20 MARZO 2021

Recensione a cura di

Alessia Pierpaoli

 

I Wings of Destiny sono un gruppo musicale power metal fondatosi nel 2013 in Costa Rica. Chiamatisi all’inizio soltanto “Destiny”, a causa di un’omonimia con un altro gruppo hanno dovuto cambiare nome in Wings of Destiny (anche abbreviato WOD) nel 2014. Ispirati dai pionieri del genere come Helloween, Rhapsody of Fire, Angra e Symphony X hanno presto lavorato per sviluppare uno stile che li rendesse unici e riconoscibili, raccogliendo consensi da tutte le parti del mondo. La loro discografia è composta dal disco di debutto “Time” (uscito in maniera indipendente, poi riproposto con l’etichetta tedesca Powerprog) il secodno lavoro “Kings of Terror”, il mini album “Butterlfy Effect”, “Revelations” uscito nel 2019 e quest’ultimo lavoro in carriera, “Ballads”, di cui parleremo oggi. Tutti i loro album si pregiano di numerose collaborazioni con volti noti della scena power e non come i nostrani Roberto Tiranti e Fabio Lione e questo “Ballads” non fa eccezioni, come vedremo poc’anzi. Già dalla prima canzone, “Live Again”, vediamo tra i guest Marco Garau e Ivan Giannini, rispettivamente batterista e cantante dei Derdian. La canzone spinge su ritmi e riffs velocissimi con poche pause se non nella intro e outro dal sapore tra l’epico e il barocco. Buono il contrasto tra le due voci come anche il brano, un ottimo punto di partenza per chi si approccia per la prima volta al sound dei WOD. “Under the Moon” vede la partecipazione di Mike Vescera, poliedrica figura della scena heavy metal statunitense. Ci troviamo davanti ad un altro ottimo brano, dove ritmi sostenuti si intrecciano con atmosfere magiche, ritornelli accattivanti si alternano a frenetici assoli di chitarra mentre le tastiere arricchiscono il brano.

“One more Lie” vede Victor Smolski (chitarrista e polistrumentista, ex-membro dei Rage) come ospite. Ci troviamo davanti alla prima ballad del disco, dall’aria triste e tormentata, amplificata dal sapiente uso delle tastiere e degli assoli struggenti di chitarra.

“Time Will Tell” riporta l’attenzione dell’ascoltatore in lidi più classicamente power. La canzone funziona ed è accattivante, segno che anche senza nomi blasonati a fare da supporto alle canzoni, i WOD sanno convincere sul loro valore. “Here We Go” vede come ospite il cantante Chemel Neme. Buona qui l’alternanza tra i due cantanti come anche il brano in generale, semplice e diretto e con un ritornello accattivante che una volta ascoltato non se ne va dalla mente dell’ascoltatore.  “Forever” ha Timo Tolkki come ospite, che non ha certo bisogno di presentazioni. Siamo alla seconda ballad del disco, una struggente canzone dalle melodie tra il fantasy e l’epico. Con “Winter Dreams” ci troviamo davanti un’altra ballad, la quale sebbene non regga il confronto con la canzone precedente rimane in ogni caso un buon brano piacevole da ascoltare e che scorre bene. “Eye of the Storm” è un brano atipico rispetto a quanto ascoltato finora: il power metal viene accantonato a favore di sonorità e riffs hard rock e una voce sporcata. Questo fino a metà canzone, dopo il quale il tutto viene ulteriormente inasprito fino a sfociare in passaggi scream/growl, feroci assoli e ritmi accelerati. “Wake me up” spazza via tutta l’aggressività accumulata nel precedente brano per proporci una ballata d’amore dolce e struggente. “Siren’s Song” è l’ultimo brano prima della bonus track, in cui i WOD creano un’atmosfera fantasy narrando di creature immaginarie ed affascinanti. Per questo brano c’è anche una parte con cantato femminile (di cui purtroppo non ci è dato sapere il nome).

“Speed of Light” è la cover dell’omonimo brano degli Stratovarius, rifatta praticamente identica con pochi margini di personalità. 

Un’opera consigliata senza remore agli amanti del power metal, piacevole da ascoltare e riascoltare.

 

80/100