13 LUGLIO 2021

Recensione a cura di

Daniele Blandino

 

Nei suoi dieci anni nella scena musicale Roy Waterford ha accumulato molti successi. Nei suoi primi giorni nella scena hip hop ha condiviso il palco con artisti come Mac Miller, Freddie Gibbs e Ghostface Killah. Più recentemente nella scena jam band ha suonato in diversi festival musicali e ha girato gli Stati Uniti per circa due anni. Dopo aver lasciato il tour, si è dedicato alla musica Reggae, scrivendo e registrando un album in tre mesi e firmando con un'etichetta indipendente a Cipro. Ora Roy è tornato alle sue radici musicali: l'heavy metal. Ispirato da band iconiche come Black Sabbath e Uncle Acid and The Deadbeats, Waterford ha creato il personaggio musicale di Watchman, ed è sotto questo titolo che pubblicherà il suo album di debutto, "Doom of Babylon". Watchman è l'idea del polistrumentista, produttore e ingegnere audio Roy Waterford. Traendo ispirazione da Black Sabbath, Electric Wizard, e Sleep tra gli altri, il suo album di debutto "Doom of Babylon" è un prodotto delle influenze rock bluesy e psichedeliche dell'artista incanalate in otto pesanti tracce doom metal. Discreto album di doom metal con tendenze al black, album particolare, già dall’artwork, l’ascoltatore non sa cosa aspettarsi. Il lavoro è composto da 8 brani e l’unico membro del progetto è Roy Waterford. La composizione si apre con “Behold A Pale Horse”: buona opening che trasporta l’ascoltatore nel mondo del doom dal quale viene coinvolto ed il ritmo lento e cadenzato lo trasporta in un viaggio, la voce è quasi metallica ed impercettibile, brano molto atmosferico, l’ascoltatore viene avvolto da questo ritmo lento e da esso si fa trascinare. L’artista personalizza in maniera molto delicata il brano inserendo nella canzone un tocco di black e di stoner che non dispiace; una grossa peculiarità di questo brano è l'uso eccessivo del distorsore che, forse, dopo un po’ stanca, la lunghezza del brano ed i volumi eccessivamente alti portano l’ascoltatore a distrarsi. Si continua con “Bowls Of Wrath”: brano sulla falsariga del precedente, la musica è meno distorta, la voce meno robotica, molto più vicino al genere classico del doom riesce a coinvolgere positivamente il pubblico, brano molto più ispirato e ragionato. L’utilizzo del barro è ben messo e sistemato in punti strategici in modo da non distrarre la mente, nonostante la durata, dal viaggio appena iniziato. Terza traccia è la title track “Doom Of Babylon”: brano appena sufficiente, poco coinvolgente ed a mio avviso poco ispirato, essendo la title track, chi ascolta si aspetterebbe qualcosa di meglio, nel finale il brano potrebbe essere abbastanza gradevole, ma la similitudine alla traccia precedente lo rendono piuttosto noioso e monotono, sembra quasi una fotocopia di alcuni riff precedenti. Quarta traccia “The Second Death”: brano ben ispirato e coinvolgente, l’artista riesce a personalizzarlo in modo da renderlo quasi piacevole, l’uso eccessivo delle linee di basso vengono addolcite con le armoniche, ma ciò non basta e rendere la canzone troppo simile alle precedenti. La seconda parte dell’intero lavoro inizia con la quinta traccia: “Wormwood”, questo nuovo inizio non dispiace, è abbastanza coinvolgente e ben ispirato, capace di riportare all’ascoltatore l’attenzione sull’atmosfera che l’autore sta tessendo, i riff ripetitivi ed opprimenti rendono il sound molto più atmosferico e la voce si sposa bene con il sound quasi ambient, il brano è apprezzabile  anche per l’esecuzione.  Sesta traccia “Come And See”: brano insufficiente, poco ispirato ed altrettanto coinvolgente, quelle poche arie positive espresse in alcune tracce precedenti scompaiono, pur mettendoci buona volontà l’autore non riesce ad esprimere un coinvolgimento accettabile. Il doom lascia spazio allo stoner, ma non mi pare si riescano a mescolare bene i due generi; le atmosfere vengono del tutto abbandonate, la perplessità regna sovrana! Settima traccia “Blood, Fire And Pillars Of Smoke”: brano ripetitivo e, come il precedente, molto distaccato; giudizio uguale al precedente. Anche per ciò che concerne la canzone di chiusura: “Pestilence” . Questa rispecchia quanto espresso nelle tracce precedenti. Anche la linea di basso è senza mordente,inoltre anche la durata del brano (a mio parere eccessiva!) non contribuisce a ridurre la perplessità e la noia. Album insufficiente con poche idee e monotono, ogni brano sembra fondamentalmente la fotocopia di quello precedente. Ascoltando questo lavoro si prova la stessa sensazione di correre una maratona senza punti di riferimento. Probabilmente gli amanti di questo genero lo potrebbero apprezzare un po’ di più, comunque anche in questo caso è apprezzabile l’impegno che l’autore ci mette, ovviamente deve migliorare molto, ma l’impegno potrebbe premiarlo in futuro. 

 

50/100