19 FEBBRAIO 2020

Recensione a cura di

Claudio Causio

 

Siamo nel 2006. Una manciata di ragazzi finlandesi, appassionati di musica e di metal in particolare, fonda quella che nella nostra penisola chiameremmo “band del liceo”, sulle orme dei loro idoli come gli Helloween o (ancor più) gli Stratovarius. Decidono di chiamarsi Nibiru Ordeal e tra lo stesso 2006 e il 2015 compongono una decina di pezzi, alcuni dei quali pubblicati a scaglioni: nel 2015 lanciano un EP dal titolo Spacebeast; due anni dopo, una traccia contenuta in questo disco, Sardust, esce come singolo e nello stesso anno Gone With The Wind, inedita, vede la luce. Trascorreranno altri due anni prima che i cinque finlandesi rilasceranno nuovo materiale: anche questa volta si tratta di una traccia singola, Demons & Angels, che però, accompagnata da un video musicale, anticipa l’uscita di Solar Eclipse, disco composto da dodici pezzi che raccoglie questi dieci anni di storia. 

Gli ottanta minuti di Solar Eclipse sono spalmati su diversi riferimenti astronomici (non a caso il nome della band fa riferimento ad un mitico pianeta della “tradizione” sumera), che fanno il paio al sound futuristico dei synth. Il tutto è contornato da chitarre potenti e batteria e basso martellanti, che lasciano poco spazio a rallentamenti, su cui si impone una voce sempre protagonista che strizza l’occhio agli amanti dei Sonata Arctica. In effetti, le somiglianze con il gruppo power guidato da Tony Kakko non si fermano alla voce, ma riguardano anche il sound stesso, che mischia l’influenza dei connazionali con quella del power teutonico. Resta sullo sfondo, invece, la corrente italiana “epica”, da cui pure però i Nibiru Ordeal hanno attinto nel corso della loro storia ultradecennale, emergente soprattutto nei due pezzi finali, la cui durata sfiora in entrambi i casi i quindici minuti. L’album si apre con una intro per lo più strumentale, Predestined, che in pochi minuti lascia la scena a Gone With The Wind. Già da subito il quintetto finlandese mostra le proprie qualità, piazzando come prima traccia una delle migliori canzoni del repertorio: strofe e ritornelli altrettanto orecchiabili, scandite dalla voce di Andi Kravlijaca, melodica e pulita, in grado di raggiungere note elevatissime e di sporcarsi dove dovuto, senza mai esagerare. Il sottofondo strumentale è sempre martellante ma mai pesante, nel più classico stile power. Sul finale Andi lascia spazio a chitarra e tastiera (rispettivamente Mirko Byman e Pekka Laitinen) che si destreggiano in virtuosi assoli, dopo i quali è nuovamente il cantante a prendersi la scena per un intermezzo rallentato, utile a lanciare il potentissimo finale. Come già detto, Gone With The Wind risulterà una delle migliori canzoni del disco, forse la migliore in quanto ad orecchiabilità e piacevolezza. Presto, però, lascia il campo alla già citata Spacebeast, che anche segue le orme dei Sonata Arctica nelle sue strofe cupe e ritmate. La canzone è in continuo crescendo, accompagnata qua e là da potenti blast beat, fino all’intermezzo in cui la voce di Andi lascia spazio ad un coro accompagnato da una batteria che si impone sulla sezione strumentale. 

Degna di nota è anche la successiva Icon 21. I ritmi frenetici non accennano a placarsi, mentre prendono piede i suoni futuristici di cui si parlava sopra, accompagnati qua e là da una timida sezione orchestrale. Anche Icon 21 non manca di orecchiabilità, sicuramente più catchy della precedente, sebbene non sia ad essa inferiore in quanto a sonorità cupe e ritmi martellanti. Questa è l’eredità che la quarta traccia lascia a Demons & Angels, brano su cui la band ha puntato molto facendone la colonna sonora di un videoclip. Pezzo particolarmente accattivante, che permette alla band di mostrare le abilità di ciascuno lanciando ancora una volta tastiera e chitarra in lunghi e virtuosi assoli, laddove invece batteria e basso si destreggiano tra le ritmiche attraverso rallentamenti e accelerazioni che danno particolare movimento al brano, e si ritagliano qua e là momenti di gloria. La prima e significativa parte del lavoro termina con una ballad quale Namida’s Tear. Le chitarre distorte lasciano campo ad arpeggi puliti, i synth alle orchestrazioni, mentre la batteria concede una tregua all’orecchio dell’ascoltatore, che può ora godere di un attimo struggente, scandito dagli accordi lunghi e dalla pulita e altissima (forse sul finale eccessivamente) voce di Andi. 

Per quanto riguarda la seconda parte poco hanno da aggiungere le successive Manual To Life, Stardust e Civilization, per cui ci si sposterà sul trittico finale, composto dalla breve strumentale Before The Eclipse (in cui dominano atmosfere cupe, chitarra e tastiere), Vortex of The Dead Galaxies e, infine, Solar Eclipse, brano più lungo del disco. 

La prima delle due vede un mix di tutto ciò che è stato possibile ascoltare nell’album, intersecando in maniera altalenante momenti più potenti a sezioni più calme e tranquille. L'ultimo brano, la title track, parte in maniera prepotente, ma ha poco da aggiungere musicalmente al resto del disco, configurandosi come simile alle canzoni precedenti, semplicemente più lunga. 

Insomma, in conclusione, si può dire che i cinque finlandesi ci sanno fare, avendo tirato su un ottimo disco d’esordio, seppur risulti difficile parlare di “esordio” per un lavoro che vede le sue radici affondare nel lontano 2006. L'unica pecca è che le dodici tracce risuonano fin troppo delle ispirazioni citate, fra tutti gli Stratovarius, ma anche gli Helloween dell’era-Kiske o i Sonata Arctica. Solar Eclipse manca di originalità, nonostante comunque l’orecchiabilità lo renda un album accattivante. Le abilità e la tecnica dei Nibiru Ordeal risultano espresse in maniera parziale, poiché troppo al servizio dell’emulazione. Nonostante ciò, l’album è godibile e piacevole, non adatto a chi ricerca originalità, ma perfetto per chi vuole bearsi di sano power metal vecchio stile. Con un pizzico di personalità in più il gruppo può sicuramente dire la sua in maniera decisiva. 

 

72/100