Gli abruzzesi Deathwood propongono un punk rock molto diretto ed orecchiabile che richiama tanto gruppi storici come Ramones, Offspring e Rancid, quanto gruppi più “leggeri” come Blink 182 e Green Day. I nostri, con l’obbiettivo di distinguersi rispetto alla massa, innestano nella loro proposta inedite tinte horror e sfumature dark, caratteristica già sfruttata da certi Misfits ma che, in questa sede, viene personalizzata grazie a tematiche ispirate dalla propria regione di provenienza, l’Abruzzo appunto. Nei testi si parla di miti e leggende della loro terra d’origine, fattore che emerge già sfogliando il booklet: il divertente artwork vede la presenza di una cartina dell’Abruzzo, rivisitata a mo’ di gioco dell’oca in versione horror.

Musicalmente parlando, i nostri non si discostano poi molto dai gruppi di riferimento sopra citati, quindi ritroveremo riff orecchiabili, ritornelli ficcanti, gang vocals e ritmi saltellanti. La sezione ritmica è composta da un basso in primo piano ed una batteria semplice ma sempre incalzante. Come accennato in precedenza, ciò che differenzia questo “…and if it were true” da altri album punk rock, è il gusto melodico particolare che emerge per tutta la sua durata: le canzoni, pur risultando musicalmente divertenti e “leggere”, perdono il confronto rispetto alle atmosfere festaiole di certi loro colleghi d’oltreoceano. Questa scelta è un’arma a doppio taglio: pur risultando molto personali e ben distinguibili grazie a sonorità abbastanza cupe, i nostri faranno più fatica ad accattivarsi gli ascoltatori abituati alla frangia più commerciale e “allegra” del genere. Inoltre, pur essendo il cantato di G.1 sguaiato e grezzo al punto giusto, il cantato in lingua inglese non si sposa fino in fondo con il concept dell’album. Personalmente non sono un estimatore del rock e del metal cantato nella lingua di Dante, ma questo è il caso in cui l’italiano probabilmente avrebbe giovato alla proposta, assicurando un coinvolgimento maggiore per l’ascoltatore, grazie ad una più facile comprensione delle storie raccontate e che fanno in ogni caso parte della cultura della nostra penisola.

Il disco risulta piacevole e alcuni pezzi non sfigurerebbero in qualche compilation punk rock di fianco a nomi ben più blasonati. Tuttavia qualche problemino c’è, e la fruibilità di questo lavoro, alla luce di una personalità definita ma non ancora matura al 100%, potrebbe alla lunga risentirne. Tuttavia i presupposti per fare meglio in futuro ci sono ma, non avendo la sfera di cristallo, è quello che è passato nelle nostre casse a dover essere giudicato, ovvero un dischetto divertente e orecchiabile, ma poco più.

 

 

Sorma

70/100