12 GIUGNO 2019

 Recensione a cura di

Dario Carneletto

 

Finlandia, la terra dei laghi e delle foreste che ricoprono l’86% del territorio (fonte Wikipedia). Clima mediamente freddo e con lunghi momenti di scarsa luminosità. Tutti aspetti corroboranti l’atteggiamento meditativo. 

Se a tutto ciò si aggiunge che la capatina al bar alla ricerca della civiltà spesso risulta essere un viaggio lungo, o peggio a vuoto, dato il fatto che risulta essere il paese con la più bassa densità demografica nell’Unione Europea, le alternative per ammazzare il tempo (anziché se stessi, considerato pure il tasso di suicidi per arma da fuoco) sono limitate: tagliare legna, riflettere avvolti dalla magniloquenza ed immensità della natura…oppure suonare metal! Proprio da tale contesto emergono i Lucidity, giunti con questo “Oceanum” al secondo album in studio. E va detto subito che tale lavoro, edito dalla label indipendente Inverse Records, si presenta come un connubio delle due ultime alternative succitate, in quanto molto metal e molto etereo. La band, composta da Martti Pohjosaho – chitarra/ voce, Jari Kinnunen – chitarra, Sami Ahmaoja – basso e Pekka Parantainen – batteria, risulta attiva dal 2004 e, dopo aver dato alle stampe una serie di demos tra il 2005 ed il 2009, arriva nel 2015 al traguardo del primo album completo in studio, intitolato “The Oblivion Circle”, lavoro che ne delinea definitivamente i connotati stilistici. 

La matrice è Melodic Death Metal, alla quale si aggiunge nel tempo una spiccata componente progressive, con qualche velo di modernità, riscontrabile soprattutto nei riff di chitarra. Tutte caratteristiche che vengono esaltate nel secondo album, oggetto della presente recensione.

‘Melancolia’ è il termine che forse maggiormente rappresenta il lavoro: esso è pregno di oscurità e lamento, anche testuale, mentre di tanto in tanto si palesa una forma di apertura e speranza, che però è mera illusione.

Una dicotomia continua tra claustrofobia e spazialità più luminosa, perfettamente rappresentata nel pezzo intitolato “Scotoma”, dove il basso sorregge l’arpeggio acustico e la partitura cantata, in un inizio che vede prevalere la prima sensazione ed un ritornello che apre alla speranza.

Melodia ed arpeggi acustici sono una soluzione che ritorna spesso: talvolta usata in apertura di pezzi come “What if it Hurts”, semi ballad dal taglio moderno, sfaccettata nei suoi continui cambi di tempo e arricchita da una lunga parte strumentale e da un finale di Sax memorabile, o ”Just a Name” col suo incedere pulito nelle vocals, acustico e malinconico, con una sensazione costante di sfogo violento in arrivo e che invece non si palesa, lasciando spazio a solos di ottimo gusto e a cori di voci femminili che non ti aspetti; o ancora della centrale “Borders of then and Now”, pezzo lungo e strutturato, dove le parti di chitarra richiamano alla mente certi Nevermore, in un contesto però da quest’ultimi assai lontano.

Altre volte invece, la parte acustica arriva a dare respiro dopo attacchi death di doppia cassa e growl catacombale, come in “Unveiled”, song che esalta il significato di “multiforme”, dopo essere partita da un riff al limite del metalcore. Concetto che si ripete anche in “The Hope in Severance”, che inizia ipnotica con un riff heavy metal nuovo millenio, con il cantato growl ed il basso che, dopo un paio di minuti, introduce una parte quasi interrogativa, quasi a chiedersi se sia ancora lo stesso pezzo!

Le linee vocali sono un continuo alternarsi tra pulito e partiture tipicamente death metal, sempre ben amalgamate in un contesto musicale che si muove su lidi cari ai primi Anathema, Amorphis, Opeth e Paradise Lost. Se volessimo ricercare i fattori che potrebbero metter in difficoltà l’ascoltatore, al netto dei gusti personali sul cantato (chi disdegna il growl nel contesto Melodic Death Doom avrà di che lamentarsi approcciandosi all’album), essi sarebbero ricondotti probabilmente alla mole del lavoro nella sua visione d’insieme. Se infatti, presi singolarmente, i pezzi non annoiano per varietà, né per eccessiva durata (compresa tra i 5 ed i 9 minuti, assolutamente accettabile per i canoni del genere proposto), unendoli l’un l’altro e guardando al lavoro in quanto corpo unico, potrebbero assumere la forma del cinghiale nella pubblicità dell’effervescente Brioschi. In definitiva, data la qualità tecnico/ compositiva palesata per tutto il minutaggio di “Oceanum”, siamo propensi a credere che chi è avvezzo a certe sonorità ed apprezza i gruppi di riferimento citati poc’anzi, non disdegnando incursioni di modernità  (Mastodon, Nevermore) e stacchi progressivi, avrà di che godere tra le righe del lavoro del quartetto finlandese. Per tutti gli altri soggetti, la casa consiglia astensione, dedizione a cause meno riflessive o maggiormente dirette e, soprattutto, largo uso del prodotto granulare di cui sopra, bevanda dissetante e ancora di salvezza contro il mare di acidità che sarebbe causata dall’ascolto prolungato. 

 

75/100