28 GIUGNO 2019

Recensione a cura di Edoardo Goi 

 

A dispetto di numeri certamente non paragonabili a quelli delle grandi scene estreme europee, la scena black metal austriaca si è, per contro, distinta per la spiccata personalità e unicità della proposta palesate dai suoi acts di maggior pregio, nonché per una notevole varietà stilistica fra gli stessi;

basti infatti pensare al macello sonoro a base di black-death luciferino dei temibili Belphegor e paragonarlo alle melodie autunnali e uggiose degli Harakiri For The Sky, oppure alla solenne e abrasiva poesia notturna degli Abigor, o l'aristocratica alterigia degli Amestigon, e confrontarla con le oscure, epiche suite dei Summoning per rendersi conto dell'ampiezza di proposte che la suddetta scena è in grado di offrire.

Ad arricchire una scena già di per se piuttosto sostanziosa, ecco giungere i viennesi SANGUINARY TRANCE, solo project il cui mastermind desidera mantenere l'anonimato (le uniche generalità diffuse riguardo i musicisti presenti su questo ep sono quelle relative al batterista ospite, S. Spulak, e a Lanz, chitarrista già di Amestigon e Der Blutharsch, che si è occupato qui di alcune parti di chitarra solista, con nota a margine per la masterizzazione del lavoro, affidata a Kark dei celebri norvegesi Dodsengel) che, sebbene fondati nel lontano 2013, arrivano solo ora all'ep d'esordio (il presente WINE, SONG AND SACRIFICE) dopo quattro anni passati a cercare la propria personalità, sperimentando stili e soluzioni.

Va subito detto che il lungo tempo speso a cercare una propria via alla celebrazione della Nera Fiamma non è stato tempo sprecato, e i Sanguinary Trance ci consegnano fra le mani un ep che, se da un lato non sconvolge dal punto di vista stilistico, trovando i suoi riferimenti più evidenti nel sound classico della seconda ondata del black metal, e quindi tipicamente anni 90, dall'altro evidenzia il tentativo fatto dal mastermind del progetto di trovare una propria “voce” all'interno di tale sound, con risultati senza dubbio meritevoli di attenzione.

Ad aprire l'ep troviamo la lunga title track, WINE, SONG AND SACRIFICE, e da subito ci è evidente come il riferimento al tipico sound anni 90 non si limiti alla senplice influenza artistica;

il suono è infatti denso, brumoso e dissonante, tanto grezzo quanto affascinante, e rifugge nel modo più assoluto la pulizia formale cui molte moderne produzioni ci hanno abituato.

L'apertura del brano ha un afflato epico dai contorni medioevaleggianti, fra melodie arcaiche, chitarre abrasive e cupe percussioni, che non può non richiamarci alla mente l'operato dei già citati Summoning (quelli più black e grezzi), mentre il successivo dipanarsi del brano è caratterizzato da un black metal piuttosto sostenuto e incalzante (benché non manchino le opportune variazioni di tempo e intensità fondamentali per donare profondità e dinamismo a un brano di tale durata) debitore tanto della scena norvegese dei primi anni 90 (Emperor su tutti) quanto della grande scena del black metal melodico svedese dei medesimi anni, con particolare riferimento a band come Dawn e primi Dissection, nonostante ai nostri manchi quasi completamente l'influsso di soluzioni vicine al metal classico che invece caratterizzavano detti acts.

Il risultato è un brano accattivante, avvolgente e gelido al punto giusto, con punte di sensazioni notturne che richiamano alla mente i conterranei Abigor del periodo Nachthymnen e calibrati spunti solisti di chitarra in grado di donare al brano quel qualcosa in più dal punto di vista atmosferico, mentre adattissimo risulta lo screaming feroce del mastermind del progetto, il tutto unito a creare un quadro oscuro ed epico di grande impatto.

Davvero un ottimo brano.

Il secondo pezzo, dalla durata decisamente più contenuta, si intitola CARVINGS e si contraddistingue per un approccio decisamente meno epico e più feroce rispetto al precedente, benché una sottile vena di oscura epicità sembri comunque far parte del d.n.a. del progetto, sicché ogni sua espressione artistica ne risulta in qualche modo impregnata.

Il pezzo, sempre pervaso da sentori tipicamente anni 90, risulta di grande impatto, e non rifugge nemmeno svisate più personali caratterizzate da fraseggi più dissonanti e atmosfere più trasversali in grado di richiamare alla mente alcune cose dei Limbonic Art e dei Thorns che furono.

È presente altresì un tono di aristocratico distacco che, a conti fatti, risulta una caratteristica abbastanza comune fra le band della scena austriaca (soprattutto fra quelle dall'approccio più notturno ed elitario, come Abigor e Amestigon) e dona al tutto un tocco ancora più accattivante, per un brano capace di far coesistere tradizione e personalità in modo decisamente riuscito.

Un brano gelido, spietato ma, a suo modo, elegante.

A chiudere questo ep troviamo le inquietanti, oscure, dissonanze della splendida THE DIONYSOS WHIP, con lo spettro dei Thorns di Snorre W. Ruch ad aleggiare sull'intero brano, benché la personalità dei Sanguinary Trance non arretri nemmeno di un passo lungo l'intero dipanarsi della composizione.

Si tratta di un brano sperimentale, interamente strumentale, dai connotati tanto abissali quanto siderali, in grado di arricchire lo spettro sonoro dei nostri con un caleidoscopio di spunti sonori cangianti e quantomai vari, e conclude in modo decisamente interessante e deviato un ep senza dubbio molto riuscito, interamente vissuto in bilico fra tradizione e calibrata sperimentazione, che potrà trovare estimatori fra quegli ascoltatori maggiormente avvezzi alle sonorità più classiche del genere ma che pretendono dagli artisti un approccio il più possibile personale alla materia.

Promossi su tutta la linea.

Da tenere d'occhio in previsione di un lavoro sulla lunga distanza.

 

80/100