24 GIUGNO 2019

 Recensione a cura di

Enzo Prenotto

 

 

Nati nel 2013, i greci Lightfold arrivano alla seconda tappa del loro viaggio con il qui presente Deathwalkers che si discosta dal debutto per il fatto che inizia un concept che dovrebbe protrarsi anche per gli album successivi. Il quartetto ellenico in questo disco si avvale anche della collaborazione di un coro femminile a tre voci che appaiono in alcune tracce.

Andando alla sostanza il genere musicale proposto è un power/prog metal seppure la componente power (si parla di power europeo derivato dagli anni 90’ ovviamente) non è così marcata se non in qualche coro o leggera e sporadica accelerata.

 

Tralasciando “Death as a Beginning” e “At the Gates of Heaven” che rappresentano intro e outro (entrambe dall’anima cinematografico/epica) il metro per misurare la qualità delle canzoni può essere tranquillamente il secondo brano “Save Me”. Di base ci si trova al cospetto di un metal melodico molto tecnico (associabile quindi al prog metal ma solo in minima parte) con un utilizzo massiccio di cori sinfonici, assolo neo classici da shredder (seppure non così banali) e delle vocals che vorrebbero essere epiche senza esserlo. I problemi infatti partono dalla voce, insipida e poco colorita che difficilmente riesce a convincere e sui ritornelli perde tragicamente la partita sia per la non espressività che per la scarsa bravura nel crearli.

Ma il peggio è proprio la scrittura che alla fine dei conti è davvero scialba e ripetitiva come nelle piatte “Behind the Veil”, “Beyond the Unknown” o le statiche “Demon Upon Me” e “Deception”, tutti esempi di brani con lo stesso schema sia nelle ritmiche che nelle linee melodiche.

 

Qualche tentativo di uscire dai paletti c’è come l’hard rock della fiacca “She Has to Know” o “Deathwalkers (Julia)” che ricorda i primi Dream Theater ma con dei synth troppo plasticosi.

Manca sempre comunque la scintilla ed una buona tecnica non è per nulla sufficiente per emergere. La ballad “Angel of the Earth” con una voce femminile come ospite vorrebbe essere a tinte gotiche ma viene rovinata da delle bordate metalliche totalmente fuori luogo. Non va meglio con “The Battle” che tenta maldestramente di virare verso il metal estremo senza riuscirci ed inserendo al suo interno delle scream vocals davvero orribili. L’unica traccia che risulta interessante è “The Collector” che porta sul groppone lo spettro dei Fates Warning e grazie ai suoi giochi ritmici ed a tocchi strumentali variegati porta una certa dinamicità nel sound della band se non fosse che il brano è troppo allungato facendo perdere di efficacia le buone intenzioni iniziali.

 

Purtroppo questa prima parte del concept non ingrana e non lascia nulla finito l’ascolto se non qualche leggero eco. Bisogna lavorare duramente sulla composizione e sull’espressività della voce perché è davvero tosta arrivare fino in fondo all’album senza sbadigliare.

 

Voto 60/100