28 - 05 - 19

EDOARDO GOI

Parlare del debutto discografico del quartetto svedese originario di Örebro, intitolato DJUPETS KALL e pubblicato nel corso di questo 2019 dall'etichetta russa Endless Winter, è allo stesso tempo semplice e complicato;

se infatti la musica degli ORO (fondati nel 2014 e composti da Sebastian Andersson, Sebastian Conde, Petter Nilsson e Jhon Stöök) è abbastanza facilmente inseribile nel filone post-sludge generato e istituzionalizzato da band come Neurosis, Cult Of Luna e Isis, è altresì vero che al suo interno si possono riscontrare svariati elementi (dal post-black metal al doom) in grado di renderla più di una mera copia di quanto proposto dai nomi storici del genere.

 

La band si dichiara ispirata, nel dare forma alla propria visione artistica, dalla maestosa natura che circonda la sua città natale, dominata dalle montagne della catena montuosa Kilsbergen e caratterizzata quindi da estese, impenetrabili foreste e da imponenti rilievi montuosi, e la spiccata evocatività visiva generata dai brani sembrerebbe corroborare senza dubbio questa effermazione.

 

Basta infatti far partire la opener JÄRTEKEN, con i suoi rimandi ai Neurosis più oscuri e viscerali (quelli di album come Given To The Rising, per capirci) e i suoi fraseggi melodici dilatati e avvolgenti in odore di post-black metal quanto di shoe-gaze, per ritrovarsi immediatamente catapultati in un paesaggio sonoro maestoso quanto tenebroso, guidati da una voce abrasiva che le asperità del cantato in lingua madre (una costante per tutto l'album) rendono ancora più tetra ed evocativa.

 

Il tempo è lento, per quanto non eccessivamente pachidermico, e la band si dimostra perfettamente consapevole dei propri mezzi, donando al brano un'ottima dinamica, oltre che una presa emotiva indiscutibile, anche grazie all'uso, come da “copione”, di passaggi puliti dal tono fortemente introspettivo in grado di donare alla composizione uno sviluppo più sfaccettato e interessante.

 

E' un riff soffocante e oppressivo, non lontano dai Celtic Frost di Monotheist (e quindi, giocoforza, dai frangenti più cupi e implacabili dei Triptycon, che di quei Celtic Frost sono la naturale evoluzione), a spalancarci le porte della successiva DOMEN, e ancora una volta non possiamo non rimarcare come l'influenza dei Neurosis, in questo caso a livello di impostazione vocale, sia stata fondamentale per lo sviluppo stilistico della band, tale è la somiglianza, sia timbrica che nel modo di sviluppare le linee vocali, col lavoro svolto da Scott Kelly in seno alla seminale formazione statunitense.

 

A far da contraltare al senso di schiacciamento dato dal riff portante del brano, la band è abile nell'inserire porzioni più ariose e malinconiche che ricordano, di volta in volta, il black contaminato degli ultimi Enslaved tanto quanto le deviazioni post-black dei Negura Bunget meno folk, il tutto perfettamente amalgamato per dare vita a un brano che colpisce per atmosfera e costruzione sonora, oltre che per impatto emotivo;

 

aspetto in cui la band si dimostra ancora una volta particolarmente abile, grazie a un lavoro certosino ed efficacissimo dal punto di vista melodico e dinamico.

 

Sono un basso slabbrato e vagamente distorto e chitarre pulite dai toni quasi psichedelici ad introdurci al brano successivo, intitolato ENAS I SKAM e caratterizzato da un approccio decisamente monolitico e annichilente rispetto al precedente.

 

Il gioco di “vuoti” e “pieni” è infatti qui molto più spiccato, e consente alla band di raggiungere il suo fine artistico senza dover per forza usare la via dell'annichilimento sensoriale a tutti i costi, dimostrando così di avere parecchie frecce al proprio arco dal punto di vista sia compositivo che espressivo.

 

Il brano, infatti, si rivela come uno dei più dinamici e riusciti dell'intero lotto proprio grazie alla varietà di soluzioni messa in campo dai nostri, senza che peraltro questo vada mai a intaccare la tensione emotiva costante che fa da trait-d'union fra tutti i pezzi dell'album, il tutto suggellato da un refrain tanto penetrante quanto azzeccato.

 

E' un atmosfera brumosa e dilatata ad accoglierci nella successiva ENSAMHETEN, composizione dalla durata corposa (si va sopra gli otto minuti, in questo caso) dominata da sentori notturni e introspettivi, nonché spiccatamente malinconici, che non perde questi connotati nemmeno quando la band decide di giocare nuovamente la carta di uno sludge ruvido e opprimente, stemperato qua e la da frangenti più vicini a un più classico heavy-doom magistralmente innervato di sentori post-rock.

 

Nonostante la durata e le asperità tipiche del genere di riferimento, la composizione scorre fluida e snella, per nulla pesante all'ascolto e, anzi, molto interessante ed emotivamente densa nel suo dipanarsi attraverso le situazioni sonore messe in campo dalla band.

 

Un brano davvero splendido.

 

La successiva TUSEN KROPPAR condivide con la precedente composizione, oltre che il minutaggio quasi identico, anche il medesimo sviluppo in crescendo, nonché la varietà di soluzioni elergita dalla band, benché l'atmosfera dei due brani si riveli, per contro, sostanzialmente diversa, con quest'ultima traccia contrassegnata inizialmente da fraseggi non lontani dal folk acustico (nell'accezione “americaneggiante” del termine) e poi irrobustita da bordate elettriche debordanti e impietose, laddove nel precedente brano la band aveva preferito un approccio più atmosferico anche nei frangenti più pesanti.

 

Non mancano nemmeno qui le porzioni più ariose ed evocative, ma il senso di oppressione e smarrimento generali del brano non ne risulta in alcun modo intaccato.

 

Si sfiorano gli otto minuti anche con la successiva title track DJUPETS KALL, aperta da fraseggi di chitarra puliti tanto intimistici quanto cupamente psichedelici, ottimamente chiamati ad introdurre un brano dal costrutto linearmente doom, contrassegnato da un riffing molto melodico e penetrante all'altezza della strofa, mentre il successivo sviluppo del pezzo è marchiato a fuoco da esplosioni sludge e aperture post come sempre di grande impatto, per un brano che fa della presa emotiva il suo punto focale, pur senza disdegnare momenti di maggior varietà dinamica, nei quali la band dimostra nuovamente tutta la sua maestria in materia.

 

L'album si conclude sulle note dell'altrettanto lunga ÖTAG AV GLAS, brano il cui riffing, almeno inizialmente, presenta quasi inedite (per il sound del gruppo) influenze della scuola doom britannica degli anni 90, nonché rimandi ad alcune cose dei conterranei Katatonia, il tutto miscelato col classico modo moderno e obliquo di intendere atmosfera e melodia dei nostri, per una composizione dai risvolti quasi sorprendenti, benché perfettamente inserita all'interno del contesto sonoro dell'album, grazie alla capacità della band di marchiare a fuoco con la propria personalità anche le composizioni più variegate, per influenze espresse e soluzioni adottate.

 

Il brano risulta così fresco e vibrante all'orecchio dell'ascoltatore, e chiude nel migliore dei modi un album destinato a piacere non solo ai fan del post sludge-doom, ma anche a tutti quegli ascoltatori poco inclini alle barriere fra generi alla ricerca di musica impattante, ammaliante e introspettiva di qualità.

 

Davvero un ottimo lavoro, da ascoltare con grande attenzione.

 

Se volete musica per un ascolto distratto, cercate altrove.

 

VOTO: 85/100