alcune hit del passato le mischia assieme per tentare di piacere a più ascoltatori possibile. L’ascoltatore non è per niente coinvolto, quel poco di personalità che la band aveva è perduta a favore di una musica di facile presa;

Quinta traccia “Just Because I Can”: canzone incalzante con della tecnica, ma molto simile ad altre canzoni, i più avvezzi al genere non trovano nulla di stimolante nell’ascolto.

La sesta traccia è “All Is Lost”: canzone meno banale delle altre, dal ritmo più coinvolgente. L’ascoltatore si ritrova coinvolto nella musica ma per breve tempo: il brano non è eccezionale anche se ci sono pochi, sporadici momenti dove si sente un po' di novità. La lunghezza è un po’ eccessiva per un brano del genere.

La Settima traccia è “Give Me a Reason”: canzone di classico thrash anni 90 con riff ripetitivi e già sentiti, il death metal è oscurato a favore degli elementi thrash, senza grinta nè rabbia, rendendola simile alle canzoni che passano in radio talmente sembra “commerciale”.

La penultima traccia è “Let There Be Darkness”: canzone che parte con un po' di personalità, ma che purtroppo dura poco, ricadendo ancora in riffs che sanno di già sentito buttando via quel poco di personalità che avevano raggiunto.

L’album si chiude con “Legacy of Pain”: canzone con un intro molto lunga potente ma scontata, in alcuni tratti l’ascoltatore non è più interessato a quello che sta ascoltando, perché lo trova uguale e senza grinta, cioè e banale ci sono dei momenti e delle sfumature che rendono il brano una brutta copia di una canzone death/thrash, ci sono alcuni momento con delle sfuriate ma restano momenti e episodi isolati.

 

Album poco piacevole, ricco di momenti banali e che cade nei soliti riff sentiti milioni di volte anche da band molto più famose, mediocre in tutto: dalla produzione, ai testi, al sound writing veramente pessimo. Ci sono alcuni momenti durante l’album in cui hanno provato a fare un qualcosa di personale, ma hanno avuto paura di esporsi, scegliendo di cadere ancora in riff più famosi senza impegnarsi in qualcosa di nuovo. Alcune tracce hanno un minutaggio troppo lungo, scelta che fa rimanere perplesso chi recensisce. La registrazione è troppo pulita per un album del genere, sarebbe stato meglio un sound più sporco ed amatoriale. Consigliato solo a chi ascolta il genere da poco.

45/100