01 FEBBRAIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Siete alla ricerca di strutture complesse, arrangiamenti osati e profluvio di tecnica strumentale? Beh, a dispetto della copertina di questo VORTEX OF PERISHMENT, secondo album dei thrasher bulgari TERRAVORE, che farebbe presumere di trovarsi per le mani un album di thrash brutale, “ignorante” e senza fronzoli (caratteristiche che fanno comunque parte del bagaglio sonoro dei nostri), qui dentro troverete anche questo.

Il quartetto proveniente da Varna riesce, infatti, a far convivere la propria indole più brutalmente thrash/death (con riferimenti ai classici Sodom, Demolition Hammer, primi Sepultura e Sarcofago) con spunti più ricercati e partiture più intricate (il tutto senza mai perdere un'oncia di impatto, grazie alla propria interpretazione della lezione impartita da band come i “secondi” Kreator, gli Exodus e i Coroner meno cerebrali).

E' difficile non pensare proprio alla band di Mille Petrozza, nel periodo Extreme Aggression/ Coma Of Souls, ascoltando le armonie incrociate di chitarra che inaugurano l'opener POLTERGEIST, così come è impossibile non pensare ai Sodom più taglienti e agli Exodus più vitaminici quando il main riff del brano esplode dalle casse.

Furia cieca e ottime partiture strumentali convivono in questa lunga cavalcata thrash (la cui durata sfiora i sei minuti e mezzo e non sarà il brano più lungo della tracklist), che vede i quattro bulgari (Kalin Buchvarov al basso e voce, Ivan Lazarov e Boiko Nikolaev alle chitarre e cori e Trendafil Trendafilof alla batteria) inanellare uno dopo l'altro una sequenza ininterrotta di ottimi riff e passaggi solisti con una sicurezza e una personalità senza dubbio rimarchevoli, soprattutto se consideriamo la formazione piuttosto recente della band, nata nel 2015, e con all'attivo solo un altro album (l'altrettanto ottimo debutto “Unforeseen Consequences”, del 2017).

Aiutati da una produzione assolutamente azzeccata (realizzata presso i Playground Studios di Varna e curata dalla band stessa, col supporto di Todor Voynski e Atanas Machev), sufficientemente pulita e potente da valorizzare il lavoro di tutti i musicisti ma anche sufficientemente grezza e feroce da rendere al meglio l'indole selvaggia e in-your-face della proposta dei nostri, e pubblicati dall'etichetta italiana Punishment-18, i Terravore si dimostrano fin da subito assoluti padroni dei propri mezzi, mettendo ben presto sul piatto la loro capacità di sapersi districare ottimamente non solo su tempi veloci e partiture brutali, ma anche su composizioni meno incalzanti e più ragionate, come accade nella successiva VESPA CRABRO.

Ci troviamo, infatti, al cospetto di un mid-tempo incisivo e trascinante che ci ricorda, tanto nel riffing quanto nell'uso di linee vocali e contro-cori, gli Exodus più “teppisti”, mentre alcune dissonanze e aperture melodiche ci riportano alla mente i primi, meravigliosi, Infernal Majesty, con le loro atmosfere horror-thrash da antologia.

Non mancano nemmeno momenti più veloci e furiosi, come sempre graziati da un ottimo gusto in fatto di riffing e aperture soliste ma, nel complesso, è propria la solidità dimostrata in fase compositiva quella che colpisce di più, con la band che si dimostra pienamente capace di concepire canzoni di indiscusso senso compiuto, efficaci e godibilissime nonostante una complessità di fondo sempre piuttosto spiccata.

Non fa eccezione il terzo brano, la violentissima CARNAL BEAST, brano che riporta il minutaggio ben oltre i sei minuti e che vede la band sputare veleno e furia da ogni solco, osando anche riff vicini al death e sparuti blast-beat per donare ulteriore ferocia a una composizione decisamente osata in quanto a complessità e arrangiamenti (con alcuni spunti che rimandano addirittura ai primi Coroner) senza che per questo venga mai meno la natura brutale e scarnificante del pezzo.

Davvero un grande brano. E se la successiva RUPTURE non è che una breve strumentale dal riffing classicamente thrash (pezzo abbastanza incomprensibile, che suona più come un abbozzo di canzone regolare che come un pezzo concepito per essere una vera e propria strumentale), si torna a fare immediatamente sul serio con la carica incompromettibile della fucilata DECAPITATING LEAD, ideale crocevia fra la scuola del thrash americano più arrembante di scuola Exodus/Testament e quella del più caustico thrash di matrice tedesca (qui fanno capolino anche i Destruction più pesanti).

Si tratta di un brano in cui la band mette momentaneamente ( e parzialmente) da parte la propria ricercatezza strutturale per dare vita a un brano ferocissimo e decisamente diretto che non mancherà di mietere vittime in sede live e che, anche su supporto fonografico, non manca di garantire adrenalina ed headbanging a profusione.

Una gustosa mazzata tra capo e collo, come promesso dal titolo.

Non si scherza un cazzo nemmeno con la successiva ARMY OF RANCORS, brano che promette veleno e rabbia fin dal titolo, e che mantiene abbondantemente le promesse grazie a una composizione che, in una durata inferiore ai tre minuti, riesce a far convivere in modo estremamente convincente mid-tempo arrembanti, sfuriate death/thrash d'alta scuola, porzioni in blast beat e schizzate aperture soliste.

Le strutture si fanno nuovamente più osate e complesse con la successiva FATAL DESIRE , brano che sfonda nuovamente in scioltezza la barriera dei sei minuti di durata e che vede la band mettere sul piatto in modo più chiaro che mai le sue influenze death metal, grazie a un riffing che non può non richiamare alla mente quello dei Cannibal Corpse appena precedenti alla svolta “brutal” (quelli di album come Tomb Of The Mutilated ma, soprattutto, The Bleeding) che, unito all'onnipresente flavour thrash insito nella proposta dei nostri, da vita a un mid tempo quadrato, incisivo e ficcante che la band si dimostra bravissima ad arricchire con passaggi più incalzanti e feroci, confezionando così un brano molto interessante e dinamico, oltre che decisamente caratterizzato e caratterizzante.

Appare infatti chiaro e decisamente riuscito l'intento dei Terravore di non limitarsi ad assemblare una sequenza di brani furiosi e impattanti, ma di fornire all'ascoltatore un percorso sonoro il più possibile delineato e coerente, nonché dinamicamente intrigante

Ecco quindi giungere, a fare da contraltare a un brano più ragionato e pesante, un profluvio di furia cieca a titolo NUCLEAR DAWN, thrash/death song dall'altissimo gradiente distruttivo tanto nel riffing quanto nel comparto ritmico e vocale, che la band si dimostra maestra nell'arricchire di fraseggi atmosferici dal tono apocalittico (coerentemente con l'immaginario evocato dal titolo del brano), facendogli così fare lo step decisivo in grado di elevarla da “semplice” assalto sonoro a composizione completa a tutto tondo, il tutto senza dover rinunciare a un'oncia di ferocia.

Appagati da cotanta violenza, ci sentiamo più che mai bendisposti nell'affrontare l'ultimo e più impegnativo brano del lotto, la lunga e articolata JOURNEY TO THE END OF TIME , composizione di oltre otto minuti e mezzo di durata in cui la band convoglia tutte le sfumature del proprio sound per dare vita a un avvincente affresco death/thrash in cui tutte queste peculiarità sembrano essere spinte al limite della loro espressività, fra sfuriate furibonde, rallentamenti dal notevole peso specifico, aperture atmosferiche, riff indiavolati e vocals al vetriolo, il tutto innervato su strutture cangianti, a tratti molto complesse e a tratti decisamente dirette, per un risultato finale quantomai appagante e intrigante.

Il lavoro dei quattro musicisti è, qui più che in ogni altro brano del lotto, esaltato e messo in risalto, per quello che potrebbe essere considerato il biglietto da visita più completo degli attuali Terravore;

una band capace di accontentare tutti gli amanti del thrash estremo in cerca non solo di furia, ma anche di grandi brani, che in questo album troveranno di che gioire senza ritegno, grazie a un impatto sempre ai massimi livelli ma anche a una notevole longevità d'ascolto, grazie alla ricchezza di dettagli che solo ripetuti passaggi nello stereo sapranno rivelare completamente.

Non c'è che dire: nell'anno in cui i Sodom sono ritornati per riprendersi il trono del thrash metal più furibondo con il pazzesco “Genesis XIX”, tutti i thrashers più oltranzisti hanno un ulteriore motivo per gioire.

Promossi senza riserve.

 

80/100