Il quintetto romano Dharma Storm nasce nel 2009 assestandosi ad una formazione definitiva nel 2011. Sei anni dopo, tra apparizioni a festival e concerti vari, la band arriva al tanto agognato disco di debutto autoprodotto Not an Abyss Prey, un lavoro che spazia tra il symphonic metal, il folk metal e qualche leggera sfumatura estrema.

Alle volte bisogna colpire duramente perché il messaggio possa essere recepito nella maniera più efficace possibile. Nel 2017 non è ammissibile presentare un album di questo tipo con dei suoni che paiono venir fuori da una demo. E’ comprensibile che il budget sia ridotto o che i mezzi fossero poveri al momento della registrazione ma ciò non giustifica sentire una batteria dai suoni osceni e soffocati oppure una tastiera dispersa tra un videogame 8bit e plastica a profusione. E lo stesso purtroppo vale per tutti gli altri strumenti assieme alle vocals che, oltre ad essere mal valorizzate, sono pure fiacche e senza grinta (per non parlare degli inserti growl/scream di cui è meglio tacere). Ascoltando i brani poi il disastro aumenta, non tanto tecnicamente, dato che strumentalmente il valore sarebbe discreto, ma le tracce migliori vengono dissanguate da quanto di buono avevano da offrire. Sorvolando su melodie folkeggianti abusate miliardi di volte (“Immortal Crew” contiene atmosfere da sagra paesana di bassa lega), la banale “Jolly Roger” o la confusionaria e disastrosa “Night of the Burning Skulls” (un brano che si smarrisce tra strofe senza bussola ed un lavoro melodico davvero imbarazzante) e per dirla tutta anche la pretenziosa e lunghissima “Live Together…Die Alone” (traccia strumentale che si salva solo nel finale ma per il resto sembra un esperimento riuscito male), l’album in sé conterrebbe anche qualche buona intuizione. Un piccolo guizzo creativo che fa timidamente capolino in brani come “Blackout” (con parti vocali più decise e curate), la riuscita “Emerged” oppure la più che buona ballata “God is Gone”. Ma sono solo dei piccoli granelli di sabbia al vento, in quanto manca la consistenza e cosa importante sono assenti ritornelli che rimangano in testa, oppure un’qualcosa che faccia esclamare WOW!.

Tutto ciò è assente e non basta la comparsata vocale di Marco Palazzi (ex Kaledon e attuale singer dei Sailing to Nowhere) nel brano “The Possessed One” a dare un valore aggiunto all’opera. Nel complesso troppi brani tendono ad essere fin troppo lunghi inutilmente, contenenti davvero pochi elementi per cui valga la pena arrivare fino alla fine.

Mettendomi in prima persona mi piange il cuore massacrare un disco di una band nostrana (che ho avuto modo anche di vedere live) ma spero davvero i ragazzi si rimettano a lavoro e tirino fuori davvero quello che hanno dentro. Dopo tanti anni di attività ci si aspetta ben altro lavoro da un gruppo. Rimboccarsi quindi le maniche, perché di affamati ce ne sono troppi e molti di loro hanno gli artigli decisamente più affilati!!!

 

 

Falc.

40/100