9 MAGGIO 2020

Recensione a cura di

Elisa Gasparinetti

 

"As the Ages Passing By..." è l'ultimo album dei greci di Kozani : "Sense of Fear", uscito e presentato nella primavera del 2018.  La band è attiva dal 1999 ed è composta rispettivamente da Ilias Kytidis alla voce, Glannis Kikis alla chitarra e cori, Themis Lakovidis alla chitarra ,Dimitris Gkatziaris al basso e Markos Kikis alla batteria.

Il genere proposto è metal con forti note  Power e qualche accenno di thrash, così come si definiscono i nostri ed in linea con le influenze e le radici stesse del progetto.

Apre le danze "Molten Core", e subito vengo colpita positivamente dalla perfezione stilistica, l'ottima registrazione e i suoni amalgamati molto bene in una vera bomba di energia. La seconda traccia, "Slaughter of Innocence", è molto heavy e molto classica nel genere ma forse un po' troppo, pecca infatti leggermente di originalità ma si fa perdonare con l'esecuzione molto curata. Con "Black Hole", la band ci regala una canzone dall'atmosfera più spettrale quasi come fosse una favola oscura o il preludio di una tempesta annunciata. La quarta traccia, "Angel of Steel", è molto gradevole all'ascolto con una linea scorrevole ed è decisamente  molto marcato lo stile che i nostri vogliono omaggiare. Ed eccoci ora all'immancabile ballad "Song of Nightingale". E devo dire che è una bellissima ballad, con le sue note malinconiche e le atmosfere fiabesche in cui vengo trasportata mentre la ascolto sul mio terrazzo. Segue "Torture of Mind", che rispetto alle precedenti è più grezza e ruvida, e decisamente più arrabbiata. "Lord of the World" è una canzone schietta e decisa, una vera cavalcata veloce che si conclude con una risata isterica,sfumata all'ultimo secondo, presentando una più riflessiva e melodica (e decisamente più dilungata in ogni sua sezione) "Unbreached Walls". Chiude l'opera "Sense of Fear", in modo molto celebrativo. Parliamo infatti di una canzone articolata e molto ricca di variazioni e di passaggi ben amalgamati, eseguita con una precisione stilistica davvero impressionante. Nell'insieme delle varie tracce spicca la passione ed il molto tempo che la band ha dedicato a concepire e portare alla luce l'intera opera.

Non ci sono molte parole per descrivere ulteriormente un album di spessore come  As the Ages Passing By... che sicuramente sarà apprezzato da tutto il pubblico amante del genere Power Metal, ma che mi sento di consigliare a tutti i palati fini alla ricerca delle varie chicche nascoste nel vasto panorama del rock/metal in tutte le sue sfumature.

 

90/100


25 MARZO 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Fondati nella città di Kozani, in Grecia, nel 1998 col nome di Holy Prophecy e una line-up composta da Giannis Kikis (chitarra e voce), Markos Kikis (batteria) e Themis Iakovidis (chitarra), i SENSE OF FEAR adottano l'attuale moniker l'anno successivo, con l'entrata in formazione di Lazos Kostas, per poi trovare stabilità nella line up con l'ingresso del nuovo vocalist Ylias Kitidis nel 2013 che, insieme al bassista Dimitris Gkatziaris, vanno a completare il novero dei musicisti accreditati per la registrazione di questo loro album di debutto, intitolato AS THE AGES PASSING BY … e pubblicato dalla labal italiana Rockshots Records. Influenzati da ampio range di band, che vanno dai Pantera, agli Iron Maiden, ai conterranei Rotting Christ, i Sense Of Fear cercano, con la loro musica, di coniugare potenza, tecnica e melodia, dando vita a un ibrido che prende tanto dal power metal americano quanto da quello europeo, imbastardendolo col thrash oscuro dei primi Nevermore e con le scorie power-thrash dai toni apocalittici dei migliori Iced Earth. Aiutati da un sound potente e al contempo cristallino, frutto del lavoro svolto presso i Valve Studios in Grecia (per quanto riguarda la registrazione) e presso i Music Factory And Prophecy in Germania (per quanto riguarda mixaggio e masterizzazione) , con la produzione affidata a R.D. Liapakis (noto ai più per la sua militanza negli storici power-speed metallers teutonici Mystic Prophecy), i nostri rompono subito gli indugi con la terremotante opener MOLTEN CORE, brano up tempo potente e ottimamente bilanciato fra old-school e spunti più moderni che sembra fin da subito voler certificare le poc'anzi esposte velleità artistiche della band con un pezzo capace di fondere in modo solido e convincente la scuola americana e quella europea del power metal più roccioso (Grave Digger, Running Wild e Rage su tutti), innervandole di melodie e fraseggi oscuri e penetranti che molto devono al post-thrash che impazzava nella seconda metà degli anni 90. Il brano scorre in modo molto efficace, grazie a una prestazione maiuscola di tutti gli elementi della band su cui spicca l'ugola al vetriolo di Ylias, convincente ibrido fra le voci di Peavy Wagner, Matthew Barlow e del Tim Owens più cupo, perfetta per far rendere al massimo le atmosfere plumbee e oppressive della band. Si prosegue con la cavalcata metallica di SLAUGHTER OF INNOCENCE, in cui l'influenza degli Iced Earth si fa preponderante, pur senza inficiare più di tanto la godibilità di un brano che non mancherà di far scuotere la testa di ogni true metaller all'ascolto. La band si dimostra molto capace nel fornire ai suoi pezzi la giusta dose di melodia, pur senza sforare mai nella melensaggine, mantenendo sempre alto il gradiente della potenza, e si dimostra altresì molto capace nel costruire i propri brani in modo sempre focalizzato e convincente, anche quando, come in questo caso, le strutture si fanno un po' più complesse e il minutaggio si fa importante ( parliamo, in questo caso, di una durata abbondantemente superiore ai sette minuti). Davvero un ottimo brano. Sono cupi arpeggi distorti ad aprire la successiva BLACK HOLE, mid tempo roccioso e cupo che ci rimanda tanto ai Sanctuary di Into The Mirror Black quanto ai Rage più oscuri e moderni. Ottima e teatrale la prova del vocalist, che però convince di più sulle parti più basse e ringhiose rispetto a quelle più alte e contorte. Molto trascinante si rivela l'accelerazione centrale (nuovamente in odore di Iced Earth), ottima variazione dinamica per un pezzo che, come il resto dell'album, trasuda metallo da ogni solco (cosa che, peraltro, non stupisce, visto l'amore che da sempre la Grecia nutre per le sonorità più cromate). E più cromata che mai risulta anche la successiva ANGEL OF STEEL, brano in cui l'anima più europea della band riprende il sopravvento sull'onda di un power metal monolitico (forse troppo) che sembra attualizzare la lezione dei Running Wild del periodo Black Hand Inn/The Rivalry innestandovi abbondanti dosi di power metal più moderno, per un mid/up-tempo forse un po' statico, nonostante l'ottimo lavoro lavoro solista delle chitarre, inficiato anche da un cantante che, a tratti, sembra perdere un po' il controllo della sua voce. Dopo una simile colata di metallo rovente, si tira un po' il fiato con la power-ballad THE SONG OF THE NIGHTINGALE, oscura ma non priva di un certo flavour romantico e carezzevole, ottimamente interpretata da un Ylias che si dimostra molto più a suo agio quando può dar sfogo alla sua vocalità più cupa e introspettiva rispetto a quando è chiamato a spingere troppo. Il brano scorre piacevolmente, nonostante una struttura piuttosto canonica, grazie al buon uso che la band sa fare di melodie e atmosfere, e si rivela il brano giusto al momento giusto, prima di sprofondare di nuovo nel gorgo metallico con la pesante TORTURE OF MIND, mid tempo che ci rimanda un po' agli Iced earth del periodo The Dark Saga/ Something Wicked, anche se l'atmosfera qui non raggiunge i picchi apocalittici (e nemmeno qualitativi, va detto) di quegli album, mantenendosi su standard meno plumbei e, soprattutto, senza riuscire a piazzare l'affondo decisivo capace di sollevare un brano comunque ben costruito dall'anonimato.

Le cose non migliorano con la breve e veloce LORD OF THE WORLD, brano in cui si affacciano le influenze più legate al thrash old school della band, sempre innestate su sonorità più attuali, che però non convince ne per impatto ne per incisività, mentre si fa decisamente più sul serio con la successiva UNBREACHED WALLS, a partire dal bellissimo riff d'apertura, per proseguire con l'ottimo riff armonizzato della strofa, veri punti di forza di un brano ammantato da un'avvincente atmosfera oscuramente epica elevata all'ennesima potenza da un lavoro di chitarre superbo sotto ogni punto di vista (solo parzialmente inficiato dalle lacune già riscontrate nel cantato in alcuni frangenti) che ci consegna un brano di solidissimo epic-power moderno e classico allo stesso tempo che risolleva decisamente le sorti dell'album. La band celebra quindi se stessa nell'oscura SENSE OF FEAR, guascona e auto-indulgente come si conviene a un brano del genere. Il pezzo si dipana fra riff 100% metal innestati su un portamento mid tempo molto trascinante e aperture melodiche e pulite decisamente più intime e malinconiche, quasi a voler rappresentare in musica le due anime della band, con risultati decisamente convincenti, anche quando la ferocia prende il sopravvento nella splendida cavalcata centrale.

Pezzo avvincente e decisamente riuscito.L'album si conclude con la lunga (quasi) title track AS THE AGES PASSING BY... TIME STILL RUNS AGAINST US, brano dalla durata superiore agli otto minuti in cui la band da sfoggio di tutto il suo bagaglio di influenze, palesando anche spunti che rimandano ai Manowar dell'ambizioso The Triumph Of Steel, come accde nella strofa, mentre il refrain rimanda senza dubbio al power metal europeo più classico, senza mai farsi mancare i sentori di power-thrash americano che sono parte fondamentale del sound dei nostri, come accade nella seconda parte del brano, in cui i riff tipicamente “Jon Schaffer style” già sentiti in altri brani dell'album prendono le redini del brano, portandolo su territori più oscuri e pesanti rispetto a quelli più epici della prima parte, senza peraltro intaccare minimamente la continuità atmosferica del pezzo, con l'epicità che torna a farla da padrona nella parte finale, al contempo trionfale e malinconica come ci si aspetterebbe da un brano con un titolo come questo, ottimo suggello a un album che vive di luci e ombre. A un inizio e una conclusione assolutamente ottime fa infatti da contraltare una parte centrale un po' più statica e meno convincente che, unita ad alcune pecche nella cura delle parti vocali, inficiano senza dubbio il giudizio finale su una band che dimostra di avere tutte le carte in regola per poter fare davvero benissimo, ma che deve ancora lavorare un po' sui dettagli per fare il definitivo salto di qualità e poter competere così ad armi pari con i top acts del suo mercato di riferimento. Da tenere assolutamente d'occhio. Per ora, promossi con riserva.

 

65/100